Ingrao: “In Unione sovietica Berlinguer mandò me, che ero diverso”

Ingrao
Guido Montani Fargna

La seconda parte dell’intervista a Pietro Ingrao realizzata tre anni fa e rimasta inedita, in cui l’ex dirigente del Pci racconta il suo viaggio in Unione Sovietica e Corea del Nord

“Ma no, rimanete ancora è presto, non andate”, dice Ingrao, durante la conversazione mentre il giorno è ormai concluso, con la consueta passione per il dubbio, per le domande, per la bellezza degli incontri, non risponde solamente alle domande, ma ne pone tante altre, infinite e alle volte assolute. Domande che ancora spesso mi pongo, perché più una domanda è innocente e più è perforante. “Perché sei qui? Chi te le ha messe in testa queste cose? Perché perdi tempo con un vecchio?”, la sequela di dubbi, di chi circoscrive la propria vita non nell’apologia ma nel quotidiano diventa quasi un mantra. Chiedersi perché si va a conversare con Pietro Ingrao forse è una non domanda, verrebbe vista se esplicitata come un atto peregrino di scarsa umiltà.
“L’acqua è una cosa miserabile”, risponde a chi gli chiede durante la conversazione se avesse sete e forse quel sorriso lieve tra le sue rughe rimane la costante più bella tra i ricordi.

Dalla fase della Resistenza e dell’antifascismo, la sua vita è stata legata indissolubilmente a quella del Partito Comunista italiano. Qual è il viaggio che ricorda in modo particolare?
La trasferta in Unione Sovietica e Corea del Nord.

Da chi fu inviato?
Mi inviò il segretario Enrico Berlinguer, che non voleva esporsi in primo piano con l’opinione pubblica italiana in un momento complesso. Temeva che le speculazioni di alcuni pezzi del giornalismo lo raffigurassero come un soldatino del Cremlino. Quindi andai io, che ero diverso.

Cosa pensò una volta in URSS?
Toccai con mano la diversità tra il modello comunista italiano e quello sovietico. Una sera poi mi accompagnarono all’aeroporto due dirigenti del PCUS, due cagnacci molto cattivi, due brutte persone. Con la Corea del Nord avevo un rapporto molto lungo, sono stato lì per molti giorni. Di quel viaggio ricordo una cosa molto bene, il passaggio tra il giorno e la notte mentre ero in aereo. Me lo ricordo come fosse un’alba inenarrabile, perché si svolse tutto nel buio e da un lato vedevo l’aurora e dall’altro la notte. Un’alba che si riunificava le due Coree, divise dalla politica, uno spettacolo straordinario. Dal finestrino dell’aereo vidi levarsi il cielo rosso: era forse il sol dell’avvenire. Uno spettacolo meraviglioso, andavo via dalla notte moscovita al giorno coreano.

Come andò politicamente quel viaggio, in una nazione così rigida?
In quel viaggio in Corea incontrai Kim Il Sung, che ebbe uno sfogo aspro contro tutta la sinistra europea, ci accusava di non proteggere abbastanza l’esperienza rivoluzionaria coreana. Era un personaggio assai complesso e iracondo. Mi fece una grandissima filippica anche contro gli Stati Uniti, i coreani del sud, era un personaggio ingombrante.

Cosa riportò a casa da quel viaggio?
Che la nostra esperienza di comunisti italiani era piena di imperfezioni, ma era un percorso degnissimo e carico di libertà. Oggi quanti hanno libertà di idee che avevamo noi? E adesso, come vanno le cose in Italia? Vedo qualcuno che vaga tra destra e sinistra, che decide secondo convenienza. Questo noi non lo abbiamo mai fatto. Mai.

(qui la prima parte dell’intervista a Pietro Ingrao)

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