Manciulli: “Il miraggio dello Stato alimenta la jihad globale”

Terrorismo
Isis fighters, pictured on a militant website verified by AP.

Andrea Manciulli, presidente della Delegazione parlamentare alla Nato: «Contro Daesh una guerra ibrida, si combatte anche sul piano culturale»

Il mondo di Daesh e la competizione con al Qaeda per l’egemonia nel sempre più esteso universo jihadista. L’Unità ne parla con Andrea Manciulli, presidente della Delegazione parlamentare italiana alla Nato, curatore del rapporto Nato sul terrorismo jihadista.

«Siamo in guerra» annuncia solennemente il presidente francese Francois Hollande. Ma che guerra è quella con Daesh? «La guerra contro Daesh è una guerra ibrida che agisce su tre versanti, ognuno dei quali aggrava l’altro. Ed è buona cosa conoscere il nemico per capire come combatterlo con efficacia. Il primo versante, è che Daesh è nato come elemento di rottura con al Qaeda, sulla base della volontà di creare un vero e proprio Stato attraverso il ricorso alla guerra convenzionale, tant’è che ci troviamo il problema di dover contrastare l’avanzata e il consolidamento dello Stato islamico fra Siria e Iraq. È evidente che il fatto di costruire uno Stato costituisca un elemento di gravità estrema che ha avuto un effetto dirompente sul proselitismo jihadista. Perché un conto era aderire ad una organizzazione semiclandestina come al Qaeda, un conto è avere uno Stato per il quale combattere, perché diventa “miraggio” per tutti i radicali del pianeta. Da qui discende il secondo aspetto di cui ci dobbiamo occupare».

Vale a dire? «Mi riferisco alla guerra mediatica che serve a veicolare questo “miraggio di uno Stato-patria per tutti i radicali islamisti. Da questo punto di vista, non v’è dubbio che la proclamazione del Califfato si sia rivelata una enorme operazione propagandistica. Il terzo asse, favorito dai due precedenti, è il terrorismo usato come minaccia incrociata alla guerra convenzionale. Un terrorismo che diventa globale e indirizzato verso obiettivi differenti, come dimostrano gli attentati delle ultime settimane: si è colpito un aereo russo nel Sinai, un quartiere sciita a Beirut, e poi i massacri di Parigi».

Da questa analisi quali considerazioni ne discendono? «Chiunque pensasse che il contrasto a Daesh si possa limitare o ai soli bombardamenti o al solo processo politico, commetterebbe un grave errore strategico. Per sconfiggere Daesh occorre agire su tutti e tre i versanti che ho precedentemente indicato, ed occorre farlo contemporaneamente. È necessario delineare e mettere in pratica una strategia che riguardi, insieme, intelligence, contrasto militare e contrasto ideologico-culturale».

Daesh sta esercitando una sorta di egemonia-annessione nel vasto universo jihadista? «Assolutamente sì. È’ evidente che il fatto di poter veicolare l’immagine di uno Stato, stia drenando risorse individuali o di gruppo dalla tradizionale fedeltà ad al-Qaeda a una nuova sottomissione allo Stato islamico di Abu Bakr al-Baghdadi: lo dimostrano, solo per citare alcuni casi, l’alleanza con Boko Haram, la sottomissione a Daesh di Bajat al Maqdif – l’organizzazione jihadista del Sinai -, fino al giuramento di fedeltà allo Stato islamico di gruppi jihadisti del Maghreb e di alcuni gruppi indonesiani e filippini. Al Qaeda, naturalmente, non ha affatto gradito questa “espropriazione” e ha aperto un conflitto vero e proprio nei confronti di Daesh. E il modo in cui al Qaeda può dimostrare di non essere finita è quello di colpire ancora obiettivi occidentali. Lo scontro è in atto».

Dove, ad esempio? «In Afghanistan è ostilità aperta fra qaedisti e talebani, da un lato, e i nuovi seguaci dello Stato islamico, dall’altro. E un altro fronte, dove si registra un particolare attivismo delle filiere qaediste, è la Penisola arabica, in particolare in Yemen».

«Una “competizione del terrore» che accresce ulteriormente la minaccia jihadista. Cosa fare? «Bisognerebbe davvero lavorare a una strategia globale che agisca su tutti gli aspetti di questa minaccia, non limitandosi all’opzione militare ma costruendo anche una contro-narrativa che aggredisca le cause della crescente radicalizzazione. E la seconda cosa fondamentale, a mio avviso, è il tema dell’unità. Una minaccia di questo tipo non la si fronteggia divisi, in ordine sparso, né sul piano interno né su quello internazionale. Da questo punto di vista, è molto importante che si sia aperto un dialogo fra Obama e Putin su questi aspetti».

La capacità di attrazione dello Stato islamico è testimoniata anche dal crescente fenomeno dei foreign fighters. «Si tratta di una popolazione molto giovane, che non possiede necessariamente una cultura islamica profonda, e che, rispetto ai foreign fighters dell’epoca afghana, risente molto di più di questa ondata mediatica jihadista. Ed innanzitutto la rete oggi il maggiore canale di reclutamento-indottrinamento dei foreign fighters, a cui si aggiungono le moschee clandestine e le carceri».

Vedi anche

Altri articoli