Falasca: “E’ dannoso per l’economia e per l’ambiente, non voto”

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Intervista a Piercamillo Falasca: “I veri ambientalisti siamo noi, dai No Triv tesi bislacche e manovre politiciste”

Piercamillo Falasca, economista e direttore editoriale di Strade, è il portavoce del fronte dell’astensione al voto per il Referendum del 17 aprile per il Movimento Ottimisti e razionali.

Perché gli italiani non dovrebbero andare a votare domenica prossima?
Perché questo referendum rappresenta un danno per l’economia, per l’ambiente e per la stessa democrazia italiana. I cosiddetti No-Triv prendono in giro gli italiani: li illudono che domenica potranno schierarsi a favore delle energie rinnovabili e contro le “trivelle”. È falso: già oggi, per legge, non sono più possibili nuove concessioni di estrazione e nuove trivellazioni entro le 12 miglia marine dalla costa; il referendum riguarda esclusivamente piattaforme operanti da oltre 40 anni in Italia e che estraggono in prevalenza gas naturale in piena sicurezza e rispetto dell’ambiente. Noi scegliamo l’astensione come forma consapevole e democratica di opposizione ad un tentativo ideologico di bloccare un pezzo di industria, di lavoro e di tecnologia italiana. Noi siamo veri ambientalisti, non inseguiamo le tesi bislacche dei No-a-tutto né le manovre politiciste di qualche presidente di Regione. Ha notato che chi oggi è No-Triv spesso non vuole nemmeno gli impianti di biomasse o le pale eoliche?

Affermate che si tratta di un referendum “ideologico” eppure il tema della transizione energetica verso un’economia low carbon è prioritario in molte agende europee. Non è arrivato il momento di uscire dall’era dei combustibili fossili?
È già iniziata la transizione verso l’abbandono delle fonti fossili, chi racconta di una Italia quasi preistorica sul piano della conversione energetica mente sapendo di mentire: nel 2014 il 17 per cento del fabbisogno energetico italiano è stato soddisfatto da energie rinnovabili, un obiettivo raggiunto con sei anni di anticipo rispetto al piano europeo 2020. Ma nel mix energetico dei prossimi decenni avremo ancora bisogno di gas naturale, che è una fonte pulita e sicura. Noi abbiamo una bassa dipendenza dal carbone, molto inquinante, proprio grazie al gas naturale! E allora perché non valorizzare quello che abbiamo in Italia, a km 0? Per i nostri fornelli, le caldaie o le automobili ibride preferisco che si usi il gas prodotto in Italia, senza dover aumentare ulteriormente le importazioni dalla Russia di Putin o dai paesi arabi.

Oggi l’offerta mondiale di petrolio è maggiore della domanda. Il prezzo del Brent è crollato a 40 dollari al barile, quali sono  i reali investimenti delle compagnie petrolifere?
Il prezzo è determinato dalla domanda e dell’offerta dei mercati finanziari, questo vuol dire che nelle stesse condizioni di domanda e offerta il prezzo è passato in tempi brevissimi da 9 a 150 dollari al barile, poi a 37, a 135 e in questo momento intorno ai 40. Nulla esclude che possa tornare a crescere e rimbalzare al di sopra dei 100 dollari. Gli investimenti si concentrano dove sono presenti idrocarburi, e devo dire che gli ultimi anni ci dimostrano che la quantità di idrocarburi è ancora molto elevata, abbiamo riserve per 50 anni di petrolio e 60 anni di gas naturale – queste sono le riserve accertate, nuove esplorazioni garantiranno sicuramente nuove scoperte.

Perché secondo lei è giusto attribuire una concessione fino all’esaurimento del giacimento,  per lo Stato non sarebbe preferibile rinegoziare le  concessioni alla loro scadenza senza rinnovarle in automatico, in modo da ottenere qualcosa in più e apportare le modifiche del caso, tenendo conto delle circostanze del momento?
Stiamo parlando di un regime di phasing-out, un regime transitorio verso il definitivo abbandono delle piattaforme entro le 12 miglia. Vige un divieto per nuove concessioni e, giustamente, ci si è posto il problema di far proseguire la produzione nei giacimenti già in produzione, molti dei quali hanno già una vita pluridecennale alle spalle, fino al loro esaurimento. I controlli sulla sicurezza e sull’ambiente sono costanti e molto rigorosi. Cosa dovrebbe ottenere di più lo Stato dalle rinegoziazioni? Se si vuole agire sul livello delle royalties o della tassazione più generale si può fare, se si ritiene opportuno, ma questo davvero c’entra poco con il tema dei rinnovi delle concessioni. È un argomento usato strumentalmente, a mio parere. In Italia le royalties sono basse ma ci sono giacimenti che neanche le versano. Nel 2015 su un totale di 26 concessioni produttive solo 5 di quelle a gas e 4 a petrolio, hanno pagato le royalties.

Tutte le altre hanno estratto quantitativi tali da rimanere sotto la franchigia. Non pensa che sia un sistema da correggere?
Delle due l’una: o pensiamo di correggere il sistema delle royalties o pensiamo di interrompere la produzione nazionale, portando quindi le entrate fiscali a zero. Ricordiamo peraltro che un settore economico produce entrate fiscali anche attraverso la tassazione degli utili d’impresa e la tassazione del lavoro, oltre a quanto viene generato attraverso l’indotto. Parliamo di un settore che impiega 11mila lavoratori e di un indotto di altri 20mila unità circa. Ed è un settore in cui l’Italia ha una indiscussa presenza e importanza mondiale. Da quando in qua l’Ente Nazionale Idrocarburi è diventata una “multinazionale straniera”? È una società pubblica che produce ricchezza per l’Italia, occupa ingegneri, chimici, geologi, operai specializzati, che stacca cedole al bilancio dello Stato e che investe più di tutti nella ricerca e sviluppo di energie rinnovabili.

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