“In Tv non bisogna litigare per forza. Prendete esempio da Papa Francesco”

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epa05049505 Pope Francis speaks to journalists aboard the flight from Bangui to Rome, 30 November 2015. Pope Francis ended a six days visit that took him to Kenya, Uganda and the Central African Republic from 25 to 30 November.  EPA/DANIEL DAL ZENNARO / POOL

Bruno Mastroianni presenta il suo libro “Parlare di fede in Tv” (scritto insieme a Raffaele Buscemi) e dà qualche suggerimento per superare la crisi dei talk show

In questi giorni facendo zapping o seguendo in maniera più approfondita il dibattito televisivo, i temi cardine nei quali ci imbattiamo sono due: terrorismo e fede. Dagli attentati di Parigi, passando per Vatileaks fino ad arrivare alla questione del presepe nella scuola di Rozzano, si assiste al muro contro muro a prese di posizioni ideologiche oppure al fallimento della linea comunicativa di un ecclesiastico, un religioso o semplicemente un credente che non riesce a trasmettere pienamente le sue convinzioni o ancor peggio per creare enfasi le distorce. Questo effetto ovviamente non riguarda solamente la fede, ma anche il dibattito politico quotidiano, dove sociologicamente più che ad una battaglia di idee si assiste alla disputa di abbattere l’avversario.

Parlare-di-fede-in-TV.-Breve-corso-di-Media-Training-per-farsi-capire-sul-piccolo-schermoPer prevenire questi scivoloni e soprattutto per non essere fraintesi, Bruno Mastroianni, giornalista, si occupa di comunicazione e relazioni con i media, professore incaricato di Media Relations della facoltà di comunicazione della Pontificia Università della Santa Croce, e Raffaele Buscemi, video reporter e istruttore di Media Training presso la facoltà di comunicazione della Pontificia Università della Santa Croce, hanno scritto un piccolo volume che si intitola Parlare di fede in Tv (ESC 2015), una sorta di corso di media training per permettere di affrontare in televisione o comunque davanti ad interlocutori riottosi delicati argomenti, di morale e di scelte di vita.

Il testo veloce, accattivante e pratico si legge in poco più di un’ora ed correlato da una appendice con alcuni esempi pratici di casi avvenuti in televisione. Il libro non è solamente una guida per addetti ai lavori, ma è anche un piccolo manuale per districarsi nelle situazioni di conflitto sui luoghi di lavoro, durante assemblee o riunioni, una sorta di regola aurea per non perdere mai di vista il proprio perimetro comunicativo e per determinare in maniera sana la comunicazione. Parlare di fede in Tv aiuta anche a comprendere fuori dagli stereotipi che esiste un modo di essere fedeli alle proprie convinzioni senza dover per forza “annichilire dialetticamente gli altri”. Uno degli autori, Bruno Mastroianni, ci ha raccontato la nascita di questo volume.

Come nasce l’idea di questo libro?
Chi parla di fede in Tv spesso viene frainteso non tanto perché non ha argomenti ma perché non è sufficientemente consapevole delle dinamiche televisive. Questo testo vuole essere una breve guida pratica per farsi capire soprattutto in contesti “ostili”. L’idea è che proprio in queste condizioni “avverse” si creano le migliori occasioni per comunicare: le obiezioni che “sfidano” le nostre convinzioni, non sono un ostacolo, ma il migliore alleato per dire qualcosa a tutti. Questo il succo del testo.

I talk show sono sempre più strillati e intasano la programmazione televisiva nonostante gli ascolti siano in picchiata. Quanto comunica male la politica nel piccolo schermo?
La contrapposizione di fatto è una scorciatoia per attirare l’attenzione. Funziona come le risse a scuola: se due studenti se le danno, è automatico che si formi il capannello di curiosi attorno. Ma alla lunga le contrapposizioni sono sterili: lasciano solo il ricordo dello scontro, mettendo in secondo piano le domande reali e i temi concreti. Un altro modo di comunicare è invece possibile: si può comunicare disinnescando gli scontri e costruendo legami, piuttosto che distruggerli per contrasto, tanto per attirare l’attenzione.

Il libro, oltre una trattazione metodologica, offre degli esempi pratici di defezioni o trattazioni positive. A tuo avviso complessivamente come viene affrontata la fede sui media?
C’è un interesse enorme per la fede nel pubblico televisivo. Il problema è che spesso non si sa rispondere adeguatamente a questa sete. I casi che abbiamo analizzato nel testo lo mostrano: quando un credente fa lo sforzo di spiegare le sue posizioni, senza litigare e prendendo sul serio le obiezioni degli interlocutori, quando si concentra su ciò che ha da dire piuttosto che sulla “fustigazione” dell’errore altrui, questo crea uno spazio di ascolto e di interesse.

Nel libro la struttura si basa su un’analisi della forma e del contenuto da esporre, entrambi carenti a giudicare la società dell’informazione. Non pensi che il problema risiede anche nelle redazioni che chiamano più che esperti, personaggi, in grado di fare rumore invece che di informare?
Capovolgerei la questione. La sfida che abbiamo di fronte è quella di dimostrare che in Tv (e in realtà sui media in generale) paga di più lo sforzo di farsi capire che quello di guadagnare spazi per contrasto. Attirare l’attenzione è da tutti, farlo dando contenuti consistenti richiede lavoro, autenticità, creatività. Meno invettiva e più inventiva, dovrebbe essere lo slogan di una nuova corrente di comunicatori, giornalisti, politici ma anche di persone comuni, in tutti i luoghi – ad esempio sui social o al bar.

Il pontificato di Francesco ha un passo comunicativo importante e innovativo. Sui media tradizionali come viene a tuo avviso vissuta questa esperienza, per eccessivi luoghi comuni o con una giusta analisi?
Papa Francesco si è liberato dello schema utilitarista della comunicazione intesa come “trasmettere messaggi” o “avere impatto sul pubblico”. La comunicazione è per lui il luogo dove si coltiva il rapporto con l’altro. I mezzi di comunicazione lo hanno colto, infatti gli danno spazio, fiducia, sono disposti ad ascoltarlo. E’ il segnale della sua capacità di far cadere barriere. Poi si può discutere se il messaggio è colto fino in fondo o se il Papa è un po’ tirato per la giacchetta, ma è ciò che accade sempre nelle relazioni: non c’è l’esattezza scientifica ma il procedere passo passo, capendosi un po’ alla volta, talvolta fraintendendosi. Il Papa è un vero esempio di cristiano che sa correre il rischio delle relazioni.

Siamo alle porte del Giubileo della Misericordia, un evento epocale, forse offuscato dai recenti attentanti di Parigi. Cosa pensi che cambierà nella chiesa dopo questo Anno Santo?
Non è tanto ciò che cambierà nella Chiesa quanto cosa cambierà in chi vivrà il Giubileo. La misericordia è, se mi si permette l’espressione, l’ “assopigliatutto” di Dio: chi non ha qualcosa da farsi perdonare? Chi non sente di essere limitato? Il Dio cristiano ha una grande notizia per ciascuno: ti cerco proprio lì dove sei, così come sei, ti voglio salvare. L’Anno Santo aiuterà tutti a ricordare questa buona notizia – il Vangelo – la prima che si è diffusa in modo virale in tutto il mondo, anche quando non c’erano i social network.

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