“Il teatro come presente”. Parla Valerio Binasco

Sipario
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L’attore-regista nuovo direttore dello Stabile di Torino

Valerio Binasco non se l’aspettava. Eppure la notizia che lo vede alla direzione artistica del Teatro Stabile di Torino, altrimenti detto Nazionale, sembra avere messo tutti d’accordo.

Binasco è attore modernissimo e regista che piace, di solida formazione e grande apertura, e allo Stabile torinese è quasi di casa, un po’ per il sodalizio con Mario Martone con cui ha collaborato in molte occasioni, teatrali e cinematografiche, un po’ perché a Torino sono nati alcuni dei suoi recenti lavori, come Filippo di Vittorio Alfieri di cui è stato anche protagonista, Il mercante di Venezia di Shakespeare con Silvio Orlando e Sogno d’autunno di Jon Fosse con Giovanna Mezzogiorno. E un po’ anche perché alla scuola dello Stabile, ora diretta da Valter Malosti, Binasco ha insegnato a più riprese.

E poi è piemontese di nascita, che non sarà di per sé un asso nella manica, ma insieme al resto non guasta. Anche se vive dall’altra parte del cosmo.

Come farai a conciliare questo impegno con la tua residenza australiana?

Ho sempre fatto metà e metà e ora mi fermerò in Italia un po’ più di prima. In questo periodo la mia famiglia è qui e ci sentiamo sempre felicemente randagi. Per un teatrante è normale vivere con la valigia 24 su 24.

Davvero si è trattato di una chiamata inattesa?

Sì, è arrivata all’improvviso. Nella mia storia non ci sono mai stati pensieri di incarichi istituzionali, al punto che non ho mai nemmeno fatto domande. Ma in questo caso il mio lavoro con Torino e con Martone hanno fatto gioco e mi hanno convinto ad accettare.

Allora non ti chiedo ancora quale sarà di preciso la linea direttiva. Parliamo invece della tua poetica.

Non scambiatemi per un intellettuale. Per me il teatro non è teoria ma immediatezza. Il teatro avviene al presente e parla al presente. E il passato non esiste se non come un lungo giorno che abbraccia anche noi, ma non attraverso uno sforzo intellettuale ma chiudendo gli occhi.

Nella tua carriera hai cominciato con autori contemporanei -molti stranieri e cito Pinter e Fosse ma anche italiani e cito Ginzburg, Pasolini, Testori-, poi solo più tardi ti sei avvicinato ai grandi classici e nel 2012 hai addirittura fondato la Popular Shakespeare Company. Da un punto di vista registico ci sono differenze significative di approccio?

No. Anche per i classici il problema non è la conservazione, la testimonianza, ma l’immediatezza. La lingua teatrale avviene al presente e parla al presente e deve suscitare l’identificazione. Deve spostare lo spettatore dal suo tempo che normalmente è proiettato al futuro o volto al passato, fermando l’attimo presente.

Ma come è avvenuta la svolta verso il repertorio classico?

Non si è trattato propriamente di una svolta. Fino a Romeo e Giuliettaavevo solo affrontato la drammaturgia contemporanea, poi dopo la prima totale immersione in Shakespeare come regista, ho toccato con mano che non c’è una differenza sostanziale tra classici e contemporanei. Penso anzi ai classici come al racconto di storie universali, grandi favole che parlano all’inconscio direttamente favorendo anche nello spettatore l’identificazione. Il mio obiettivo è operare perché attraverso il linguaggio scenico lo spettatore veda accadere qualcosa. E così è per gli autori contemporanei, così per Shakespeare, così per Euripide di cui ho appena messo in scena Le Fenicie a Siracusa (fino al 25 giugno n.d.r.).

In questo caso c’è anche in gioco la traduzione, che può essere più o meno favorevole e adatta a un certo tipo di lavoro e messa in scena. Mi domando però come hai fatto con una scrittura complessa e non immediata come quella di Vittorio Alfieri.

E’ bastato seguire la musicalità, la punteggiatura, il verso. Alfieri è un maestro, come Goldoni, Beckett, Pinter e affrontandoli impari da loro stessi come dire le battute.

Per lo Stabile metterai in scena il Don Giovanni di Molière, che debutterà il 3 aprile 2018 al Carignano. E’ già pronto il cast?

No, il cast non c’è ancora ma sarà molto meditato. Vorrò essere io stesso sorpreso da Molière e quindi anche in questo caso sarà come se fosse la prima volta. Uno spettacolo libero dal peso della tradizione e delle messe in scena precedenti. Per me un testo nasce nel momento stesso in cui si apre il sipario.

Un’eredità che ti arriva da Carlo Cecchi, con cui hai spesso lavorato, a cominciare da un memorabile Amleto.

Sì. Una scuola di pensiero. Quell’Amleto fu per me una rivoluzione copernicana. Lì capii che l’unico modo per entrare in quella dimensione era sbarazzarsi di tutto quello che nel tempo si è relazionato ad Amleto. E quell’esperienza non si è esaurita. Intendo dire che se il lavoro su Amleto non è finito è perché la mia vita non è finita.

Quindi buttiamo a mare la tradizione?

Ma no! La tradizione è ben presente nella mia vita. Adoro leggere la storia e tutte le storie inerenti a questo mestiere, però è presente come stimolo che accende una curiosità, non come monumento da testimoniare e ossequiare. Se la tradizione viene assorbita e non testimoniata con lo scopo di fare cultura, allora verrà fuori lo stesso, ma in modo spontaneo, immediato.

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