Camusso: “Non bastano maquillage, i buoni lavoro sono irriformabili”

Lavoro
Il segretario generale della CGIL Susanna Camusso interviene a Città della Scienza al premio Jerry Maslo, Napoli, 13 Ottobre 2016. ANSA/CESARE ABBATE/

La segretaria Cgil: se ci saranno cambiamenti prima del referendum li valuteremo ma noi puntiamo a ripristinare il diritto del lavoro in Italia

Susanna Camusso, partiamo dalla stretta attualità. Nella conferenza stampa di fine anno il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha definito il Jobs act “un’ottima riforma del lavoro”. Si aspettava un minimo di autocritica dal nuovo capo del governo?
«Intanto mi pare che anche i dati di ieri (mercoledì, ndr) confermano che non ci sono i tanto decantanti effetti miracolosi che continuano a raccontarci. Quel poco di trasformazioni di contratti a a tempo indeterminato col tutele crescenti era figlio degli incentivi che stanno finendo. Il tutto con una sproporzione pesante tra i miliardi dati alle imprese e risultati. In più c’è un forte indebolimento dei diritti dei lavoratori, gli investimenti pubblici e privati languono e le imprese non si sono ingrandite come ci avevano prospettato».

Intanto come previsto dall’elenco dei sottosegretari manca il nome di Tommaso Nannicini l’uomo che in questi mesi ha trattato con voi il capitolo pensioni. Le dispiace?
«Non commento le scelte, dico solo che non dimentichiamo il tema “Previdenza 2” con il confronto soprattutto sulle pensioni dei giovani. È un impegno preso dal governo per quest’anno, chiederemo che lo rispetti».

Veniamo ai vostri tre referendum. Voi decideste di raccogliere le firme – prima volta nella storia della Cgil – non senza discussioni interne in un momento in cui il “renzismo” pareva trionfante mentre i sindacati erano sull’orlo del baratro. Due anni più tardi la situazione sembra invertita. Se l’aspettava?
«No. Prendemmo questa decisione all’epoca della totale disintermediazione sociale, scelta come strategia politica. Pensammo che davanti a questa scelta le tradizionali forme di lotta sindacale non davano effetti e decidemmo di utilizzare strumenti propri della lotta politica come i referendum abrogativi. Con una convinzione, quella sì ben chiara: le riforme imposte dal governo che si basavano essenzialmente su una compressione dei diritti non servivano al Paese e non avrebbero retto al quadro economico di stagnazione e deflazione. Su questo abbiamo avuto ragione».

Ora dunque i vostri tre referendum sono al centro del dibattito politico con polemiche molto forti che lambiscono addirittura alcuni membri della Corte Costituzione che l’11 gennaio si pronuncerà sulla loro legittimità.
«Da un lato la scelta di pressione sulla Corte – perché una cosa è il dibattito giuridico, un’altra è l’ossessivo tentativo di spingere su come debba decidere – mi pare figlio di pura volontà politica. Noi abbiamo discusso con i nostri giuristi e pensiamo di aver correttamente interpretato le regole. Attenderemo con molta tranquillità e serenità l’esito della Camera di Consiglio. Dall’altro lato però ritengo grave che l’intero mondo che adesso si agita sui nostri referendum nei mesi scorsi abbia volutamente ignorato milioni di persone che hanno discusso e raccolto firme. Credo che gran parte della politica stia dando un cattivo spettacolo di sé».

In questi giorni anche dal governo ci sono stati interventi in materia. Il ministro Poletti ha parlato – seppur correggendosi dopo – di elezioni politiche che farebbero slittare i referendum al 2018 e il presidente Gentiloni ha detto che l’art. 18 non va toccato. «Mi sono sembrate dichiarazioni strumentali che dimostrano il non rispetto delle istituzioni, delle regole. Quelle di Poletti non tengono conto che il potere di scioglimento delle Camere è in capo al Presidente della Repubblica. Se sono convinti che i nostri referendum non sono un problema, perché tanta agitazione? Se sono un problema, perché non sono intervenuti prima. Quelle di Gentiloni dimostrano miopia politica visti gli effetti drammatici confermati dai dati sul forte aumento dei licenziamenti disciplinari».

Entriamo nel tema più caldo, quello dei voucher. Anche Gentiloni parla di “revisione necessaria”: per voi un intervento legislativo che limiti l’uso dei “buoni lavoro” ad alcuni settori sarebbe una mediazione accettabile?
«Vorrei essere chiara. Noi diciamo una cosa precisa: lo strumento voucher per noi è irriformabile. E lo è perché essenzialmente il voucher è utilizzato in assenza di rapporto di lavoro considerando il lavoratore alla stregua di una merce da utilizzare senza vincoli. Ci si dice: “E il lavoro occasionale?”. E io rispondo: guardate che il lavoro occasionale non significa lavoro di breve periodo, per quello lo strumento c’è già, è il lavoro in somministrazione, l’ex interinale. Ora il voucher invece è diventato dilagante in tantissimi settori andando a sostituire altri tipi di contratto. Nel turismo ad esempio: ci rendiamo conto che chi prima aveva un contratto stagionale a tempo determinato ora viene pagato a voucher? Infine ricordo a tutti che ormai con i voucher si sostituiscono i lavoratori in sciopero come è successo a Modena l’altro giorno e che ci sono imprese intere che utilizzano solo quelli e nessun rapporto di lavoro contrattuale. Non siamo davanti a piccoli abusi. Noi queste cose le abbiamo sempre dette, anche al governo. Mi stupisce che improvvisamente la politica scopra il tema dei voucher senza capire però realmente la portata del problema».

Se i «voucher sono irriformabili» mi sembra dunque che lei chiuda a qualsiasi compromesso, anche alla proposta Damiano di tornare al 2003, ai voucher come solo “lavoro accessoio e occasionale”. E che in caso di modifica legislativa voi chiederete comunque di andare al voto sul referendum per cancellarli. È così?
«Io penso sempre che i risultati che si riescono a raggiungere sono importanti. Non è che abbiamo la paranoia da voto. Se ci sarà una legge valuteremo con attenzione il contenuto. Ma insisto: il senso della nostra operazione non è quello di ottenere un maquillage. Con la Carta universale dei diritti del lavoro noi puntiamo a ripristinare il diritto del lavoro in Italia. Il nostro obiettivo è molto più alto».

Il quesito più a rischio dei tre è unanimemente considerato quello sull’articolo 18 in cui chiedete di ripristinare il reintegro in caso di licenziamento illegittimo allargandolo alle imprese fino a 5 dipendenti. Se la Consulta lo dovesse bocciare cosa fareste?
«Non partecipo a questo circo. Ormai sembra rivoluzionario avere rispetto istituzionale ».

Nella campagna referendaria vi aspettate il supporto di Cisl e Uil?
«Il referendum sulla responsabilità sociale negli appalti –di cui a torto si parla pochissimo – faceva parte della piattaforma unitaria presentata per il nuovo Codice degli appalti. Sui voucher il giudizio con Cisl e Uil è comune e se sulla legislazione dei licenziamenti ci sono state opinioni differenti sui vari provvedimenti il patrimonio di contrattazione portavo avanti nel frattempo per rimediare al Jobs act è unitario».

Molti pensano che la campagna sul Jobs act possa riunire il fronte anti Renzi che ha vinto il referendum costituzione del 4 dicembre. Per voi sarebbe un problema avere a fianco partiti politici lontani dalla vostra tradizione? Brunetta ne è entusiasta ma è stato un vostro grande avversario nel passato…
«Nella primavera scorsa abbiamo presentato la nostra Carta a tutti i gruppi parlamentari. A tutti abbiamo detto che nelle migliaia di assemblee tenute per la prima volta registravamo una straordinaria distanza tra il mondo del lavoro e la politica e una diffusa convinzione dell’incapacità della politica a rispondere sui temi del lavoro. Il problema è che se al mondo del lavoro non dai rappresentanza il rischio poi è che ai lavoratori non interessa che a difenderli sia la destra e non più la sinistra. Fui stupita dalla supponenza con cui le nostre proposte furono considerate anche dal mio campo politico».

Oggi il quadro è molto diverso. Lei considera finita l’epoca del renzismo o teme una sorta di vendetta contro di voi nei prossimi mesi?
«Penso che in questi anni a sinistra ci siano state trasformazioni profonde che Renzi ha interpretato facendo sparire dal vocabolario del suo partito parole come diseguaglianza, lavoro, disagio sociale. Oggi, al di là delle personalizzazioni, queste parole sono riemerse e tutti, nessuno escluso, dovranno farci i conti».

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