“La riforma è l’ultima chance. Parisi? Ha dovuto adeguarsi”, intervista a Gabriele Albertini

Referendum
Joint meeting with the Committee on Foreign Affairs, the Committee on Development and the Subcommittee on Human Rights with Sakharov laureates

L’ex sindaco di Milano: “Ho votato tre volte Sì in Parlamento. A cambiare idea sono stati i colleghi di FI”

Gabriele Albertini, ex sindaco di Milano, oggi senatore del partito di Alfano Ap, cosa voterà al referendum del 4 dicembre?
«Voto e farò campagna per il Sì. A favore di una legge che ho già votato tre volte in Senato, e che in tutti e sei i passaggi parlamentari ha sempre sfiorato la maggioranza del 60% dei consensi».

Cosa le piace del testo Boschi?
«Intanto il fatto che dopo reiterati tentativi finiti male abbiamo un episodio di rinnovamento delle istituzioni che può andare a buon fine. A molti di essi ho assistito: penso alla commissione Bozzi, poi alle varie Bicamerali, fino alla riforma fatta dal centrodestra di Berlusconi che fu bocciata dagli elettori. Ho 66 anni, un’età che mi consente di ottenere sconti sui mezzi pubblici e nelle visite ai musei. Se non facciamo questa riforma, basandomi sulle statistiche sull’aspettativa media di vita, rischio di non vedere la prossima…».

Chi teme aggressioni alla Costituzione più bella del mondo ha torto?
«Dopo settant’anni qualsiasi Costituzione diventa inadeguata rispetto ai cambiamenti del sistema politico ed economico. Guardiamo all’Italia: ci sono stati il miracolo economico degli anni ‘60, il terrorismo, le ripercussioni della caduta dell’Urss, l’avvento del centrosinistra al governo. E venendo ai nostri giorni, sette anni di crisi del mondo industrializzato e gli effetti delle migrazioni globali».

Sul piano politico, dire che la Carta è obsoleta sembra a molti una bestemmia.
«La Costituzione è nata per evitare nuove dittature e tutti i procedimenti sono stati fatti con il bilancino. Quando è venuto meno il collante del sistema dei partiti, con la fine della Prima Repubblica, la rottura degli equilibri ha subito un’accelerazione. Oggi l’impianto costituzionale appare inadeguato a rispondere alle necessità di velocità e stabilità dei governi in un momento storico così cangiante».

Fin qui i sintomi della malattia. La riforma è in grado di essere la cura?
«Sì. Pone rimedio al bicameralismo perfetto che è uno degli elementi di lentezza e dispersione. E si interviene con una ripartizione più rigorosa e nitida delle competenze tra le Regioni e lo Stato. Penso alla sindrome Nimby , e lo dico da sindaco decisionista che ha fatto depuratori e termovalorizzatori nonostante le proteste di minoranze aggressive che non vogliono le opere pubbliche. Dal 2001, l’introduzione di un impianto federalista spinto ha generato conflitti e paralisi».

Sul punto, allora, non la pensa come i suoi ex alleati della Lega?
«Ho sempre pensato che l’esistenza di 21 Regioni sia un’assurdità. La Val d’Aosta ha 120mila abitanti: una volta e mezzo il pubblico di San Siro. la Basilicata ne ha appena il doppio. Se vogliamo uno Stato federale va fatta una ripartizione ben diversa con 5 macrore gioni».

Sia sincero: il suo Sì al referendum è una scelta obbligata, dato che il No travolgerebbe il governo di cui Ap fa parte?
«In caso di bocciatura della riforma, è probabile la caduta di un governo che, come il precedente esecutivo Letta, è nato proprio con questo obiettivo. Ma questo scenario non influisce sulle mie scelte. Mi si può credere o no, ma sono filogovernativo per necessità storica e non per opportunismo».

Lei è stato un grande sponsor di Stefano Parisi durante la campagna elettorale per il sindaco di Milano. Crede che per lui sostenere il No sia una scelta obbligata dalle posizioni di Forza Italia?
«Resto un suo grande sponsor, ma su questo tema abbiamo posizioni divergenti. Argomentando a partire dalla coerenza, io ho votato tre volte nello stesso modo, al contrario dei colleghi di Forza Italia che hanno cambiato idea quando Berlusconi si è sentito tradito da Renzi con l’elezione di Mattarella al Quirinale al posto di Amato. Il capogruppo al Senato Paolo Romani è passato rapidamente dall’ap oteo si della riforma al voto contrario».

Lei conosce Parisi. La pensa come il primo Berlusconi o come il secondo?
«Parisi ha dovuto associarsi, secondo me senza intima convinzione, alla necessità di contrastare la riforma per contrastare la leadership di Renzi. E aprire all’eventualità di negoziare un Nazareno 2 da posizioni di forza».

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