“Il Vangelo di Marco? Un western alla Sergio Leone”

Dal giornale
Lo scrittore Sandro Veronesi durante le prove della serata di inaugurazione della decima edizione di Letterature Festival Internazionale di Roma, alla Basilica di Massenzio al Foro romano in Roma, oggi 19 maggio 2011.
ANSA / ANDREA STACCIOLI

Parola di Sandro Veronesi, premio Strega nel 2006 con “Caos calmo” e autore di “Non dirlo”, il libro dal quale è tratto il monologo che domenica andrà in scena al Parco della Musica Roma

Sandro Veronesi è sorpreso almeno quanto noi… «Non avrei mai pensato di salire su un palcoscenico e mettermi a recitare». Anche se la messa in scena che vedremo domenica all’Auditorium Parco della Musica di Roma è molto semplice. Nessuna scenografia. Sul palco solo lui, lo scrittore già premio Strega nel 2006 con Caos Calmo. Il suo corpo e la sua voce. D’altra parte il testo che dovrà interpretare, tratto dal suo ultimo libro, Non dirlo. Il vangelo di Marco (Bompiani), è stato scritto per essere letto ad alta voce. Ne parliamo con l’autore.

Sandro, il Vangelo di Marco torna all’oralità, come quando, ai tempi di Gesù, veniva predicato…

«Sapevo che sarebbe accaduto già mentre ero in fase di scrittura. Ho studiato molto prima di scrivere questo libro, certo mai avrei immaginato di salire sul palcoscenico, non avendo mai studiato recitazione… Tuttavia mi sono reso conto subito che la narrazione orale sarebbe stato l’esito finale. Il Vangelo è un testo nato per essere raccontato, tant’è vero che la lettura è sempre stata scoraggiata in mancanza di un precettore».

Nel suo libro invita i lettori ad “andare dritto per dritto”, come si dice a Roma: di leggere cioè tutto d’un fiato il racconto, e poi di leggere tutto d’un fiato le note, al contrario di quello che suggerisce David Foster Wallace ai lettori di «Infinite Jest». In teatro che tipo di scelta ha fatto?

«Ho scelto solo la suggestione del racconto, eliminando le note, anche se alcune sono entrate nel racconto».

Il Vangelo degli intellettuali – e penso prima di tutto a Pasolini – in genere è quello di Matteo, perché lei ha scelto Marco?

«Conoscevo poco il Vangelo di Matteo. Io non sapevo, per esempio, che fosse lungo la metà dei versetti rispetto a Matteo. In Marco manca il verbo, la parola. Perché? Me lo sono chiesto. Secondo la mia interpretazione Marco ha scritto il Vangelo a Roma e ha avuto come figlioccio Pietro. Quindi ha scritto per i romani, che hanno un immaginario tutto diverso rispetto ai giudei. I romani erano privi di spiritualità, quindi Marco ha dovuto adattare le vicende narrate a quell’immaginario. Tutta la parte in cui c’è azione – il corpo a copro con Satana, gli spostamenti marinari ecc.. – sono tipiche delle leggende ellenistiche. Per tre quarti il Vangelo di Marco è azione, una sorta di western, un kolossal americano, e tutto ciò è entusiasmante».

Il Vangelo di Marco come strumento di conversione, quindi?

«Tutti i Vangeli servivano a convertire. Certo, il racconto di Marco ha un inizio e una fine, e un ritmo che gli atri Vangeli non hanno. Ha un linguaggio diverso da tutti gli altri».

Lei è ateo, giusto?

«Preferisco definirmi non credente. La figura di Gesù mi ha sempre affascinato».

È un testo che consiglierebbe di leggere? Papa Wojtyla lo distribuì a tutte le famiglie…

«Arrivò anche me. Ma affrontai questo testo durante un corso di scrittura che tenevo alla scuola Holden. Mi resi conto che era una lettura mistica. A me appassionò, quindi credo sia un testo che può affascinare».

Jesus Crist Superstar?

«Sicuramente, ma il discorso della Croce non è da sottovalutare perché lì sta la differenza con il racconto epico».

Secondo lei è un testo che ha una potenza tale da convertire un islamico per esempio?

«Difficile convertire una persona che ha già un fede, può succedere quando ci si imbatte in una persona, per esempio col missionariato. È più semplice convertire i pagani. La cosa importante è che qui tutte le azioni sono compiute con una tecnica da guerriglia (senza violenza) contro i fondamentalismi. Una situazione opposta rispetto a quello che sta accadendo ora. Il fondamentalismo allora veniva demolito nel nome di Gesù. Per lui la fede è una liberazione, e questa è una visione molto moderna».

Come possiamo combattere gli attacchi terroristici dei nostri giorni?

«Purtroppo non sappiamo bene chi sono questi uomini, per questo è difficile combatterli: forza bruta o forza della mente? Fanatismo o bieco interesse di potere? Se vogliamo contrastarli dobbiamo conoscerli prima».

Quale può essere il ruolo di un intellettuale in questa situazione?

«Poco prima che morisse, fecero una domanda simile a Moravia e lui rispose: “zero”, facendo il segno con le dita. A volte ho avuto successo, premi, ma non sono una persona che viene ascoltata».

A proposito di premi, con «Caos calmo», vincitore del Premio Strega, abbiamo conosciuto Pietro Paladini, che poi abbiamo ritrovato anche in «Terre rare». Tornerà ancora?

«No, non tornerà. In Terre rare la voce di Pietro Paladini, che è il narratore, muore. Può darsi che rispunti come personaggio da qualche altra parte… che torni in un’altra forma, chissà».

Sta già scrivendo un nuovo romanzo?

«Sì, sto andando avanti con un’idea. Ho cambiato strada da poco nella vita e di solito le mie questioni personali influiscono sulla fattibilità dei miei progetti. Insomma,l’ispirazione per ora c’è ma non è detto che poi io cambi strda».

Ha mai pensato di collaborare con suo fratello Giovanni?

«Abbiamo già collaborato. Ma non è andata bene. Con lui ho un ottimo rapporto, ma non credo di essere adatto alla scrittura cinematografica».

Neppure per quella teatrale?

«Per quanto riguarda il teatro il problema è un altro. Purtroppo i testi contemporanei in Italia non entrano in repertorio. All’estero ogni due anni i grandi scrittori – da McEwan a Kureishi – scrivono delle commedie per il teatro. Qui continuiamo a portare in scena Pirandello, Goldoni, Cechov. Il teatro è troppo impegnato a pensare in che modo sopravvivere per potersi permettere di pensare alla scrittura. Comunque questo non vuol dire che nonostante tutto io possa decidere di scrivere per il teatro. Vedremo».

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