Il potere infinito dell’amore. Intervista a Antoine Leiris che perse la moglie al Bataclan

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Antoine Leiris ha perso la moglie nella strage del Bataclan. È rimasto da solo con il figlio di due anni. Ha scritto un libro bello ed emozionante che si intitola: “Non avrete il mio odio”

Non avranno il suo odio ma una dichiarazione d’amore. Il 13 novembre, Hélène, la compagna di Antoine Leiris resta uccisa durante l’attentato al Bataclan di Parigi. Antoine, 34 anni, era rimasto a casa con il loro bambino di appena 17 mesi. La notizia dell’attentato gli giunge attraverso la televisione, e la notte passa fra gli ospedali di Parigi, a cercare Hélène tra i 352 feriti che si aggiungono ai 130 morti colpiti dai jihadisti della capitale francese. Soltanto la sera del 14 novembre Antoine avrà la certezza che la sua compagna ha perso la vita, e che la sua, di vita, sarebbe cambiata per sempre. La visita all’istituto medico legale per rivedere l’ultima volta la madre di suo figlio. Il funerale, al quale decide di non portare il piccolo. Il dolore che preme, l’insensatezza del destino, la responsabilità di essere un padre solo, la rabbia per la violenza inspiegabile che si è abbattuta proprio sulla sua piccola famiglia fino ad allora piena d’amore. Sentimenti troppo forti per restare inespressi. Così Antoine decide di scrivere una lettera appassionata, per dire che tutto questo non può cambiare nel profondo i sentimenti di chi ha vissuto fino ad ora coltivando un sogno positivo, senza odio.

Il messaggio sui social

“Non avrete il mio odio” è il titolo del post che decide di pubblicare sulla sua pagina Facebook, senza pensare all’effetto che farà sul pubblico. Lo scrive per sé, per cercare di dare un senso al suo futuro, alla sua vita di padre di un bambino che ha perso la mamma per mano di assassini fanatici. Il successo del breve post di Antoine è straordinario. Quelle parole secche e decise, orgogliose e serene, commuovono la Francia e il mondo intero. Antoine Leiris decide di riprenderle in un libro che ne conserva tutta la forza iniziale: un libro magnifico (pubblicato in Italia da Corbaccio) , che racconta i dodici giorni successivi alla tragedia, fino al giorno in cui decide di portare suo figlio al cimitero di Montmartre, dove riposa la madre. Di fronte alla tomba coperta di rose e fiori bianchi, ripete il proposito di non odiare, per continuare a vivere. «Tutta la mia vita è sotto i miei piedi » scrive, “malgrado il dolore, malgrado l’assenza saremo sempre in tre”. Antoine Leiris è un uomo elegante, appassionato, la sua stretta di mano, il suo sguardo, la sua voce, sono l’immagine delle parole che scrive nel suo libro. Profonde, giuste, intelligenti, sensibili.

Hélène era rock’n’roll

Questo libro non è una terapia, un fiume di parole e di emozioni ma una riflessione ragionata e pudica, che non lascia spazio alla retorica. Bella e triste. Come la sua storia. “Non avrete il mio odio”. Da dove viene questo titolo magnifico?

Da una parte risponde a una voglia di sfida rispetto ai terroristi, ma dall’altra è una frase di riappacificazione che parla a mio figlio e alle persone che ci sono vicine. E penso che i due significati, in questa frase, corrispondano ai sentimenti che provavo quando ho scritto questa lettera. E’ stata una scelta ma anche una necessità, lo dovevo a mio figlio che deve crescere in uno spirito libero e positivo. Oggi queste parole appartengono a tutti perché è importante capire che non dobbiamo reagire all’odio con l’o dio.

Come è possibile non odiare qualcuno che ti ha portato via il tuo grande amore?

Infatti non è possibile, è il primo sentimento che si prova ed è accompagnato da tanti altri che hanno le stesso colore, come il sentimento di ingiustizia e altri forse ancora più bui. Ma bisogna accettare di provarlo e saperlo gestire per non permettergli di entrare nella nostra vita perché altrimenti prenderebbe tutto il posto possibile. Ci impedirebbe di essere leggeri perché saremmo appesantiti da questo fardello e dalla voglia di vendetta. Dunque è impossibile non provarlo ma è possibile lasciarlo fuori dalla porta.

Quando hai conosciuto Hélène?

Circa tredici anni fa era la sera della festa della musica, la notte più corta a Parigi e effettivamente lo è stata…Aveva dei grandissimi occhi, era nello stesso tempo molto dolce e molto “rock and roll”, c’erano tante cose così diverse in lei. Quando l’ho vista ho pensato che fosse troppo per me, ma poi ho preso coraggio e così è iniziata la nostra storia.

In effetti si ha l’impressione di leggere il racconto di una meravigliosa storia d’amore.

Sì, molta gente mi dice che sembra una storia d’amore eccezionale ma in realtà è stata una storia banale, come tante, quello che non è stato banale forse e che è più raro, è che ci siamo completamente abbandonati a questo amore. Oggi nei rapporti si tende sempre a calcolare tutto: “cosa mi darà, quanto mi toglierà”. Ecco noi abbiamo deciso di non calcolare niente e di donare tutto, con tutti i rischi che comportava ma anche con tutta la felicità immensa che ci ha donato.

Il 13 novembre

Come hai saputo cosa stava succedendo la sera del 13 novembre?

Tutto è cominciato con un sms della sorella di Hélène: “Come va, siete al sicuro?”. Avevo messo a letto Melvil e stavo leggendo, ho posato il mio libro e ho acceso la televisione. Inizialmente ho capito che stava succedendo qualcosa alla stadio di Francia poi in basso sullo schermo ho letto “Attentato al Bataclan”. Ho subito provato a telefonare a Hélène che però non ha mai ricevuto le mie centinaia di chiamate. Ero confuso tra il bisogno di uscire e di andarla a cercare e quello di non svegliare nostro figlio che dormiva tranquillo nel suo letto senza avere ancora coscienza dell’orrore di quello che stava succedendo.

L’aver condiviso il tuo dolore con tuo figlio ti ha aiutato nei giorni successivi alla tragedia?

Ciò che veramente mi ha salvato è stato tuffarmi nel ruolo di padre, non so dove sarei se non ci fosse stato lui. Dal giorno dopo le mie giornate ruotavano attorno a lui. Dover sorridere, essere leggeri, per non fargli sentire il peso di quello che stava succedendo mi ha aiutato molto. Dovevo far capire a mio figlio che eravamo rimasti soltanto in due ma che avremmo continuato a essere felici. Quando hai la responsabilità di crescere un bambino hai il dovere di farlo in modo leggero, con il sorriso, come un gioco. Non potevo fargli vivere una vita piena di odio. Se avessi permesso a questo sentimento di entrare nella mia vita, si sarebbe preso tutto lo spazio.

A un certo punto hai dovuto far capire a tuo figlio che la mamma non sarebbe più tornata.

Non so bene quando ha capito che sua madre, che non lo aveva mai lasciato per più di una sera, non sarebbe più tornata. Glielo ho spiegato come ho potuto, ma “capire” è un concetto che non si applica ai bambini. Eppure mi rendevo conto che Melvil provava delle emozioni forti ed era attraverso queste emozioni che dovevo passare per spiegarglielo. Non volevo usare giri di parole, inventare storie, dovevo fargli capire che sua madre fisicamente non sarebbe più stata con noi anche se il suo ricordo ci avrebbe accompagnato per tutta la vita. L’ho stretto al cuore, le ho mostrato la sua foto ed abbiamo pianto entrambi. Poi si è calmato.

Hélène fa sempre parte della vostra quotidianità?

Lei è sempre presente in me. Quando ho voglia mostro le sue foto a Melvil, voglio che ricordi come eravamo felici insieme e che ci attende una felicità diversa. Un’altra vita. Perché accetti la gioia di crescere e la tristezza della perdita, non riesco a fingere. Perché queste sono le due parti che ci definiscono: la voglia di continuare, la gioia di stare insieme e l’assenza. Ci sono luci e ombre, ma l’ombra non è così minacciosa e la luce non così chiara. Siamo sempre in un crepuscolo. Come tutta l’umanità del resto.

Messaggio politico

Hai lanciato anche un messaggio politico con il tuo libro.

Sì, c’è anche un messaggio politico perché quello che trovo formidabile nella letteratura è che ti consente di poter raccontare la storia del mondo attraverso delle piccole storie e queste piccole storie raccontano sempre molto di più di quello che sembra. Avevo voglia di concentrarmi sulla nostra piccola storia perché era quello che conoscevo perfettamente. Fare dei grandi appelli al mondo non avrebbe avuto lo stesso clamore, dovevo partire da noi, dalla nostra storia. E’ chiaro che ci sono molte cose che ho tenuto per me, ma tutto quello che c’è nel libro oggi appartiene a tutti.

Nel libro scrivi che non perdoni niente, non dimentichi niente. Non perdonare e non odiare: come stanno insieme le due cose?

È una differenza molto tenue ma essenziale. Lo è per me ma anche per i nostri sistemi democratici. Rispondere con l’o dio vuol dire rispondere con le stesse armi dei terroristi. Non farò loro questo regalo, voglio combattere con le nostre armi, quelle della nostra democrazia. Queste persone pensano che le democrazie occidentali siano deboli, prive di ideali, dobbiamo dimostrare che le nostre armi sono i nostri valori: la libertà, la democrazia, la cultura e non abbassarci al loro livello.

Quando hai pubblicato il post su Facebook ti aspettavi tutto questo clamore?

No e non mi aspettavo una simile reazione. Tra l’altro uno dei Paesi che ha reagito di più è l’Italia, ho ancora migliaia di messaggi da leggere. Prima di partire per Torino ho festeggiato il compleanno di un’amica che ha perso suo marito al Bataclan, era un uomo pieno di amici e quella sera erano tutti lì, mi hanno detto che erano riconoscenti per le mie parole. Perché si trattava di una “m u s i c a”diversa da quella che si ascoltava nei media, della guerra, del contrattacco e poi perché ci siamo sentiti autorizzati a esprimere il nostro desiderio di continuare a vivere pienamente nella società senza averne paura. Ho fatto forse un primo passo, adesso è pieno di gente che continua a camminare con questa lettera, ora lascio agli altri continuare questo cammino.

Il mio piccolo bambino

Quando è nato vostro figlio hai deciso di lasciare il lavoro. Cosa vorresti fare in futuro?

Sì avevo smesso di lavorare per occuparmi di mio figlio e dell’amore, perché continuassimo ad essere degli innamorati con un figlio e non solo dei genitori. Quando arriva un bambino se non ti prendi il tempo di pensare alla coppia, in un momento tutto può finire. Ora però voglio continuare a scrivere, ho ricominciato, ho già delle idee e dei personaggi in mente. E poi mi piacerebbe riprendere un microfono per parlare di cinema, di letteratura, di cultura. Perché sono sicuro che è quello che salverà il mondo.

E oggi come stai?

Sto meglio, poco a poco apprendo a gestire il dolore e a trovargli un posto dentro di me perché lo voglio portare con me. Vorrei trovare una scatola in cui metterlo e dalla quale possa farlo uscire ogni volta che ho voglia di convivere con lui e dove possa rimetterlo quando invece ho bisogno di andare avanti. Con Melvil le cose vanno bene, cresce in fretta. Circa un mese fa abbiamo fatto un gioco e l’ho sentito ridere con la stessa leggerezza di prima, e quando l’ho sentito mi sono detto, ecco abbiamo ritrovato la nostra serenità. Abbiamo voglia di vivere, di sorridere, e tutto questo portando con noi Hélène, perché ritengo che le due cose non siano in contrapposizione. Ho capito che ho il diritto di essere leggero, di andare ad una festa e bere del prosecco se ne ho voglia, di divertirmi, perché la vita è impaziente, non aspetta nessuno. Dobbiamo andare avanti. Finita l’intervista, confesso ad Antoine che la sera del 13 novembre ero a Parigi, a poche centinaia di metri da Boulevard Voltaire dove si trova il Bataclan. Lui non dice niente, mi guarda e mi chiede di andare a fumare una sigaretta.

 

 

 

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