L’autore di Suburra: “Così la politica romana è finita nel Set del mondo di mezzo”

Roma
Un'immagine dell'esterno del Campidoglio durante riunione di Giunta, la seconda dopo le dimissioni del sindaco Ignazio Marino. Roma, 16 Ottobre 2015, ANSA/ GIUSEPPE LAMI

Come e perché, per Carlo Bonini, l’autore di «Suburra», a Roma è finita un’epoca e la geografia urbana nei quartieri è cambiata

Cinecittà, Appio, Tuscolano, Mandrione, Casilino, Infernetto, Casalpalocco, Monte Antenne, Ostia. E ancora banditi, cravattari, signorine, tifosi, avvocati, nazisti, cinematografari e tanto altro. La geografia umana e suburbana raccontata da Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo in Suburra (Einaudi, 2013) sembra essersi materializzata nell’inchiesta Mafia Capitale. E Suburra è diventato un film in questi giorni nelle sale. Una chiacchierata con Carlo Bonini, giornalista (al manifesto e oggi a Repubblica) e scrittore e soprattutto da una vita indagatore di storie nere, ai confini tra criminalità e corruzione, aiuta a capire come e perché un bel romanzo che sembrava di fantasia, invece aveva anticipato l’inchiesta sul «mondo di mezzo».

Non può certo essere nata a caso l’idea di scrivere Suburra…
«Il libro è stato pensato e scritto nel 2012, quindi la gestazione è addirittura di un anno prima. In quel periodo mi ero occupato a lungo di vicende che incrociavano alcuni episodi di piccola, media e grande corruzione che avevano Roma come “set”. E in tutte queste vicende, in un modo apparentemente casuale, comparivano una serie di personaggi, a parte Carminati, che appartenevano al mondo della destra extraparlamentare, e questo avvicendarsi era ricorrente e talmente singolare che ho cominciato a ragionare su cosa significasse. A questo, si sommavano una serie di indicazioni che, facendo il mestiere che faccio, mi arrivavano: la centralità in alcuni quartieri di realtà criminali, la forza di certe intimidazioni che si erano andate strutturando, la situazione di Ostia. Poi succede che una sera andando via dal giornale, incrocio in ascensore un poligrafico che mi vuole raccontare la storia di suo nipote. Il ragazzo, una sera a Corso Francia per aver urtato con il motorino lo specchietto di una macchina, viene assalito, intimidito, fatto inginocchiare dai due conducenti che alla fine gli raccomandano di fare attenzione perché “noi stiamo col cecato”. Un episodio che può sembrare di normale sopraffazione ma che ti fa capire che è evidente che c’è qualcosa che sta succedendo in città. A quel punto agganciai una mia vecchia fonte della destra romana che conoscevo da tempo e cominciai a farmi raccontare».

E com’è nato l’incontro con il magistrato De Cataldo?
«Proprio in quei giorni, lo incontrai, del tutto casualmente, in redazione agli uffici di Einaudi a Roma. Lo conoscevo da tempo perché nel mio libro precedente, Acab, avevo già cominciato a indagare quel mondo del litorale romano e questo impasto di cultura di destra, di curva, di piccola, grande malavita. Mi chiese su cosa stavo lavorando e gli dissi che mi stavo occupando di Roma, l’idea era di raccontare cosa fosse successo dalla morte del “Libano” in poi. Era il 2012 e ogni volta che a Roma si sparava, si continuava a raccontare la storia della banda della magliana, morta e sepolta già all’inizio degli anni 90. Giancarlo, che in quel periodo stava scrivendo del Risorgimento, mi disse che anche lui aveva voglia di tornare nel XXI secolo e così nacque l’idea di mettere insieme quello che io avevo capito e stavo capendo con la sua esperienza, provando a raccontare il secondo tempo di quel mondo. E non è un caso la scelta del titolo, eravamo entrambi concordi nel ritenere che c’era stato un capovolgimento tra la “strada” e il “Palazzo”. Noi la chiamavamo “suburra”, avremmo poi scoperto che Buzzi e Carminati la chiamavamo “la terra di mezzo”, noi evocavamo un luogo dell’antichità fortemente simbolico, Carminati si rifaceva a Tolkien e alla saga di Lo Hobbit, ma in realtà parlavamo della stessa cosa. Il 3 novembre uscirà un libro che ho scritto sempre insieme a De Cataldo che si chiamerà La notte di Roma e inizia dove finisce Suburra. Abbiamo cominciato a scriverlo subito dopo gli arresti di Mafia Capitale. Anche in questo romanzo ci saranno personaggi piuttosto riconoscibili».

Hai raccontato molto le periferie romane, che appaiono perse nel degrado. Quanto questo degrado ha favorito la nascita della “terra di mezzo”?
«Sono quartieri che conosco bene e questo degrado conta molto nella nascita di questo mondo di mezzo. Roma è una città che nel tempo, prima di altre, ha sperimentato la scomparsa del ceto medio, quello che un tempo si sarebbe chiamata borghesia. La borghesia romana non esiste più. Non esiste più quel ceto medio che ha costantemente impedito che il mondo della strada tracimasse nel Palazzo o addirittura costringesse il Palazzo a scendere a patti con il mondo della strada ma non più in una posizione di forza. Non è più come negli anni della banda della magliana in cui la politica utilizzava la criminalità come un taxi, salvo poi disfarsene. Qui la politica, il mondo di sopra, il Palazzo, si fa volontariamente prigioniero della strada. E da qui si ha un capovolgimento antropologico e una crescita esponenziale del proletariato, sottoproletariato, piccola borghesia impoverita che con il tempo ha perduto le sue certezze, le sue ricchezze. E quindi questo mondo dagli appetiti sempre più disperati ha finito con il mangiarsi tutto il resto, con una prospettiva tipica del nostro tempo che è di segno nichilista, in cui è assente qualunque forma di progettualità, fosse anche criminale. Il Samurai è l’epigono del Novecento, l’ultimo di una tradizione anche criminale in cui esiste un progetto, un’etica anche se criminale. Il “Numero Otto” invece è un animale che agisce sulla base di istinti bestiali, privi di un progetto. Negli anni della banda della magliana il “libanese” o il “freddo” sognavano di diventare dei gran borghesi, di mettere la pistola in un cassetto e di andare a teatro al braccio della loro signora. “Numero Otto” non sogna niente di tutto questo, non gliene frega niente. È il cosiddetto mondo di sopra che cerca di somigliare sempre di più al mondo di sotto, nel modo di vestirsi, di parlare, nelle macchine che guida, negli stili di vita».

Secondo te può salvarsi Roma, e come?
«Bisogna vedere come e dove questa transizione approderà. E questo dipende anche da noi e non solo dalla classe dirigente di questa città ma anche da chi la esprime. È necessaria una bonifica profonda che richiede molto tempo. Io diffido molto da chi immagina soluzioni salvifiche in cinque mesi, sei mesi. Perché il livello di compromissione è talmente profondo, talmente interstiziale, che la metastasi ha cominciato a mangiarsi proprio il tessuto connettivo della città e per rigenerarlo, riuscire a invertire il meccanismo che ha prodotto tutto questo e ricostruire un’identità e un senso civico collettivo, ci vorrà del tempo».

Cosa pensi delle dimissioni e più in generale della vicenda del sindaco Marino?
«Io penso che Marino sia stato vittima di se stesso, non è riuscito a proteggersi da se stesso. È un uomo sulle cui buone intenzioni, sulla cui buona fede, e sul cui impegno, io metterei la mano sul fuoco. Non ha niente a che vedere con il sindaco che l’ha preceduto, la sua giunta non ha niente a che vedere con la stagione politica che l’ha preceduto. Il problema di Marino è che non ha saputo resistere a quella dimensione narcisistica che poi è diventata una forma di autismo. Non ha saputo ascoltare chi lo aveva sostenuto. Come se si fosse sentito libero da qualsiasi vincolo rispetto al suo elettorato, alla sua città. Ma un conto è sentirsi libero dal vincolo “malato” che, come abbiamo visto, esisteva con un pezzo del Pd romano, altra cosa è sentirsi libero dal vincolo che hai con la città che governi. E la vicenda degli scontrini, che è tutta da chiarire, ne è la prova, nel senso che denota una difficoltà, una percezione di sé, del proprio ruolo, del grado di responsabilità rispetto agli elettori che è il motivo della sua fine politica».

Marino, seguendo il tuo filo, cade per ragioni politiche, non per un’ipotetica accusa di peculato…
«Lui cade perché si consuma quel pezzo di fiducia politica che gli era rimasta con la maggioranza che lo sosteneva. La mia impressione era quella di un uomo che sin dal primo giorno della sua elezione ha continuato a coltivare una sostanziale sfiducia nei confronti del partito che lo sosteneva. E se da una parte può sembrare ragionevole viste le note vicende di Mafia Capitale, dall’altra si è dimostrato ingeneroso nei confronti del processo che il Pd romano aveva cominciato ad avviare al suo interno, ostinandosi a voler posare come l’uomo solo al comando con un alleato infido. E questo è un atteggiamento che in politica si paga. E lui l’ha pagato».

Vedi anche

Altri articoli