“La cultura è come la marmellata, impariamo a spalmarla”: parla Marina Valensise

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Intervista all’ex direttore dell’Istituto italiano di cultura a Parigi: con la sua idea di valorizzazione partecipata, che ha segnato la collaborazione tra pubblico e privato e la loro reciproca integrazione su un piano di fiducia, ha rivoluzionato l’ente

“L’istituto italiano di cultura siete voi – ha esordito il giorno in cui è arrivata alle nove – Il direttore è in carica a tempo, e dopo due o quattro anni se ne va, mentre voi restate. Siete, dunque, voi, impiegati a posto fisso, amministrativi, contrattisti, a legge francese o italiana, la vera squadra che rappresenta l’Istituto: siete voi i pilastri dell’Istituto di cultura, a garantire la continuità amministrativa e quella dei programmi. Siatene consapevoli, siatene fieri!”.

È il discorso che ha fatto Marina Valensise quando si è insediata all’Istituto italiano di cultura a Parigi, dove è stata direttore dal 2012 al 2016 e ha avviato una rivoluzione che ha allargato il pubblico dei frequentatori dell’Ente di circa il 40 per cento, moltiplicato le iniziative fino a farle diventare 260 l’anno e raddoppiato le entrate annuali rispetto alla dotazione statale.

Romana, classe ’57, di origini calabresi, giornalista (collabora con il Foglio), è una miniera di idee e molto coraggiosa. Senza scomporsi di fronte allo stato di incuria in cui cinque anni fa ha trovato l’Hotel de Galliffet, sede dell’Ente, ha messo subito le cose in chiaro con il personale: “Oggi, con la crisi che incombe, rischiate di ritrovarvi un bel giorno senza lavoro, costretti magari a vendere ombrelli sulle bancarelle alle Galeries Lafayette. Non facciamoci illusioni. Gli istituti di cultura ormai non sono solo passibili di tagli nei bilanci, ma di chiusura. I dati parlano chiaro: a fronte di una spesa di 724 miliardi l’anno, con un debito pubblico di 2100 miliardi, che ogni anno produce interessi sul debito per 80 miliardi di euro, con un prodotto interno lordo di appena 1600 miliardi, è facile prevedere una ristrutturazione di tutta la rete dei novanta istituti di cultura nel mondo. Per evitare la chiusura del nostro istituto, c’è una sola ricetta: dimostrare di essere utili, e per farlo bisogna solo essere produttivi, e per essere produttivi non resta che lavorare, coordinare gli sforzi, cercare di fare il meglio. Il che vuole dire poche cose sicure: offrire una programmazione di qualità, diversificare al massimo l’offerta per intercettare un nuovo pubblico e attrarre i giovani e i ceti produttivi, incrementare i programmi, cercando di dinamizzare al massimo le forze disponibili. Per fare tutto questo vi chiedo solo di garantire l’ordinario e coltivare lo straordinario”.

Dopo pochi giorni Marina è partita, definendo subito un programma di promozione della lingua e della cultura. Ha interpellato artisti, curatori di musei, collezionisti, esperti in ogni campo, musicisti, editori, organizzatori di festival della letteratura e rassegne librarie. Con l’avanzo di cassa trovato, 140 mila euro, ha deciso di investire subito una parte rilevante in spese strutturali: restauri, consolidamento, lavori vari per rinnovare la sede. Poi ha iniziato a far aumentare l’offerta dei corsi di lingua con seminari di cucina e promozione dell’eccellenza enogastronomica italiana.

valensisePer dirla con il presidente di sezione del Consiglio di stato, Giuseppe Severini, quella di Marina, è stata una valorizzazione partecipata, che ha segnato non solo la collaborazione tra pubblico e privato, ma la loro reciproca integrazione su un piano di fiducia. Come si legge nel suo libro, un rendiconto del suo viaggio nella pubblica amministrazione, dal titolo La cultura è come la marmellata, pubblicato da Marsilio.

“C’era – afferma – da tentare di superare lo stallo. Unendo gli sforzi, siamo riusciti a federare una serie di aziende e soggetti privati in vista del rinnovamento dell’Istituto e della riqualificazione della sua missione, in nome del mecenatismo di competenza. Si è dato slancio alla promozione della cultura italiana, ma anche alla produzione attuale dell’arte, dell’industria e delle nostre capacità. Per rilanciare l’Italia non sono sufficienti i Michelangelo, Raffaello, Giotto, Piero della Francesca, Fermi, Galilei, occorrono gli artisti e gli imprenditori di oggi”.

Nel libro l’appendice è dedicata alle iniziative organizzate dall’Istituto con i maestri italiani, cuochi, artisti dei mobili, imprenditori di strumenti musicali. Bella la storia della fabbrica di Paolo Fazioli a Sacile. E questo perché, scrive Marina: “L’Italia non è solo un museo a cielo aperto o un Paese popolato dalle ombre dei grandi. È un luogo abitato da giovani che vivono il presente e credono nel futuro”.

Marina, partiamo dal titolo. Cosa voleva dire?

La cultura è come la marmellata: meno ne hai più la spalmi. Si leggeva sui muri della Sorbona nel ‘68. Questo motto di spirito è la perfetta illustrazione di uno dei paradossi della cultura in Italia. In Italia, superpotenza culturale, la cultura è in eccesso, ce n’è troppa e da ogni parte, ma non riusciamo a metterla in mostra, a spalmarla come meriterebbe, perché non ne siamo consapevoli. Urge uno sforzo di autoconsapevolezza collettiva. Questo è lo scopo del mio ultimo saggio.

Come è stata accolta la sua formula di valorizzazione partecipata pubblico-privato?

C’è stato l’entusiasmo dei privati, sollecitati per la prima volta a partecipare direttamente alle iniziative dell’Istituto di cultura. Questi hanno messo a disposizione competenze, prodotti, saperi e tecniche in vista del comune obiettivo di promuovere il patrimonio culturale, industriale, artigianale, tecnologico e imprenditoriale italiano.

E i numeri sono nel libro. Dunque, con la cultura, si può mangiare. A chi oggi lo dobbiamo dire perché se ne convinca?

Non solo si può mangiare, ma si può anche digerire. La cultura è il vettore essenziale per la promozione del sistema Paese, dei territori, delle tecniche, dell’innovazione. È il volano della ricchezza di una nazione baciata dalla bellezza, dall’arte e dalla tradizione culturale nel corso di una storia millenaria, e in quanto tale, capace di rinnovarsi e proiettarsi nel futuro con soluzioni innovative, ardite, eleganti, che grazie al made in Italy portano la cultura, la bellezza, il paesaggio, l’arte, la storia italiana, lo stile e il gusto di vivere all’ italiana nel mondo intero.

Un consiglio al ministro dei Beni culturali italiani. C’è qualcosa che dovrebbe cambiare per valorizzare un po’ di più il nostro patrimonio culturale in Italia e all’estero?

Incentivare l’orgoglio dei suoi funzionari, coinvolgerli in un grande progetto comune, motivarli a compiere una rivoluzione in vista di una nuova autoconsapevolezza del patrimonio che hanno in affidamento.
Tornata in Italia, Marina ha aperto VALE Valorizziamo Aziende Artisti Lavoro Esperienze: un’agenzia di consulenza per concepire e realizzare progetti tagliati su misura per le imprese, desiderose di investire nell’arte, nella cultura, ne patrimonio e nella sperimentazione scientifica e tecnologica.

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