Jean-Paul Fitoussi: “Draghi ha salvato l’Europa, ora tocca agli Stati”

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L’economista: si apre la partita della crescita, i governi nazionali devono agire come imprenditori e investire in settori strategici

«Se fossero lungimiranti, i governanti europei dovrebbero erigere un monumento a Mario Draghi. Con le misure adottate, il presidente della Bce ha salvato l’Europa andando anche oltre il terreno di sua più stretta competenza. Ma ora la palla passa agli Stati dell’Unione, ed è in questo ambito che si gioca la partita decisiva: quella della crescita. I governi nazionali devono agire come “imprenditori”, facendo leva su tassi d’interessi molto bassi per investire in settori strategici quali l’istruzione, le infrastrutture, la ricerca. Perché non basterà deprezzare l’Euro per rilanciare la domanda interna». A sostenerlo è JeanPaul Fitoussi, Professore emerito all’Institut d’Etudes Politiques di Parigi e alla Luiss di Roma. È attualmente direttore di ricerca all’Observatoire francois des conjonctures economiques, istituto di ricerca economica e previsione, autore di numerosi saggi, l’ultimo dei quali è «Il teorema del lampione. O come mettere fine alla sofferenza sociale» (Einaudi, 2013).

Professor Fotoussi come valuta le misure annunciate dal presidente della Bce, Mario Draghi? «Draghi ha fatto il massimo e anche qualcosa di più rispetto al campo di sua strettissima competenza. Diciamo che, abbassando ulteriormente i tassi d’interesse e aumentando l’acquisto dei bond, il presidente della Bce ha gettato le basi per il salvataggio dell’Europa, creando le condizioni per politiche di crescita della domanda interna, mettendo ad esempio una tassa sul denaro non utilizzato dalle banche per prestiti sia al settore pubblico che a quello privato. Sui tassi, in particolare, la Bce ha non solo tagliato di 10 punti base il tasso sui depositi delle banche presso la Bce stessa, già oggi a -0,30%, portandolo a -0,40%, per cercare di disincentivare le banche a “parcheggiare” la liquidità a Francoforte e spingerle agli impieghi, ma ha anche portato a zero il tasso principale di rifinanziamento e a 0,25% quello marginale, tagliando entrambi di 5 punti base. Si tratta in tutti e tre i casi dei minimi storici. Tra le conseguenze che questa manovra comporta, c’è quella di un ulteriore deprezzamento dell’euro. E ciò porta con sé degli effetti di particolare importanza, che possono assumere connotazioni positive o negative a seconda delle politiche di sostegno all’economia che verranno assunte, o non assunte, dagli Stati dell’Ue».

Professor Fitoussi, negli anni della crisi economica, nel linguaggio comune sono entrati termini economici e finanziari che prima erano appannaggio degli addetti ai lavori. Per questo le chiedo di aiutarci a capire rischi e benefici di questo intervento sul denaro. «Provando a semplificare al massimo: con tassi d’interesse cosi bassi, il denaro non è più attratto a venire in Europa. Quello che le misure della Bce ha rafforzato, è un processo che favorisce le esportazioni. Ciò di per sé non è negativo, a condizione, però, che gli Stati dell’Unione europea non si adagino su questo ma aiutino, con misure e politiche adeguate, un rilancio dell’economia che per essere tale, e avere un futuro solido, non può fondarsi solo sulla domanda esterna. Perché se fosse così il gioco si farebbe molto pericoloso. e questo perché gli altri attori dell’economia globale non resteranno passivi e prenderanno le loro contromisure. All’Europa si può fare la stessa critica che si fece alla Cina: avere una moneta molto bassa e un eccesso di esportazione. E qui ritorniamo al messaggio di Draghi che non tutti i destinatari sembrano aver compreso o fanno orecchie da mercante».

Qual è il “Draghi-messaggio” rivolto ai Ventotto? «Io sto facendo il massimo ma ora tocca a voi, altrimenti la situazione rischia di diventare molto pericolosa, innescando una guerra delle monete. Con la manovra sui tassi, gli Stati possono investire con una redditività molto superiore ai tassi d’interesse. C’è un beneficio per loro. Ma è anche un’azione obbligata, quello di agire come “Stati-imprenditori” se si vuole ricreare fiducia tra i privati e aumentare la domanda interna ai Paesi europei. Oggi i privati non investono non solo perché non c’è domanda sufficiente ma anche perché non hanno fiducia. Si chiedono: perché devo rischiare io se lo Stato non lo fa? C’è un grande bisogno di investimenti pubblici in settori strategici come l’istruzione, le infrastrutture, la nuova economia, la ricerca. Siamo davvero ad un passaggio cruciale: se i governi non si muovono, questo significherà che siamo condannati a restare prigionieri della paura della deflazione, e allora addio alla crescita».

Professor Fitoussi, dato a Draghi ciò che è di Draghi. Le chiedo: le leadership europee saranno all’altezza di questa sfida? «Sinceramente temo di no. Vorrei sbagliarmi, ma non credo. Mi sembra che il solo Renzi combatta in questa direzione ma non è supportato, neanche dagli altri leader socialisti e progressisti europei, tanto meno dalla Merkel».

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