La preghiera laica del Boss

Musica
bruce-springsteen-getty

L’Unità incontra Londra Bruce Springsteen che parla della sua autobiografia dolente , degli Usa a rischio con Trump, del suo amore per Patti: “Mi sono curato con la musica”

“All’ombra del campanile, sotto il peso della vecchia anima del mio albero, della mia città, mi riaffiorano alla bocca delle parole e una benedizione”.

Bruce Springsteen legge con voce calda, roca, con le pause laddove serve ascoltarlo, un passo dall’epilogo della sua autobiografia davanti a un centinaio di giornalisti da mezza Europa.

È all’Ica, l’Institute of Contemporary Arts nel centro di Londra per parlare della sua autobiografia Born to Run uscita in Italia per Mondadori (536 pagine, con foto, 23 euro) affiancato dal giornalista e amico francese Antoine de Caunes.

In quel brano ha appena citato “mio padre, i miei nonni, zia Virginia… Danny, Clarence (Federici e Clemons”, (i due amici e colleghi della sua E Street che non ci sono più) e una leggera incrinatura nel tono conferma che Bruce non recita e si commuove. Per una frazione di secondo distoglie lo sguardo e guarda la punta dei suoi stivali neri. Per leggere inforca un paio di occhiali. In jeans, maglietta grigia giubbotto di pelle, collanine al collo, sorride con il sorriso di chi svela pezzi della sua anima, legge dall’epilogo il Padre Nostro che diventa una preghiera laica per tutti coloro che nella nostra Terra affrontano difficoltà, amano, soffrono, cercano di farcela con onestà. È come un amico intimo.

“A sei anni nella mia Freehold (la cittadina dov’è nato e cresciuto nel New Jersey, ndr) a scuola leggi la Bibbia – risponde a un cronista che gli chiede della religiosità nelle sue canzoni – e quella poesia oscura, il dolore, il piacere, la tristezza e la benedizione e la religione fino ai tredici anni erano argomenti molto seri. È naturale che temi come la salvezza e la redenzione siano materia per le mie canzoni”. E svela qualcosa che nel lungo racconto di un ragazzo diventato rockstar è tratteggiato: cresciuto da famiglie di origini per metà irlandesi e metà italiani “le mie canzoni hanno un inizio blues ma al cuore sono dei gospel. Devi guadagnarti la trascendenza, la loro struttura è legata alla religione cattolica”.

Promettendo, una buona mezz’ora più tardi, che non esclude un giorno di andare nel paese di suo nonno, Vico Equense in Campania, seduto sulla poltrona di pelle nera nella saletta del cinema dell’istituto, il Boss non ha il piglio del Boss che conduce una band davanti a decine di migliaia di persone: il sorriso svela un velo di imbarazzo e insieme la capacità, stupefacente nell’autobiografia, di mettersi a nudo, manifestando ossessioni, demoni personali e depressione come pochi uomini sono in grado di fare. “Dopo trent’anni di analisi scrivere tutto questo non mi ha impaurito”.

Non è spavaldo. Quando noi cronisti, di cui una buona parte se non la maggioranza ama la sua musica in forme viscerali, applaudiamo lui rotea il microfono come un mini-lazo e, di nuovo, sorride quasi imbarazzato. Sorride invece con ironia ma palesemente preoccupato al sentire il nome di Trump candidato alla presidenza degli Usa. “Sai spiegarci Trump?”, domanda sul palco un giornalista francese. “Nessuno ha saputo spiegarlo, succedono cose terribili ora in America, è spaventoso, incrina la democrazia“.

Nell’autobiografia il rocker degli stadi strapieni si descrive come un uomo dei dubbi. Qui non ne ha. Di nuovo, il tono di voce parla al profondo oltre che alla mente anche in una faccenda così pubblica e politica come le elezioni presidenziali della sua terra. La terra anche dell’amato Bob Dylan. Verso chi ha storto il naso per il Nobel è netto: «Non concordo con chi dice che Bob è solo un songwriter, un autore di canzoni. È così influente». E quando e dove lo ha incontrato, la prima volta? “Nel backstage del Rolling Thunder Revue” (il tour di Dylan con tanti amici-compari nel 1975-76, ndr) in quello che, ricorda, è stato un bell’incontro.

In questo Born to Run, con il titolo che riprende l’omonima canzone del 1975, Bruce elogia apertamente l’autore di capolavori quali Like a Rolling Stone, All Along the Watchtower o Hurricane. Come è nato, questo volume? Springsteen confessa di non aver progettato, agli inizi, un libro. “Pensavo di buttar giù le mie esperienze per i miei figli, volevo rivelare da dove nascono le canzoni, non pensavo a un’autobiografia, poi mi è venuto naturale, mi è piaciuto trovare la mia voce “. L’ha trovata, anche in 500 pagine, ed è curioso sentirlo dire a un autore che ha una voce unica e inconfondibile nell’epopea del rock con folk e blues assimilati e fatti propri.

Ma da ragazzo immaginava di diventare una rockstar? “Con la fantasia incontravo Mick Jagger e gli Stones e la folla andava pazza per me, a 15 anni l’ho sognato, in realtà volevo suonare la chitarra ritmica, non puntavo neanche alla leading guitar”. E qualcosa di quegli esordi lo trovate nell’album uscito in contemporanea al volume per la Sony, Chapter and Verse, con brani suonati prima che nascesse la E Street Band. La fantasia sui Rolling è una delle ammissioni che induce Antoine de Caunes a definire questa storia “un libro onesto, sincero”. Tanto più quando il musicista scrive del rapporto difficile con un padre afflitto da paranoie, ossessioni, misoginia e una fonte geneticamente immodificata delle sue abissali depressioni.

“Volevo scrivere dall’interno – confessa Springsteen, con l’aria un ragazzo di 67 anni –Ho cercato di fare un libro più rivelatore possibile, più di quanto facciano le mie canzoni”. Perché, dirà, poiché tanti gli chiedono se i suoi brani sono autobiografici, spiega “che no, molti personaggi sono immaginari, raccontarli nelle canzoni è un mettersi nei panni altrui, devono respirare, essere reali”. E anche le sue pagine, osserva, devono essere «vive, reali». Se suona come una coerente dichiarazione di poetica, lo è.

Quando, all’apice del successo, sprofondava nel buio dell’anima, nel vuoto, come si curava? Fuggire. Andare in moto. Su tutto i concerti, racconta Born to Run. “Avevo bisogno di sfinirmi, nel suonare dal vivo c’è la catarsi”, ammette nell’incontro organizzato dalla casa editrice britannica Simon & Schuster nella saletta dell’Ica.

La catarsi, appunto. Altra parola chiave per un songwriter che dice di ha amato leggere, tra gli altri, l’irlandese «Flannery O’ Connor», “i russi classici che trovo molto moderni come Dostoevskij con Delitto e castigo, Moby Dick” e privilegia “gli scrittori dalle implicazioni psicologiche profonde”. Il profilo dei suoi gusti letterari corrisponde al suo repertorio, se pensiamo ai suoi ragazzi divenuti padri troppo presto (The River), di veterani dal Vietnam traditi dal loro Paese (Born in the USA.) o a un’infinità di donne e uomini in cerca di un senso alle loro vite, di un lavoro, affetti, amore.

A proposito di amore non teme di citare più e più volte Patti Scialfa, la sua donna, sua moglie, madre di due ragazzi e di una ragazza, colei lo ha aiutato a evitare la deriva, il deragliare. Infine al cronista che chiede se continuerà ai ritmi forsennati dei concerti da tre o quattro ore perché invecchiamo tutti e neppure lui sfugge, risponde: «Keith Richards mi sembra un santo – e sorride – e no, non penso di rallentare, anzi sento di gestire il corpo meglio ora di quando avevo 40 anni».

I fan possono stare tranquilli. E prepararsi.

Vedi anche

Altri articoli