Il rugby nel nostro paese: tutto quello che c’è da sapere

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Gioco tradizionalmente associato ai valori più alti dello sport, nonostante il non esaltante rendimento della Nazionale, le divergenze di visione tra gli addetti ai lavori e le critiche alla Federazione italiana, il rugby potrebbe essere una risorsa preziosa. Ne abbiamo parlato con Nicola De Cilia, autore di “Pedagogia della palla Ovale”

Mens sana in corpore sano; nell’adagio di Giovenale, quasi duemila anni fa, risuona un monito spesso disatteso: in particolare nello sport di oggi. La tragica deriva del calcio, per esempio, ha contaminato le fondamenta del gioco più popolare d’Italia; dalla corruzione dei vertici di potere, fino alle intemperanze di genitori incattiviti nei campetti di provincia, la possibilità di trarre qualsiasi tipo di modello edificante appare un lontano ricordo: qualsiasi sinergia tra mente sana e corpo sano sembra definitivamente pregiudicata. Per fortuna da una quindicina d’anni, più o meno da quando la nostra nazionale è entrata nel 6 Nazioni, il rugby è uscito dalla sua dimensione storicamente defilata, quasi da sport di nicchia, per approdare, anche qui da noi, al mainstream dello sport di massa; ed il rugby, costitutivamente, dalla sua genesi, è intimamente legato ad una prospettiva pedagogica: il preside inglese che lo inventò, come dispositivo per canalizzare le intemperanze degli studenti, aveva bene in mente il legame tra sport ed exemplum di decubertiana memoria.
Ma al di là del nobile lignaggio, il fair play elevato a regola (nessuno può contestare l’arbitro tranne il capitano) e la famosa convivialità del terzo tempo (quando le squadre fraternizzano a fine gara), il rugby è pur sempre fatto da esseri umani, e da solo non può garantire il mantenimento di questo tradizionale status di sport maschio ma per gentiluomini: nerboruti atleti che antepongono la lealtà alla realizzazione, l’aspetto ludico pedagogico a quello meramente competitivo economico.
Pedagogia della palla ovale, in questo senso, è un illuminante resoconto sullo stato dell’arte di questo sport emergente in Italia: sarà in grado il rugby, diventando famoso, di resistere alla deriva deteriore di altri sport? Come lo viviamo in Italia? Quali sono le eccellenze, quali i problemi e i preconcetti che ci condizionano? Come possiamo usare questo gioco per migliorare la società?
Tutti questi aspetti compongono il libro di Nicola De Cilia, critico letterario e professore di liceo, collaboratore storico di Lo Straniero e Gli Asini, casa editrice del libro.

Com’è strutturato la Pedagogia della palla Ovale?
Si tratta principalmente di un’inchiesta, di un viaggio in Italia per incontrare le varie anime della palla ovale e verificare come vengono cresciuti e educati i giovani, dall’età infantile fino alla maturità: gli sport, e il rugby in particolare, sono diventati un’agenzia educativa di grandissima importanza, a cui i genitori spesso delegano compiti pedagogici a cui loro stessi si sottraggono. La prima parte del libro è centrata sui club e sulle Accademie, e a parlare sono dirigenti e allenatori, preparatori atletici e giocatori, ma anche “grandi vecchi” quali Franco Ascantini o psicologi dello sport e giornalisti. Nella seconda parte, racconto il rugby di “frontiera”, quello giocato nei campetti polverosi di Scampia o di Castelvolturno, nelle carceri, con utenti psichiatrici, nei quartieri multietnici di Abbiategrasso o a alta densità mafiosa di Librino, a Catania.

Dalle interviste ai numerosi addetti ai lavori che ruotano intorno al mondo del rugby (dagli sportivi ai dirigenti, dagli psicologi ai giornalisti) emergono, semplificando, due linee di pensiero. Coloro i quali vedono nella ribalta di questo sport, ed il conseguente esponenziale incremento degli introiti economici, un elemento positivo. E chi invece individua in questo fatto un germe nocivo per il mondo rugbistico. Quali sono le motivazioni di entrambe le fazioni? E’ possibile secondo te una conciliazione tra le due istanze?
Il rugby, per molti versi, è uno sport fortemente conservatore: basti pensare alle resistenze al passaggio al professionismo, avvenuto in tempi relativamente recenti, nel 1995. Però, credo che oramai nessuno desideri un ritorno al passato: il problema, mi sembra, è come gestire il presente, ed è su questo punto che le due “fazioni” faticano a intendersi: quali le scelte da fare? Investire sull’alto livello, in modo che faccia da traino, o sui club e sulla formazione dei tecnici? Lo scontro è qui, credo, e la coperta, nonostante i ricchi introiti che provengono dal sei nazioni, resta abbastanza corta, come si suol dire. Il prossimo anno, nel 2016, ci sarà il rinnovo della presidenza della FIR, e il confronto si farà duro. In Italia, il rugby è la Federazione più ricca, dopo il calcio. L’alto livello – mi riferisco in particolare alle due squadre che giocano il campionato celtico con i club scozzesi, irlandesi e gallesi – assorbe molti soldi del budget federale, e purtroppo, dopo cinque anni, i risultati stentano a arrivare: i risultati deludenti della Nazionale al Mondiale inglese son lì a confermare lo stato di difficoltà. A questo, aggiungiamo che il numero delle Accademie under 18 – che dovrebbero formare i giocatori delle future nazionali – è considerato eccessivo da una parte del movimento rugbistico (con molte riserva anche sulla sua valenza pedagogica) e contribuisce a aumentare le fibrillazioni in seno al movimento. Come ha detto Daniele Pacini, dirigente della Roma Capitolina, se con l’alto livello abbiamo commesso errori grossolani, non possiamo permetterci di fare errori con i bambini: l’attenzione deve concentrarsi sui giovani e sulla formazione degli allenatori.

Nel libro vengono messi in luce alcuni errori commessi dalla federazione Italia nell’impostare un programma, una pianificazione in grado di elevare la condizione di questo sport nel nostro paese; in particolare il fatto di intendere l’essenza di questo gioco come qualcosa che abbia a che fare soprattutto con la muscolarità e la prestanza dell’atleta, sottovalutando forse aspetti di tipo mentale o strategico. Questo, unito ad un’eccessiva burocratizzazione, tipicamente italiana, ed un sistema farraginoso nel gestire le risorse giovanili, emergono come intoppi fondamentali nello sviluppo del rugby in Italia. Da cosa derivano queste criticità secondo te?
Non è facile rispondere a una domanda del genere: da una parte, sicuramente, la nostra antropologia, in cui il culto del “particulare”, cozzando con l’etica anglosassone e protestante, gioca la sua parte velenosa. E poi il secolare provincialismo, che si traduce in una forma di sudditanza psicologica verso i “maestri”, siano essi neozelandesi, inglesi o francesi, da cui ci si aspetta ricette miracolose, senza però aver coraggio di metter mano a scelte difficili e poco popolari. E aggiungiamo anche che con l’alibi del dilettantismo, spesso i dirigenti non hanno curato la loro preparazione, tollerando la scarsa preparazione degli allenatori: non solo tecnica, ma anche psicologica, perché un allenatore è e deve essere anche un educatore, su questo non si transige. Anche nel rugby, si tende a volte alla rendita di posizione, con un conseguente scarso ricambio ai vertici. Forse, direi ci vorrebbero più coraggio e lungimiranza, più competenza e progettualità, meno don Abbondi, più fra Cristofori.

Nel capitolo conclusivo “Rugby di frontiera”, il tuo sguardo si posa su quelle esperienze che fanno del rugby il tramite per agire sulla collettività: divenendo fondamentale dispositivo di riqualificazione, inclusione, adattamento sociale. Secondo te quale sono le specificità che rendono la pratica di questo sport una prassi più adatta di altre per assolvere a tale funzione?
Metterei come prima cosa il senso di lealtà che il rugby richiede insieme al sacrificio, la forza del collettivo, la capacità di offrire un riscatto, elementi che se condivide anche con altri sport, qui trovano una sorta di concentrazione, di esaltazione – al di là di una certa retorica che ammanta e affligge il nostro sport. Ma forse, la sua forza sta anche nella capacità di formare persone in grado di assumersi responsabilità: questo dipende dal gioco stesso, in cui non ti puoi nascondere e fa sì che si eviti il piagnisteo e l’autocommiserazione (questi sì veri sport nazionali), e spinge, nello spazio a disposizione o che si conquista, a rimboccarsi le mani per darsi da fare. In fondo, come dice un personaggio del libro, lo spirito che impregna il rugby è uno spirito di contrapposizione, il bisogno di lottare per essere rispettati.

Per concludere ritorniamo all’inizio: il libro si apre con una citazione di Jean Renoir  “In questo mondo la cosa spaventosa è che ognuno ha le sue ragioni”. Se questo e vero: è sempre possibile comporre le ragioni antitetiche di tutte le parti in gioco? Il Rugby potrebbe essere una metafora di questa possibilità salvifica?
Non so se sia sempre possibile una soluzione ecumenica, le visioni – all’interno del rugby come di qualsiasi altra realtà umana – sono spesso conflittuali e non è detto che possano trovare una composizione. Lealtà vorrebbe – quella lealtà più spesso celebrata che praticata – che una volta presa una decisione, si concorresse tutti insieme a raggiungere un unico risultato: realtà dice che noi più spesso somigliamo a quel marito che si evirò per dispiacere alla moglie.
Per rispondere al secondo quesito: nel rugby tutti, ma proprio tutti, corrono e concorrono al raggiungimento della meta, nessuno può tirarsi indietro, e in questo, sì, è una bella metafora. Se poi sia anche metafora di salvezza, immagino per questo nostro povero Paese, questo però non saprei dire: personalmente, tendo a diffidare dei miracoli. E anche questa mia convinzione è
perfettamente… ovale.
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