“Il mio Sì per un sistema più veloce, stabile ed efficiente”, parla Mario Segni

Referendum
mario segni

Intervista al giurista che nel ‘93 introdusse il sistema maggioritario segnando lo spartiacque fra la Prima e la Seconda Repubblica.

Riformatore per eccellenza, Mario Segni si è schierato subito per il Si al referendum, in continuità sulla strada del cambiamento che lui stesso aprì con i referendum sui sistemi elettorali: il primo, nel 1991, abolì la preferenza unica, e il secondo, nel ‘93, introdusse il sistema maggioritario segnando lo spartiacque fra la Prima e la Seconda Repubblica.

Cosa la convince della riforma?

«Sono stato subito convinto a votare Sì, per un fatto che Matteo Renzi si ostina a negare, ovvero che questa riforma si innesta in un lungo percorso iniziato con i referendum di oltre vent’anni fa. Considerato il legame fra legge elettorale e riforma costituzionale, allora fu avviato un grande cambiamento basato su un principio: i cittadini devono scegliere chi governa. Un sistema che è stato applicato con l’elezione diretta dei sindaci e poi dei presidenti di Regione. Non esiste ancora per eleggere il capo del governo e con la scelta scellerata del Porcellum si è fatto un passo indietro».

Perché dice che Renzi nega la continuità?

Ripete sempre che si parla da trent’anni di abolire il bicameralismo perfetto. «Be’, dice sempre che questa è la prima riforma che viene fatta in Italia… Ma questo fa parte del carattere dell’uomo, che tende ad accentrare su di sé il valore di quello che fa, ma questo è sbagliato e controproducente. E in questi trent’anni nessuno si è mai appassionato molto sul bicameralismo, che fosse perfetto o no. Ora eliminarlo è utile per ottenere un sistema più veloce, rapido ed efficace, anche se trovo discutibile come sia stato concepito il nuovo Senato».

Cosa non la convince? E che pensa del superamento del Titolo V?

«Sono sempre stato contrario al Senato delle Regioni. Anzi, secondo me bisognerebbe ridiscutere le Regioni stesse, perché hanno aumentato il divario Nord-Sud e sono l’istituzione più partitocratica, inefficiente e nella qualesi crea corruzione. Affidare il Senato proprio a quegli organi da riformare mi sembra storicamente sbagliato. Invece trovo positivo il ritorno allo Stato di alcune materie, come le infrastrutture, l’energia. Ricordiamo tutti come siano rimasti bloccati la Variante di Valico o il passante di Mestre».

Nonostante questo Senato vota Sì?

«Sì, perché strategicamente e concretamente è più importante, per assicurare stabilità al Paese o una prospettiva di stabilità. E poi perché il disegno di Renzi rientra nella logica del cambiamento avviato venti anni fa».

Lei parla bene del“combinato disposto”tra Italicum e riforma costituzionale contestato da molti, come la sinistra Pd. Perché?

«Per me l’Italicum non è da cambiare se non nei capilista bloccati, per i quali vorrei le primarie obbligatorie. Spero che il ballottaggio rimanga, invece penso che sia giusto assegnare il premio di maggioranza alla coalizione anziché alla lista».

Quale prospettiva vedrebbe se dovesse vincere il No?

«Se vince il No e si attiva una specie di Santa alleanza fra Berlusconi, Grillo e Salvini, ma anche D’Alema e Bersani, si resta nella palude dell’ingovernabilità da Prima Repubblica, visto anche il carattere proporzionalistico dello schieramento per il No. Un ritorno indietro».

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