Izzo: “Non solo libertà, c’è anche la dignità della persona”

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La filosofa e femminista: “Contro l’utero in affitto è necessaria una grande campagna culturale in tutto il mondo”

“Il problema è che qui in gioco non c’è solo la libertà, ma anche la dignità della persona”. Così risponde Francesca Izzo alla principale obiezione dei sostenitori della maternità surrogata. Femminista, animatrice di “Se non ora quando” e filosofa che proprio al tema della libertà della donna (e non solo) ha dedicato un libro in uscita giusto giusto l’8 marzo (Le avventure della libertà, Carocci), Izzo è da anni impegnata contro la pratica dell’utero in affitto, che considera il frutto di “un’idea di libertà puramente individualista e liberista”.

Perché parla di dignità della persona?

“Per la stessa ragione per cui non consentiamo che un cittadino possa vendere i propri organi. Non a caso li può solo donare. C’è un rispetto della dignità della persona che fa parte della nostra tradizione: llibertà, dignità e difesa dell’integrità della persona sono sempre andate insieme. In più, nel caso dell’utero in affitto, c’è il fatto che la libertà dell’individuo-donna contiene la responsabilità per la vita di un altro essere umano, e questo è un nodo essenziale”.

Che però non ci impedisce di consentire l’interruzione di gravidanza…

“Non a caso, per la stessa ragione, nella 194, che è una legge straordinaria, non si dice che l’aborto è un diritto, a differenza del linguaggio dei radicali. Si parla di autodeterminazione, che è cosa molto diversa”.

Dov’è esattamente la differenza?

“Nel tenere conto di questo elemento, e cioè che la libertà della donna ha a che fare con la differenza specifica del proprio essere femminile, deve tenere conto del fatto che ha la responsabilità della venuta al mondo o meno di un altro essere umano. È per questo che la libertà femminile non può avere questa curvatuta individualistica. Se decliniamo tutto in termini di diritti individuali, allora finiamo per fare il gioco di chi vuole contrapporre al diritto della donna il diritto del nascituro, o il diritto del compagno, e su questo sentiero scivoloso finiremo per dissolvere qualunque idea di legame, di relazione. Qui tocchiamo un tema delicatissimo, che tira in ballo il modo in cui pensiamo il nostro vivere insieme. Se la pensiamo come la Thatchter, che diceva “non conosco una cosa chiamata società, conosco solo individui”, o se invece ancora un barlume di idea di società ce l’abbiamo e lo vogliamo mantenere”.

Intanto però la maternità surrogata è consentita in molti Paesi. Non pensa che sarebbe più realistico regolamentare un fenomeno che comunque sarebbe assai difficile contrastare in tutto il mondo?

“No, penso che si debba fare una grande campagna in tutto il mondo. Tante cose in passato erano prassi comune e poi sono state messe al bando, anche grazie alla mobilitazione delle persone e alla battaglia culturale. Questo è un punto fondamentale. Anche all’inizio della discussione sulle unioni civili, con la sola eccezione del mondo cattolico, sembrava che dell’utero in affitto si potesse parlare solo come un atto d’amore e di generosità, senza alcuna problematicità”.

E questa posizione non è anche il frutto di tante campagne femministe, quelle che gridavano “l’utero è mio e lo gestisco io”?

“No, no, no. Con quello slogan esprimevamo la libertà del desiderio, la libertà di desiderare chi voglio, non di poter vendere me stessa al miglior offerente”.

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