“La montagna per misurare se stessi”. L’alpinismo secondo Franco Brevini

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Franco Brevini racconta la sua passione per l’alpinismo nel suo ultimo lavoro “Alfabeto verticale”

“Il respiro affannoso dei quattromila accompagna l’arrivo su una cresta orizzontale e affilata, su cui ci bilanciamo come goffi acrobati. Eccola qui la vetta del Cervino, una lama di ottanta metri, sospesa sopra un vuoto da capogiro”.

Franco Brevini

“Abbiamo bisogno di conquistare, fare, raggiungere la vetta, abbiamo bisogno di conoscere la morte per essere convinti di poterla vincere.

George Mallory

 

Che l’alpinismo sia implicato con la morte è del tutto evidente. Lo ha ricordato Cesare Musatti, il decano degli psicoanalisti italiani: “La montagna è uno sport che presuppone la costante  incombenza del rischio e della morte”. Lo ha ribadito più volte Reinhold Messner, che, ne sul libro “Il limite della vita”, racconta incredibili episodi di sopravvivenza in montagna, esamina le reazioni dei sopravvissuti e scrive: “L’arte del grande alpinista sta nell’andare dove la morte è probabile e di non morire”.

Ce lo dice anche Franco Brevini, nato Milano, nel ‘51, professore associato di Letteratura italiana e di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Bergamo, nel suo ultimo libro “Alfabeto verticale” (Il Mulino), in cui, però, precisa: “La montagna non richiede esibizioni muscolari. E’ più un percorso che ti dà la misura di te stesso. E la chiave per capire la montagna e l’alpinismo è il sublime. Ma oggi è proprio il rischio che si tende ad eliminare”.

“Il pericolo – scrive Brevini a pagina 220- la paura, l’abisso, la vastità e l’immensità, il brivido dell’annientamento, il senso di fragilità dell’uomo, la sua solitudine di fronte a una natura incombente e minacciosa: di tutto questo è fatto il sublime, che è l’emozione più acuta e profonda che il soggetto osa sperimentare di fronte alla minaccia dell’annichilimento. In montagna si va per vivere queste sensazioni fatte di grandiosità e di rischio”. E l’esperienza del conflitto, come diceva Kant, è costitutiva per l’estetica del sublime: il punto in cui entrano in collisione la minaccia della catastrofe e la gioia per il suo superamento. La sfida lanciata alla natura più ostile corrisponde a un esorcismo della morte, piuttosto che a una pulsione autodistruttiva, in quanto serve a consolidare il senso dell’io di fronte alla minaccia dell’inevitabile scomparsa”.

Professore, da quanto scrive nel suo libro, sembra che l’alpinismo sia per superuomini, persone che vogliono sentire “il call of the wild di Jack London, il richiamo alla vita nomade che ci risveglia dal nostro torpore, facendo risuonare nelle nostre vene il canto delle origini del mondo”.

Credo che siano in molti oggi ad avvertire il bisogno di riscoprire una dimensione più autenticamente naturale dentro le nostre vite così profondamente artificiali. E’ vero, ogni cultura è artificio. Artificio è anche la nostra idea di natura, ma mi pare altrettanto indubitabile che oggi abbiamo largamente passato il segno e che la natura resti per la maggior parte delle persone uno struggente rimpianto. Eppure noi siamo natura e averlo scordato ci sta procurando tutta una serie di problemi: a noi e all’ambiente in cui viviamo. Non sono un grande alpinista e nel mio libro ho voluto raccontare la storia di una scoperta che ha segnato in modo forte la mia vita.

Dunque, non si sente un superuomo, uno tosto?

Sono uno qualunque, uno dei tanti che non hanno voluto arrendersi e mi auguro che la mia avventura personale possa essere di conforto a molti, affinché non mollino. Detesto ogni forma di machismo. L’alpinismo non prevede alcun tipo di esibizione muscolare. È un’avventura soprattutto interiore, fatta di capacità di tenere duro e di non farsi prendere dall’ansia, ma anche di fascinazione per i grandi spazi. Dunque, ci sono un po’ di muscoli, ma c’è tanto sogno. Quanto all’aggettivo tosto, me lo hanno appioppato gli studenti all’Università, ma solo per indicare la mia severità agli esami. Che, però, è solo una misura di decenza, oltre che di rispetto per loro, i loro genitori e l’istituzione che rappresento.

Alpinismo, lei scrive, è enfasi di individualismo, confronto con la natura più estrema. Quindi di eroismo. Ma di quale tipo?

Non è sempre stato così. Nel mio libro insisto su un punto: l’estrema variabilità dell’idea di montagna e, dunque, di alpinismo attraverso i due secoli della sua storia. In estrema sintesi lo riassumevo qualche giorno fa sul Corriere della sera. Le montagne sono state laboratori scientifici per gli scienziati che dal Settecento e talvolta anche prima si sono inerpicati sulle loro pendici alla ricerca delle origini della Terra. Si sono trasformate in «terreno di gioco dell’Europa» per i gentiluomini britannici nella fase eroica e sportiva dell’alpinismo. Sono diventate palestre di dirittura morale per la borghesia in cerca di una religione laica. Nella stagione dell’irrazionalismo di fine secolo sono state i fatali palcoscenici del superuomo e delle sue ineffabili quanto perigliose avventure. Di recente sono state caricate di valori mistici e perfino esoterici. Tra le due guerre hanno espresso la Wille zur Macht ( il concetto di volontà di potenza dei regimi). Nel dopoguerra hanno subito la mediatizzazione prima televisiva, poi pubblicitaria. Negli ultimi decenni sono state il simbolo della fuga dalle costrizioni del quotidiano, i luoghi in cui intrecciare nuovi rapporti tra mente e corpo, gli oggetti del desiderio, del gioco e del piacere.

Veniamo alla sua esperienza. Quando è nata la passione per la montagna?

Avevo undici anni. Mi ero arrampicato sul tetto di una malga e seduto sulle ardesie scaldate dal pomeriggio estivo. Osservavo le Centovalli (Domodossola) verdi, punteggiate dai paesini con i caratteristici camini torreggianti. Ma il mio sguardo era continuamente attratto dalla bianca apparizione di una montagna ghiacciata, lontanissima, irreale, appena incisa nella foschia dell’orizzonte. «Il Monte Rosa» diceva mio zio, che, chierico missionario, a piedi era salito da Perère, sotto Cervinia, fino sulla cima del Breithorn, il più facile dei quattromila. Ma a me i nomi non importavano. Quell’immagine, appesa al cielo, era l’altrove, la promessa di un radicale dépaysement. Forse fu quella prima, lontana apparizione dei ghiacci a segnare la mia vita.

La montagna, ci dice nel libro, spesso è uno strumento di  “risarcimento,  rinvigorimento psicologico e compensazione dell’io”. E’ stato così anche per lei?

La montagna è come un millefoglie e separare uno strato dall’altro, non è facile. Non credo, però, che la montagna sia stata per me un risarcimento rispetto alla vita ordinaria. In fondo sono riuscito a fare esattamente quello che sognavo: scrivere libri, insegnare all’università, viaggiare. Ho una moglie di cui sono innamorato e alla quale è dedicato “Alfabeto verticale” e fra pochi giorni diventerò padre per la quarta volta. Lassù ritrovi, in modo perentorio, la misura di te stesso. E questo dopo aver provato momenti di paura. Mi è capitato sulle Grandes Jorasses, nel gruppo del Monte Bianco.

Cosa è successo?

Ho preso una scarica di sassi, calandomi in corda doppia. Precipitando dall’alto, i sassi colpivano la roccia tutto intorno a me. Mi hanno risparmiato e io mi sono salvato, ma senza alcun merito.

Invece, la sua prima scalata?

Come per molti lombardi, la mia prima montagna è stata la Grigna. Ma le cime che hanno contato sono quelle del Gran Paradiso. Lo scrivo in “Alfabeto verticale”: «Quando penso al Gran Paradiso mi vengono in mente Giovanni Bellini e Giacomo Puccini. Non ho difficoltà ad ammettere che il pittore veneziano non è né Tiziano, né Caravaggio. Come il musicista di Torre del Lago uscirebbe probabilmente sconfitto dal confronto con Bach o Mozart. Ma, se non i più grandi, Bellini e Puccini sono i miei autori, quelli capaci di sollecitare le corde più profonde. Anche il Gran Paradiso non è il Monte Bianco e nemmeno il Rosa. Eppure quelle cime un po’ fuorimano, isolate rispetto alla catena alpina principale, vecchiotte e fuorimoda come gli alpinisti piemontesi, le sento come le mie montagne. Mi rappresentano».

La montagna più tosta che ha scalato?

Le montagne cambiano a seconda delle nostre condizioni fisiche e psicologiche e delle condizioni della parete e del meteo. Ho vissuto momenti di grande tensione sul Bianco, sul Gran Paradiso, sul Cervino. Ho scalato pareti di ghiaccio impiegando sei ore, ma la volta successiva, quando erano ricoperte da un lenzuolo di neve, ci ho messo solo cinquanta minuti.

Quella che l’ha fatta emozionare di più?

È una dura competizione. Direi che ci sono luoghi che mi hanno coinvolto più di altri. Ad esempio, l’Artico mi è rimasto nel cuore più dell’Himalaya.

Lei scrive che in una société sécuritaire, in cui ogni aspetto delle nostre esistenze è anestetizzato, la montagna può squarciare il velo di torpore che ci avvolge, riaprire i giochi, e darci il brivido del rischio. La montagna è l’unico antidoto?

Ho scritto che la montagna quel brivido lo può dare e a me, come a tanti altri, lo ha effettivamente dato. Il problema, però, non è tanto il rischio in sé, quanto il contatto diretto con le cose, senza tutti quegli air bag e quelle protesi che il mondo contemporaneo ci mette.

Il mare non le fa lo stesso effetto della montagna?

In effetti devo confessare che avverto una profonda fraternità con chi si lancia in mare: in entrambi i casi, mare e montagna, ci troviamo di fronte ad attività in cui il confronto non è con un altro uomo, ma con gli elementi naturali. Due anni fa sono stato a Capo Horn e devo dire che quel mare non ha nulla da invidiare al Monte Bianco.

Come è cambiato nel tempo il rapporto degli alpinisti con il rischio e la paura della morte?

Oggi negli sport della montagna domina l’arrampicata sportiva, che punta assai più sul gioco, sulla prestazione atletica, sul gesto. Il rischio mi pare proprio ciò che si tende a eliminare. Ciò non toglie che ci sia anche la tendenza opposta, il cosiddetto trad, cioè la salita nel solco della tradizione, senza protezioni fisse, in cui ognuno deve mettere tutto ciò che assicurerà la sua progressione. È una reazione all’ipersicurezza dell’arrampicata sportiva su falesia (costa rocciosa).

Alpinisti come lei si può diventare?

Certo, e l’unico modo è appassionarsi. C’è una chiamata, come nella fede. Occorre sperimentare la fascinazione della natura selvaggia, quel tipo di bellezza che è stato codificato dall’estetica del sublime. Di lì a decidere di conquistare una cima il passo, è breve. Kant diceva che era la coscienza morale a sospingere l’uomo verso le cose grandi. In fondo è questa ricerca di grandezza che mi ha sempre affascinato. Le dieci parole di “Alfabeto verticale” (Altezza, Arrampicata, Bufera, Dolomiti, Ghiaccio, Gran Paradiso, Immensità, Rischio, Scialpinismo, Tunu) la declinano in modi diversi, ma dietro c’è sempre il sogno, appunto, della grandezza.

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