Io, comico cinico e cattivo ma non troppo. Panariello mattatore natalizio in tv

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+++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++ A 15 anni dal successo di 'Torno sabato', il 22 e 23 dicembre Giorgio Panariello torna in prime time con 'Panariello sotto l'albero - Lo show', il variet?? di Natale di Rai1 sar?? trasmesso in diretta dal Modigliani Forum di Livorno, 17 novembre 2015. ANSA/ UFFICIO STAMPA

Stasera e domani il comico conduce uno show tutto suo su Rai1: “In una scala da uno a dieci nella cattiveria, mi colloco al nove. Come modelli ho gli show di un tempo di Bramieri e Walter Chiari: sono esempi inossidabili anche per noi «moderni»”

“Un comico deve essere in qualche modo cattivo e cinico, non può prendere di petto quanto accade nella società e nella politica con il cuore tenero, però senza arrivare all’invettiva o all’offesa”. Giorgio Panariello, che per la verità non sembra tanto cattivo, indica la sua ricetta per in un momento professionalmente prolifico: nel film Uno per tutti di Mimmo Calopresti riveste un ruolo drammatico, quello di un poliziotto non troppo fortunato con la vita, e i critici lo hanno elogiato; a gennaio lo vedrete nella fiction su Canale 5 Tutti insieme all’improvviso; oggi e domani è il mattatore della prima serata di Rai1 con una diretta da Livorno, quasi la sua terra considerato che l’attore fiorentino è di formazione versiliese. Dal Pala Modigliani conduce il “suo” varietà natalizio Panariello sotto l’albero: uno show orchestrato dal comico con la direzione artistica di Giampiero Solari, uno stuolo di ospiti e, al suo fianco, Tosca d’Aquino, una big band e un coro gospel. Ai settimanali ha già indicato, tra i “personaggi” dello spettacolo, un Renzi che promette di togliere i peccati del mondo, un Dante che aggiorna le categorie dei dannati, mentre sul suo Natale proclama ogni anno agli amici di non voler fare regali salvo correre corre all’ultimo minuto a cercarne affannosamente.

Panariello, qual è il suo modello televisivo per questo show?

Mi ispiro chiaramente e da sempre al varietà storico, quello di Gino Bramieri e Walter Chiari degli anni ‘60 e ‘70 in cui il comico è il padrone di casa e ospita lui gli altri. Quella tv non esiste più ma ogni tanto in estate ci fanno vedere spezzoni di quegli spettacoli inossidabili anche per noi comici moderni, pure se applicare “moderno” a me è una parola grossa avendo 55 anni. Ma resta il riferimento, partono tutti da lì: anche se con tecniche e linguaggi diversi l’ispirazione resta quella.

In una classifica da uno a dieci un comico, per essere tale, quanto deve essere cattivo e sferzare i potenti o i tipi umani?

Un comico deve esser in qualche modo cattivo e cinico. E in una classifica da uno a dieci per me deve stare al nove, perché al decimo scalino si arriva all’invettiva e a volte all’offesa ed è qualcosa di diverso. Penso di stare all’ottonove mentre gli inglesi sono un’altra categoria, risponderebbero 20 perché il loro umorismo è più cattivo del nostro, quello italiano.

E le battute sui politici?

Alle volte può capitare di fare battuta su qualche politico che non c’entra nulla e magari si risente perché si sente messo in mezzo, ma la politica oggi è spettacolo. E bisogna essere cattivi al punto giusto per prendere di mira i personaggi pubblici. Nello spettacolo ci sono battute perché la politica non è più separata dal sociale, è tutto dentro… Al bar qualcuno dice “Hai sentito cos’ha detto Brunetta, cos’ha detto Renzi, Salvini…”

Tra politica e cittadini è cambiato qualcosa anche per voi comici.

Sì, non c’è più quel distacco dai partiti che un tempo sembravano lontani in un palazzo loro e noi in strada. Loro stessi fanno il possibile per farci sentire come loro e viceversa, vanno in bici, si levano la cravatta. Sono loro che cercano di essere come noi, ora sappiamo cosa fanno perciò sono un bersaglio facile.

Chi cita, “sotto l’albero”?

Quelli che si citano da sé. Lavorare sulla politica è difficile, una battuta buona oggi già domani è passata perché è accaduto qualcosa di più forte, bisogna essere sempre sul pezzo e specializzati. I più popolari diventano maschere talmente popolari che non puoi fare a meno di prenderli a bersaglio. E noi comici, come avvoltoi, aspettiamo di prenderli al volo.

Ha esordito nel film di Calopresti in un ruolo drammatico. Vedremo un Panariello “serio”? O vale quel che si dice degli attori che fanno divertire: fanno i comici perché hanno un animo tragico?

Tutte e due le cose. Ogni comico ha un’anima tragica, si basa sulla commedia: se vedi uno cadere a terra per strada ne ridi e poi lo aiuti, Totò fece un film sulla fame, Fantozzi fa ridere ma è tragico, il mio personaggio storico del bagnino con un cambiamento di tono può diventare nostalgico. Dall’altro lato la difficoltà è essere credibile: posso commuovere ma Panariello nel ruolo serio di un poliziotto sfigato sarà credibile? Mimmo mi ha tolto le maschere e i modi esagerati che uso nel cabaret e nel varietà e di questo lo ringrazio. Spero non resti una parentesi che si chiude, un comico può diventare anche altro.

Lei ha fatto i cinepanettoni: sono finiti o hanno ancora un futuro?

Hanno un futuro, non sono finiti. Bisogna lavorarli bene, certi film si ripetono un po’ ma a Natale le famiglie vanno al cinema per vedere film disimpegnati.

Ma il punto critico di quei film sono le battute grevi, no?

Sì, è vero, almeno per quelle più pesanti. Quando ho fatto film di Natale ho tolto alcune battute forti perché erano esagerate, ora non ce n’è più bisogno. In un film natalizio deve far ridere la situazione. E mi spiego. Quando ho fatto a teatro il Borghese gentiluomo di Molière nelle prime date morivo perché non sentivo ridere in sala come ero invece abituato. Dapprima ritenevo non fosse aggiornato il testo; poi capii che sbagliavo io, dovevo solo accompagnare il pubblico dentro la situazione ed era quella a far ridere.

Esiste ancora una comicità toscana o ha fatto il suo tempo, come tutti i filoni?

C’è stato un momento in cui andava il cinema romano con Pippo Franco e Montesano, poi quello milanese con Diego Abatantuono e Paolo Rossi, poi è arrivato il ciclo dei toscani, ad esempio con i film di Francesco Nuti. Sono momenti che arrivano grazie a qualche attore che va di più. Ma sarebbe come dire che va la comicità pugliese perché Zalone è il numero uno: non è così. D’altronde la Toscana, da Benigni a Pieraccioni, ha una bella scuola.

Quest’anno è stato ospite del festival di Sanremo di Carlo Conti, suo amico. Ci torna, a febbraio 2016?

Per vedere Carlo mi basta andare a Scandicci o a Firenze nord a mangiare un panino. Spero abbia anche ospiti più forti di me e penso sia bene tenere sempre i piedi per terra.

Lo spot pubblicitario con racconto è diventato una sua attività: lo fa per soldi?

Quando mi sono approcciato alla pubblicità essere con testimonial come Aldo, Giovanni e Giacomo e Fiorello ti responsabilizza, ti sprona a far bene. Per gli spot mi sono ispirato alla tv di una volta, a Carosello (l’intermezzo nella Rai a bianco e nero di decenni fa, ndr) perché da ragazzi aspettavamo le storie, volevamo vedere le gag, non pensavamo al prodotto. Negli spot metto lo stesso impegno di un mio sketch. Molti prendono la pubblicità sotto gamba, mai se lo spot non è curato bene si ritorce contro perché torna sempre.

Quindi li scrive lei?

Negli sketch ora in onda siamo due autori: abbiamo 30 secondi che sembrano pochi ma sono un’eternità da scrivere di cui 15 sul prodotto e 15 sulla comicità. In altri sketch abbiamo altri autori. Sì comunque, li scrivo.

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