“La politica è pensiero, non Pil”, parla Elio Germano

Cultura
elio-germano

Intervista al protagonista di “No borders”, un documentario con video a 360 gradi sui migranti e chi li aiuta”

«Ventimiglia. Alla vostra sinistra il confine con la Francia, alla vostra destra il confine con l’Italia. Sotto di voi i famosi scogli di cui per tanto tempo hanno parlato i telegiornali e in cui hanno trovato rifugio alcuni migranti per resistere all’identificazione». Nessun confine. Libertà di movimento e umanità. Si apre così No Borders, primo documentario italiano in realtà virtuale, diretto da Haider Rashid. La voce e il corpo sono di Elio Germano, attore sempre in prima fila quando c’è da scegliere da quale parte stare: è il narratore e l’intervistatore del breve film sulla crisi dei migranti in Italia ospite del Festival del cinema di Venezia, dove viene presentato oggi alle “Giornate degli autori”. Raccontando l’esperienza dei volontari e degli spazi autogestiti dedicati all’accoglienza, il cortometraggio si muove tra il Centro Baobab di Roma – dove molti migranti che hanno transitato per la capitale si sono fermati nel loro tragitto verso nord – e il presidio della città ligure di frontiera diventata simbolo dell’emergenza migranti e della lotta contro la chiusura delle frontiere.

Germano, cosa vuol dire “documentario in realtà virtuale”?

«L’Africa dentro casa. Siamo dentro la storia, in mezzo agli spazi vissuti dai migranti, anche se siamo seduti sulla poltrona di casa nostra. Questo ci fa vivere con più empatia percorsi lontani dalle nostre esperienze. Ci segna la strada di una più profonda comprensione dell’altro, della vita dell’altro. La strada dell’accoglienza. Il “punto di vista” diviene esperienza globale, realtà virtuale ma anche immagine reale. Il regista, il protagonista e lo spettatore dell’immagine possono diventare la stessa persona. L’effetto è la sparizione del soggetto in favore dell’oggetto. Grazie a questa tecnologia rivoluzionaria, il cardbord, che consiste nella realizzazione di un video a 360 gradi, possiamo raccontare l’esperienza della cosiddetta “emergenza immigrazione” portando lo spettatore all’interno dei luoghi di passaggio e sosta dei migranti, dandogli la possibilità di esplorare gli spazi grazie all’utilizzo di un visore. Una grande rivoluzione tecnologica che se non si limita ai semplici videogiochi può avere, come in questo caso, un utilizzo efficace per la fruizione di un mondo. La forza rivoluzionaria di questo straordinario cortometraggio sta nel fatto che la tecnologia più moderna sia stata messa al servizio del dramma dell’esilio».

Il documentario si propone di esplorare il passaggio, le giornate, le vite dei migranti. Quali sono le motivazioni della loro partenza?

«Da Lampedusa a Calais passando per Ventimiglia, i popoli migranti vivono quotidianamente l’impossibilità di spostarsi liberamente attraverso l’Europa, alla ricerca di una vita che esuli dalla mera sopravvivenza. Per la retorica politica e razzista chi rischia la vita nell’ultimo tratto di un inferno che separa l’Africa e il Medio Oriente dall’Unione Europea altro non è che un immigrato, un clandestino. Qualcuno che affronta il mare solo per poter delinquere o rubare lavoro, un indesiderato da ricacciare al proprio Paese. Per la sicurezza del proprio Paese. La verità è che la maggior parte proviene da Paesi dove guerre, conflitti o governi autoritari minano seriamente i loro diritti umani. Per molti non c’è sicurezza, non c’è speranza, non c’è salute, non c’è acqua. Per la maggior parte c’è tanta fame e l’unica speranza è un futuro diverso dove vivere come esseri umani. Cercano la pace, un avvenire spesso bruciato dal “giusto Occidente”, dai facoltosi “governi bianchi”».

Insomma si racconta un passaggio epocale?

«Certo, un nuovo mondo che si sta delineando per fuggire alle ingiustizie. È un nomadismo che riguarda tutti, bianchi e neri. Anche noi europei. Ma noi abbiamo avuto la fortuna di poter scegliere dove andare, la libertà di poterci conquistare un sogno. Ci riguarda tutti ed è giusto che i messaggi che passano siano onesti e non viziati da pregiudizi ed opportunismo. Per questo sono convinto che sia giusto fare di tutto per offrire un’informazione corretta. È fondamentale, oggi. Ripeto, ci riguarda tutti».

La politica che responsabilità ha?

«Moltissime. I nostri governanti smettessero di fare politiche ingiuste e inique. Il sistema schiaccia gruppi di persone, in tutto il mondo. I modelli offerti sono basati sulla prepotenza e la sopraffazione, la vessazione, la precarietà. È un sistema che mette fuori legge chi aiuta un profugo. Chi si mette a disposizione con chi ha bisogno è nell’illegalità, nel nostro Paese. La politica deve divincolarsi dalla necessità del profitto tout court. Bisognerebbe che la politica sia pensiero, non Pil. Prospettiva di mondo, no marketing. Che riconquisti il suo ruolo. Che indichi l’insieme delle cose da fare in un Paese perché i cittadini vivano meglio, non l’esercizio del potere. Questi ragazzi, fuggiti dalla loro patria dove rischierebbero di morire, hanno diritto ad andare dove vogliono. I volontari del centro Baobab ci raccontano questo: loro gli danno una mano, li aiutiamo a sfamarsi e a dormire su un letto, gli danno una cognizione politica dell’Europa, li aiutano a capire che cosa sta succedendo. Questo è un reato, in Italia».

Cosa ti ha insegnato questa esperienza?

«Innanzitutto che la bontà è eterogenea e contagiosa. Che esiste la condivisione ed il mettersi a disposizione, che in certi contesti c’è un’umanità che si ritrova. Al centro Baobab abbiamo trovato di tutto, dall’attore che fa il cuoco per i migranti all’avvocato che li assiste, dalla vecchietta pensionata che porta 10 chili di pasta alla mamma che regala vestiti nuovi e pannolini, scout e antagonisti. Che il cuore delle persone è senza confini».

Vedi anche

Altri articoli