“La Guerra dei Cafoni”: giovanissime bande rivali in una Puglia incontaminata

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Esce il 27 aprile il film che mette in scena il conflitto di classe attraverso l’acerrima lotta tra bande di ragazzini rivali, in una Puglia senza adulti, industrie e città. Ve lo raccontiamo tramite le parole di uno dei due registi

Torrematta non è solo un angolo incontaminato della Puglia, ma anche il terreno allegorico dove si combattono due “eserciti” molto particolari; quello dei “Signori” e quello dei “Cafoni”: due bande di ragazzini, il cui lignaggio risale fino alla notte dei tempi“La guerra dei Cafoni”, primo film prodotto da minimum fax media, in uscita il 27 aprile nelle sale italiane, mette in scena in maniera poetica e suggestiva questa particolarissima lotta di classe, con il suo carico simbolico che ribolle sottotraccia: “La battaglia tra le due bande di adolescenti per contendersi una bandiera o un angolo di spiaggia – ci dice Lorenzo Conte, insieme a Davide Barletti regista del film – è una trasposizione di una lotta di classe irrisolta, travolta nei suoi schemi dall’arrivo del nuovo, nello scenario di una Puglia, lontana dalle cartoline e volutamente fotografata nel suo aspetto più selvatico e ruvido. Volevamo un paesaggio irreale e fantastico, la fotografia di Duccio Cimatti ha tradotto perfettamente l’invenzione di Torrematta in un personaggio altrettanto presente, seppur sospeso.”

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La locandina de “La Guerra dei Cafoni”

La pellicola è tratta dall’omonimo libro di Carlo D’Amicis, edito da minimum fax nel 2008, che racconta della guerra tra ragazzini benestanti contro i figli dei pescatori, dei pastori e dei contadini in un villaggio della costa salentina durante l’estate 1975. Il film accentua l’elemento di decontestualizzazione del racconto originale, proiettando gli eventi fuori dal tempo e cancellando del tutto la presenza degli adulti: “Abbiamo estremizzato quello che già esisteva nel libro di Carlo D’Amicis: nel romanzo gli adulti erano una presenza nascosta, ma comunque c’erano, noi li abbiamo eliminati completamente”, ci spiega Lorenzo Conte, che ricorda i giorni in cui lui e Davide Barletti si sono imbattuti nel libro che li ha ispirati: “In quel periodo stavamo scrivendo un altro film che non riusciva a prendere forma; poi, un giorno, lo sceneggiatore Marco Saura ci ha consigliato il romanzo di Carlo. La prima volta che lo abbiamo incontrato, in un baretto del quartiere San Lorenzo a Roma, è stato amore a prima vista e da lì abbiamo costretto il nostro produttore di allora, Amedeo Pagani, a contattare minimum fax per comprare i diritti del suo libro.”

Lo sguardo che anima il film è filtrato attraverso l’influenza di alcuni classici letterari del genere e una costellazione di riferimenti “pop”, che rendono la pellicola uno spontaneo crocevia tra la commedia e il romanzo di formazione, la favola e l’affresco sociale: “Per quel che riguarda le influenze – ci rivela Lorenzo – Davide sicuramente risponderebbe “La Guerra dei Bottoni” o “Il Signore delle Mosche”. Io il cartone animato “Conan”, oppure “Il Ragazzo del Futuro” di Hayao Miyazaki: ma entrambi abbiamo come forte ispirazione il cinema del reale da cui proveniamo. In questo senso, forse la più grande ispirazione per entrambi sono stati i nostri figli, la voglia di tornare bambini, di azzuffarsi, correre, crescere in completa libertà e di giocare alla guerra dei cafoni nel fantastico mondo di Torrematta.”

Ed è proprio la presenza di un gruppo di attori giovanissimi, non professionisti, a caratterizzare fortemente la pellicola; oltre al cameo iniziale di Claudio Santamria, e al ruolo di contorno di Ernesto Mahieux, a dominare la scena sono infatti ragazzi “normali”, tutti pugliesi, provenienti da diverse zone della regione, come testimoniano le diverse sfumature dei dialetti parlati da ognuno di loro: “Questa è stata la vera scommessa del film – ci dice Lorenzo Barletti – non si trattava solo di trovare dei giovani talenti, ma di dirigerli coralmente. Devi farli funzionare tutti, è un equilibrio delicatissimo, sposti una pedina e devi iniziare da capo. Il protagonista Marinho, ad esempio, doveva funzionare sia con Mela, la cafona di cui s’innamora, sia con il nemico di

Una scena de "La Guerra dei Cafoni" (foto Andrea Ciccaresi)

Una scena de “La Guerra dei Cafoni” (foto Andrea Ciccaresi)

sempre Scaleno, ma anche con l’antagonista Cugginu o con la prima fidanzatina Sabbrina: un vero e proprio gioco di scacchi. La scelta è stata lunga e complessa. Nonostante questo per noi era essenziale trovare ragazzi veri, con un forte e reale legame con il territorio, per questo abbiamo dedicato tantissimo tempo al casting. I ragazzi si sono dovuti confrontare con una sceneggiatura impegnativa, con molti dialoghi, rispettando talvolta i tempi della commedia e in più dovevano recitare rimanendo se stessi. Abbiamo mantenuto l’uso del dialetto per facilitare la naturalezza e la spontaneità, il resto l’hanno fatto le ore e ore di prove guidate dal prezioso aiuto dell’attore e regista teatrale salentino Fabrizio Saccomanno.

Sono gli stessi registi, nelle note stampa, a descrivere “La Guerra dei Cafoni” come una potente allegoria del passaggio dall’Italia di ieri a quella di oggi: la transizione da una realtà dominata dalla polarizzazione del conflitto e una prospettiva di senso quasi “cavalleresca”, all’età “matura”, quella odierna dei consumi e dell’ambizione individualistica: “La Puglia, come buona parte del sud Italia, fino agli anni 70 era una società bloccata – ci dice Lorenzo, ragionando su questo concetto – gli aristocratici, i proprietari terrieri, appunto “li signuri” erano i padroni delle loro vaste terre e del destino di chi le lavorava. Invece i figli della terra, il sottoproletariato rurale, “li cafuni” non avevano nessun diritto o quasi. Questo immobilismo così antico e arcaico, tremendo, barbaro, aveva in sé un equilibrio fatto anche di epica e senso di appartenenza. Il film, per chi lo vuole leggere in chiave storica, fotografa il momento della rottura di questo equilibrio, attraverso l’arrivo della figura di Cugginu, l’elemento disarmonico, violento, destabilizzante che cambia le carte in tavola. E’ la nascita di una nuova classe sociale, cafona ma arrembante, ignorante, ma col portafoglio spesso. Da quel momento in poi tutto si mescola, si confonde, si perdono le antiche identità per andare verso una fase storica nuova, sconosciuta. Secondo Pier Paolo Pasolini molto più omologata e brutale.”

Per tutti i motivi fin qui elencati, “La Guerra dei Cafoni” sembra possedere un caratteristico appeal, tutto italiano, che all’estero sta già facendo proseliti; la pellicola ha infatti collezionato prestigiosi inviti ai festival internazionali, da Buenos Aires a Rotterdam passando per Copenaghen, Mosca e Pechino (mentre questo fine settimana sbarca al “Bif&st” di Bari). Per quel che riguarda le aspettative in territorio nazionale: “Ci auguriamo che venga distribuito e valorizzato al meglio – dice Lorenzo – che arrivi a più persone possibili, diventando spunto di riflessione e di confronto tra persone e generazioni diverse”. E in un momento storico in cui il nostro cinema d’autore sembra destinato a rifiorire, chiediamo al regista come si inserisce “La Guerra dei Cafoni” nel panorama cinematografico italiano. La risposta è un augurio di buon auspicio: “Non saprei. Spero a gamba tesa.”

 

 

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