La “sveglia” di Escobar, tra anima cilena e impegno sociale

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Esce oggi “Wake up”, il secondo video della cantante italo-cilena: “Risvegliamoci e proviamo a far meglio, battaglia dopo battaglia”

Esistono luoghi lontani che diventano vicini, esistono storie artistiche che sono accarezzate da venti ancestrali e quasi misterici. Se pensi alla terra più lontana che c’è, pensi al Sud America con le sue lande peregrine e le sue cattedrali di bellezza; se pensi alla fine del mondo pensi al Cile, quel massiccio fatto di montagne e sangue, di poesia e malinconia; il Cile è l’ultima terrazza sul mondo, l’ultimo suono meraviglioso che viene da lontano che ha generato versi e musica. E’ la terra riarsa di sale dove Pablo Neruda componeva e incideva con lama nella carne viva della coscienza collettiva, è la terra di chi ringrazia la vita come Violeta Parra e poi si sucida, è il mondo al rovescio di Pinochet e dell’assassinio di Salvador Allende.

Da quella terra il vento arriva forte nel resto del mondo, sale su correnti oceaniche e riporta come la diaspora dei pollini ritmi e pezzi di cultura, in Italia il vento, la resistenza alla dittatura, il fato hanno portato una giovane donna, che con forza si affaccia al mondo musicale. Si chiama Paola Escobar, è una donna che porta con sé idealità e bellezza di quella terra lontana, mescolata alla narrazione migliore del nostro Paese. Escobar non fa musica retorica e minimal, ma è un vulcano, un vento forte, scuote e pervade. Una novità, una felice novità che si presenta al pubblico con il suo secondo brano, Wake up, che prepara all’uscita dell’album prevista per gennaio, prodotto da INRI.

Nel video che esce oggi, presentato in anteprima esclusiva per Unità.tv, si alternano figure danzanti con maschere, che richiamano in modo trasognante il Sud America, a immagini ambientate nella realtà che diventa una fiera conquista e un campo di continuo confronto con sé, nella rievocazione di una storia di emigrazione e lotta. Tra un turno di lavoro e la vita che passa l’abbiamo incontrata.

Sei una felice novità nel panorama musicale italiano, le tue sonorità hanno echi lontani, come riesci a fondere queste due identità?
La mia musica è la fusione della mia storia personale che inizia dalle scelte di vita dei miei genitori, entrambi cileni emigrati in Italia dopo il Golpe, e da tutto quello che mi hanno tramandato, partendo dagli Intillimani e passando per Violeta Parra e Victor Jara, unito a quello che ho trovato in una città meticcia come Genova nel quartiere dove sono cresciuta e dove continuo a vivere, migrante tra i migranti. In questa nuova casa mi sono trovata sempre a stretto contatto e confronto con ragazzi provenienti dal Marocco, Nigeria, Argentina, Albania; si ascoltava insieme la musica della propria terra, si scoprivano i suoni di altre parti del mondo, ma quello era solo un punto di partenza e uno spunto per costruire un proprio linguaggio. E’ da questo che nasce la mia dualità: da un presente e un passato che si incontrano e fondono in un nuovo amalgama. Ad esempio uno dei brani del mio album Santera, in uscita per INRI il 22 gennaio, è realizzato con l’aiuto di due ragazzi nigeriani che risiedono nelle strutture di accoglienza per richiedenti asilo gestite dall’associazione Il cesto dove da anni lavoro tra un concerto e l’altro e che ho conosciuto esattamente così.

Quanto è dura emergere in questo panorama culturale?
E’ durissima ma non impossibile. Credo che come in tutte le cose esista il bene e male, ma anche la forza per poter andare avanti e cambiare quello che non ci piace: la volontà di svegliarsi e provare a far meglio iniziando dal proprio piccolo passo dopo passo, battaglia dopo battaglia.

Quali sono le peculiarità della tua ricerca musicale?
Scrivo come se stessi buttando giù la sceneggiatura di un film: nel primo tempo sono l’attrice protagonista indiscussa con sole voce e chitarra al seguito, qui interpreto le mie storie in musica e ne cerco da sola il volto e il suono migliore, quello più sincero. Nel secondo tempo invece interviene il mio produttore Filo Q, conosciuto anche come la metà dei Magellano: da qui inizia la miscela delle idee e tutto ricomincia da capo e viene messo sotto nuovi riflettori sperimentando ad esempio una strumentazione primitiva come le unghie di bufali sudamericani campionate o i più raffinati effetti sonori contemporanei, fino ad arrivare a ottenere quella scena perfetta che rende indimenticabile ogni vero film che si rispetti e che ci piace guardare e riguardare senza sosta.

Wake up sembra una esortazione, un ritmo importante e una metrica energica. Come è nato questo brano che anticipa l’album a gennaio?
Ho scritto questo pezzo con un istinto naturale, come quello che ci spinge a svegliarci ogni mattina, ma parla del risveglio dal sonno, da un età del sonno a cui i tempi di oggi ci hanno portato ad essere inglobati. Il risveglio dal sonno, il richiamo al coraggio, la rivoluzione giornaliera che ognuno ha dentro di sé è pronta a risvegliarsi, ricordandosi sempre da dove si è arrivati, usando la forza del presente e del passato per andare avanti; ora più che mai. Per il feat ho pensato da subito a Raphael data la sua indiscussa grinta e l’ immediatezza comunicativa della sua voce, già molto conosciuta anche all’estero.

La tua biografia è molto ricca di luoghi. Dove è per te casa?
Casa è dove sta la mia famiglia, a metà strada tra il Cile e Genova.

Che libro c’è sul tuo comodino?
La casa degli spiriti di Isabel Allende.

Cosa vorresti trovare domani mattina aprendo la finestra?
Un bel sole in grado di riscaldare tutti.

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