Intervista a Vincenzo Camporini: “Va creata una struttura europea di intelligence”

Terrorismo
Un momento dei controlli effettuati dalle forze dell'ordine e dagli uomini dell'Esercito all'esterno delle fermato delle Mtero che sono state riaperte, Bruxelles, 23 Marzo 2016. ANSA/ MARTA LOBATO

L’ex capo di Stato Maggiore della Difesa, oggi presidente dell’Istituto Affari Internazionali (IAI): “Questo è un fenomeno che va combattuto anche con mezzi tecnologici”

UNITA32_2016032418395842Un efficace antidoto contro i “filosofi con l’elmetto” e gli strateghi della domenica, è discutere sulla sfida jihadista rilanciata dai sanguinosi attentati di Bruxelles, con persone che nel corso della loro carriera professionale hanno avuto a che fare, direttamente, con strategie militari e impegno sul campo. Una di queste persone è il generale Vincenzo Camporini, ex capo di Stato Maggiore della Difesa, oggi presidente dell’Istituto Affari Internazionali (IAI).

Generale Camporini, dopo i sanguinosi attentati di Bruxelles rivendicati dall’Is, da più parti si è detto e scritto che l’Europa in guerra. È così?
«Io credo che usare l’espressione “siamo in guerra” risponda a esigenze di comunicazione politica. È chiaro che siamo in una situazione che per un comune cittadino presenta un livello di rischio finora sconosciuto. Ma è altrettanto chiaro che quando si parla di guerra si fa riferimento ad una situazione nella quale qualcuno ha degli obiettivi politici e utilizza mezzi violenti per conseguirli. Spargere il terrore non è un obiettivo politico. È un fenomeno che ha radici diverse e non può essere combattuto con i mezzi convenzionali».

E quali mezzi, a suo avviso, sono più appropriati?
«Sono essenzialmente quelli della capacità di introdursi all’interno dei circoli in cui queste azioni vengono concepite. E lo si può fare sia con mezzi tecnologici – penso, ad esempio, alle intercettazioni di qualsiasi tipo – sia con l’utilizzo di personale infiltrato».

Riferendosi agli attentati di Bruxelles, e alla presenza in città di una rete estesa e radicata di affiliazione all’Isis, si è parlato di una “Waterloo” dell’intelligence europea.
«Non esiste purtroppo una intelligence europea. Esistono le intelligence nazionali che vengono gestite con grande gelosia. Ci sono ottimi rapporti a livello bilaterale tra alcuni Paesi, ma non c’è una condivisione sul piano multilaterale. Vorrei sottolineare poi un fatto che mi sembra essere sottovalutato e che invece reputo di primaria importanza…».

A cosa si riferisce?
«A me pare che l’attenzione venga concentrata verso i possibili attentatori e i loro fiancheggiatori: giustissimo, ma una attenzione ancora maggiore dovrebbe essere esercitata nei confronti dei reclutatori e degli organizzatori. Per usare una metafora, io devo certamente proteggermi da un proiettile indirizzato contro di me, ma se devo risolvere il problema della minaccia, devo neutralizzare chi tira il grilletto».

Questo significa bombardare Raqqa, la capitale siriana del “Califfato”?
«Anche Raqqa fa parte della struttura che vuole intimidire l’Occidente. L’azione di contrasto al terrorismo jihadista va condotta agendo su vari livelli, tra cui quello di eliminare gli ambienti dove queste azioni vengono concepite».

Generale Camporini, tutti i leader europei hanno affermato che la lotta al terrorismo jihadista, all’Isis, non sarà facile né di breve durata. Ma si deve iniziare. E allora le chiedo: quale misura ritiene più urgente da assumere?
«C’è sicuramente la necessità di incrementare lo scambio informativo tra i servizi di sicurezza dei vari Paesi, stimolando una cooperazione che ad oggi è lungi dall’essere ottimale. Si potrebbe anche pensare a una struttura integrata europea dell’intelligence, che però presuppone una intesa politica orientata verso la creazione di una Federazione, se non degli Stati Uniti d’Europa. In altri termini, una Europa divisa ha delle vulnerabilità inevitabili che si possono superare soltanto con un salto di qualità nell’integrazione tra i Paesi dell’Unione, o quanto meno tra quelli che sono disponibili ad una cessione di sovranità nazionale».

Quando si parla di contrasto o di guerra al terrorismo, si fa riferimento anche alla Libia. C’è chi continua a invocare un’azione militare.
«Un’azione militare ha senso soltanto se esiste un progetto politico condiviso dai libici: non possiamo espropriarli del “possesso” del loro futuro. Oggi in Libia esistono numerosi centri di potere, non solo Tobruk e Tripoli, e questi centri di potere devono trovare un equilibrio che non può essere forzato dall’esterno, neanche dalle Nazioni Unite. La soluzione finale è ancora da inventare. Potrà essere una soluzione di tipo unitario oppure federale, ma i detentori del potere in Libia non vorranno certo un supporto militare se non sotto forma di un sostegno logistico e formativo».

In ultimo vorrei che tornassimo sul duplice attentato di Bruxelles. Come è stato possibile che il Belgio si sia rivelato così perforabile?
«Bisogna studiare la struttura istituzionale del Belgio e in particolare di Bruxelles, con la divisione, spesso impermeabile, tra fiamminghi e valloni, e la suddivisione amministrativa all’interno della città, che certo non facilita il coordinamento tra le forze dell’ordine».

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