Intervista a Lamberto Zannier: “Profughi climatici, l’emergenza futura”

Clima
epa04411504 Lamberto Zannier, Secretary-General, Organization for Security and Co-operation in Europe (OSCE) attends a meeting with United Nations Secretary General Ban Ki-moon (not pictured) during the 69th session of the 69th session of the United Nations General Assembly at United Nations headquarters in New York, New York, USA, 21 September 2014. At the annual gathering beginning 24 September, representatives from the 193 UN member states and the Palestinian Authority, the Vatican and the European Union will try to make headway on the most pressing crises and lay out their visions for long-term international development.  EPA/JASON SZENES

Il segretario generale Osce: “Le variazioni del clima stanno provocando in molte aree del mondo problemi di sicurezza”

«Il mio obiettivo è quello di integrare il fattore ambientale nelle politiche sulla sicurezza, del resto l’approccio Osce alla sicurezza lo consente perché è un approccio ampio: parliamo di diritti umani, di misure di fiducia militari, di cambiamenti climatici, tutti aspetti considerati come elementi di una strategia ampia di sicurezza. Io voglio insistere affinché l’attenzione ai temi ambientali si imponga come uno dei pilastri di questa strategia». Così comincia l’intervista a Lamberto Zannier, Segretario Generale dell’OSCE, la più grande organizzazione regionale per la sicurezza al mondo impegnata a garantire la pace, la democrazia e la stabilità a oltre un miliardo di persone. Quella che stiamo affrontando è la peggiore crisi dei rifugiati dalla seconda guerra mondiale e il nostro paese si trova a dover fronteggiare un flusso migratorio senza precedenti. Nella crisi dei migranti, sono cruciali alcuni aspetti: quello umanitario, in base al quale occorre individuare chi abbia effettivamente diritto all’asilo; quello della sicurezza, legato al contrasto al traffico degli esseri umani; quello sociale, dal momento che la crisi migratoria ha posto l’Europa di fronte alla necessità di rafforzare l’integrazione. Ed infine quello ambientale. Nel 2015 gli effetti dei cambiamenti climatici hanno provocato lo spostamento di oltre 36 milioni di persone nel mondo. Le alluvioni, la siccità e gli altri eventi metereologici estremi di quest’ultimo anno, hanno infatti portato ad un incremento del 100% del numero di migranti rispetto alla media dei 5 anni precedenti.

Quali sono le previsioni sul numero dei profughi climatici nei prossimi anni?
«L’UNHCR, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di rifugiati, prevede nell’arco dei prossimi trent’anni la migrazione di oltre 150 milioni di rifugiati ambientali, concentrati soprattutto nell’Africa subsahariana, in India, Cina, Messico ed America Centrale. Quello a cui noi stiamo assistendo nello spazio Osce è un’evidenza ormai chiara: le variazioni climatiche stanno provocando problemi di sicurezza. Noi cerchiamo di valutare quali siano i rischi nel futuro prossimo e anche a più lungo termine e stiamo cominciando ad identificare i cambiamenti climatici come una minaccia alla sicurezza. Vediamo come certe aree come l’Asia centrale siano più esposte a questo fenomeno, problemi come la mancanza d’acqua cominciano a provocare spostamenti di popolazioni che hanno delle conseguenze sull’economia locale. Anche in Siria la progressiva desertificazione scoraggia le persone a restare, ovviamente in questo paese la causa primaria è il conflitto, tuttavia se le condizioni climatiche cambiano, ovviamente far rientrare queste persone nel paese d’origine sarà più difficile».

C’è una differenza tra i flussi migratori a cui stiamo assistendo, legati a situazioni di conflitto contingenti e temporanee nei paesi d’origine, con i flussi migratori determinati dai cambiamenti climatici che provocano situazioni di irreversibilità?
«Ovviamente uno dei fenomeni delle migrazioni dei profughi è proprio la conseguenza del conflitto, quindi noi cerchiamo di lavorare proprio sulla risoluzione dei conflitti. La soluzione in questi casi è creare le condizioni per un ritorno delle persone nelle zone da cui provengono. E di solito una volta terminato il conflitto, le popolazioni tendono a ritornare nelle terre d’origine. Mentre con il cambiamento climatico la situazione è diversa, queste zone diventano inabitabili. La tendenza globale sarà comunque quella di un movimento da quelle aree verso aree dove le condizioni saranno migliori. L’Europa in prospettiva potrà essere una zona che attrarrà movimenti di profughi climatici e di migrazioni».

Secondo lei queste previsioni sono integrate nelle politiche europee, nazionali?
«Ho l’impressione che non siano integrate per nulla. Uno dei più grossi problemi che abbiamo è che la cooperazione allo sviluppo è ancora molto nazionalizzata, anche se ci sono contesti come quello dell’Unione Europea dove si comincia a guardare a strategie comuni. Io credo che vada considerata in maniera più netta l’esigenza di una strategia condivisa proprio per prevenire queste forti flussi migratori. E questo, in prospettiva, varrà anche per noi, qui in Italia. Dovremmo cominciare a valutare gli impatti delle variazioni climatiche non solo in termini di impatto idrogeologico, ma anche con una prospettiva di lungo termine e capire che questi cambiamenti possono tradursi in catastrofi naturali. Potremmo aspettarci periodi prolungati di siccità, quindi anche l’utilizzo delle risorse naturali va rimodulato in modo che tenga conto degli effetti dei cambiamenti climatici».

Dal punto di vista del diritto internazionale i profughi climatici sono di fatto una categoria inesistente. Non sono contemplati in nessun trattato internazionale e rimangono esclusi dalla definizione di rifugiato stabilita dalla Convenzione di Ginevra del 1951. Come vengono riconosciuti attualmente questi profughi dal punto di vista giuridico?
«I migranti ambientali al momento verranno presentati come migranti economici, quindi il loro ingresso soggetto al consenso del Paese che li riceve. Dovremmo lavorare per cercare di riconoscere questa categoria, il problema sono i parametri. Sarà molto complesso anche tecnicamente lavorare su questa definizione di profugo climatico perché bisognerebbe definire le aree condizionate da cambiamenti climatici e poi sulla base di questa classificazione, discenderebbe la categoria di profugo. Dunque, no, al momento non sono riconosciuti, a meno che, come è successo nel Sahel, il cambiamento climatico provochi un conflitto».

Quindi occorre il conflitto per avere il diritto d’asilo?
«Si e dovremmo cercare di evitare questo passaggio ovviamente…».

Ci sono delle proposte al momento per affrontare questo fenomeno?
«Stiamo cominciando a parlarne adesso. Jeffrey Sachs, Professore alla Columbia University è uno dei padri della strategia dello sviluppo sostenibile ed è proprio con lui che vorrei lavorare all’interno dell’Osce per articolare una possibile strategia in questa direzione. Vorrei cercare di attivare di più anche il ruolo delle organizzazione regionali, abbiamo una comunità di paesi all’interno dell’Osce molto interessati a questi temi. Molti infatti sono i Paesi preoccupati per l’afflusso di migranti quindi è anche loro interesse lavorare in questa direzione, sugli impatti dei cambiamenti climatici e la loro ripercussione in altre aree».

Secondo lei in Italia c’è la consapevolezza da parte dell’opinione pubblica della gravità delle conseguenze dei cambiamenti climatici?
«Ho l’impressione che l’attenzione per i temi ambientali sia ancora troppo bassa. Dobbiamo capire che non ci sono più dubbi sul cambiamento climatico, è un dato di fatto, e ci sono una serie di politiche che vanno implementate per adattarci ma anche per contrastarlo. E poi dobbiamo integrare l’aspetto ambientale in tutte le politiche, e soprattutto riconoscere che c’è un problema di sicurezza legato ai cambiamenti climatici anche per il singolo cittadino. E’ necessario adottare una visione di lungo temine, pensare agli impatti sulle future generazione perché questo problema possiamo risolverlo solo noi, ora».

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