“La sinistra in Europa senza capacità di visione”

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Giuseppe Vacca: “Il socialismo europeo soffre la necessità di gestire un’agenda che non padroneggia. Mancate le sfide della globalizzazione”

I destini dell’Europa e quelli della Sinistra europea. L’Unità ne discute con il professor Giuseppe Vacca, direttore dell’Istituto Gramsci.

In una Europa sempre più frammentata e priva di strategie condivise, esiste ancora, in capacità progettuale e d’azione, una Sinistra europea?
«La Sinistra non solo c’è, ma governa da sola o in coalizione i principali Paesi dell’Europa occidentale. Il discorso semmai riguarda il come. E da questo punto di vista, forse si può dire che, in misura diversa e comunque in generale, la Sinistra europea soffre della necessità di gestire un’agenda di cui non è padrona. Ma se vogliamo allargare lo sguardo, l’agenda attuale è condizionata inevitabilmente da due emergenze: da grandi migrazioni, da un cerchio di fuoco di guerre che si sviluppano al suo intorno, dall’Africa al Medio Oriente. Quindi bisognerebbe aprire un discorso di medio periodo sul ruolo che il socialismo europeo ha avuto negli ultimi decenni nel modo di affrontare i processi che hanno portato a questa situazione. Per fare solo due esempi: il socialismo europeo non ha avuto un ruolo strategico negli anni che videro la fine della Guerra fredda, la nascita della grande Germania e il precipitare del processo di Maastricht in un assetto europeo che tuttora perdura e nel quale la Sinistra non è portatrice di una visione e di politiche all’altezza delle sfide globali che hanno investito l’Europa».

Quali sono i punti di caduta più rilevanti che la Sinistra europea non ha saputo affrontare da protagonista?
«Per fare solo due esempi. Quando Gorbaciov mise fine alla Guerra fredda, la Sinistra europea non pose per tempo il problema di nuove relazioni fra l’Ue e quello che sarebbe divenuto l’universo post-sovietico. Perciò, quando si sono definiti i rapporti fra l’Unione europea, i Paesi del socialismo reale e la Russia post-sovietica, il socialismo europeo non è riuscito ad avere un ruolo per evitare sia i modi in cui si è determinato l’allargamento dell’Unione, sia la frattura da “nuova Guerra fredda” imposta dalle destre occidentali nei rapporti fra l’Ue e la Russa. E per fare ancora un esempio, la Sinistra europea è stata, nel suo insieme, spiazzata dall’unificazione tedesca su cui non ha avuto alcun ruolo positivo da giocare. Questo ha favorito una progressione nel partito leader della Sinistra europea, cioè la Spd, verso l’approdo al ruolo di un attore della potenza tedesca. Ed è difficile ridisegnare un ruolo strategico della Sinistra europea senza che si sviluppi un suo centro egemonico».

È “solo” un problema di programmi?
«No, è anche un problema di leadership: direi che dopo Willy Brandt, il socialismo europeo non ha più espresso leader dotati di una adeguata visione del ruolo che il socialismo europeo doveva giocare nelle sfide della globalizzazione. Arriviamo al paradosso che quando nacque l’Europa dell’euro, 13 dei 15 Paesi dell’Unione erano guidati da socialisti o da coalizioni di centrosinistra. Ma fu proprio allora che si determinò un processo di rinazionalizzazione delle politiche, aprendo così la strada al primato dell’approccio intergovernativo che ha determinato e tuttora determina l’impasse della costruzione europea».

Quale “nuovo inizio” per la Sinistra europea?
«Non da oggi, ma soprattutto oggi, le sfide egemoniche si giocano sul terreno della politica mondiale, ovvero come il socialismo europeo possa risalire al china se non riesce ad affermare una propria visione di come si può mettere fine al conflitto economico mondiale, di come si può riproporre una proiezione mediterranea dell’Unione europea, di come si può rilanciare il partenariato tra l’Ue e la Russia, di come si può promuovere un europeismo dei residenti di provenienza arabo-islamica, di come si può saldare una nuova partnership euroatlantica capace di promuovere la cooperazione internazionale nella reciprocità e nella valorizzazione delle risorse dell’interdipendenza. Su tutto questo, aleggia un enorme problema culturale».

Vale a dire?
«Parti significative della Sinistra europea condividono la deriva nichilistica dei processi di globalizzazione e non sono capaci di riaprire il discorso sulla modernità che è invece imposto dalle cose: è il grande tema del rapporto fra fede e ragione, fra scienza e morale civile, fra religioni e politica, e quindi delle culture necessarie ad evitare la cristallizzazione fra le grandi religioni in termini di conflitto di civiltà. In questo senso, l’esperienza che la Sinistra sta vivendo in Italia è fortemente intrisa di questi problemi ma anche punteggiata da tentativi generosi di affrontarli con animo nuovo e qualche consapevolezza del presente, anche se con gravi carenze nel ripensare i rapporti con il passato».

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