“Il mio partito è Padova”. Parla il nuovo sindaco Giordani

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Il modello Padova e il ticket che ha fatto vincere il centrosinistra

Sono stati cinque mesi impegnativi, belli ma difficili, con una doppia sfida per il neo sindaco di Padova che nel bel mezzo della campagna elettorale è stato colpito da un ictus, la sera del 4 maggio scorso durante un incontro pubblico. Il paragone con Berlinguer e il suo fatale incidente a Padova, sul palco di piazza della Frutta, è immediato.

Sergio Giordani, 63 anni, imprenditore, ex presidente dell’Interporto, patron dell’ultimo Calcio Padova promosso in serie A nel 1994, parla ancora con qualche difficoltà al telefono ma ce l’ha fatta, in tutti i sensi. L’idea di un ticket con Arturo Lorenzoni ha fatto breccia nei padovani che adesso hanno un manager e un docente universitario come sindaco e vice della città dove le panchine erano scomparse per non far accomodare i clochard e dove il Comune aveva la porta sbarrata per i cittadini.

Giordani, esiste un modello Padova? 

Se esiste è abbastanza semplice: attorno a me si sono riunite forze di centro e di sinistra, persone di diverse colori politici. Credo che se c’è un segreto del successo questo sia non  fare i populisti ma parlare di cose concrete. Abbiamo una visione differente dalla precedente amministrazione, siamo stati capiti, la gente ha compreso e scelto la nostra offerta. Non abbiamo mai reagito a nessuna provocazione, ho sempre detto: voglio una campagna senza insulti, senza slogan. E poi ho avuto intorno una bella e giovane squadra, che mi è stata vicina anche nel momento più difficile. Se sono riuscito a uscirne è stato grazie a coloro che mi hanno sostenuto, quando sembrava dovessi rinunciare. Ma io voglio vincere non partecipare: è stata questa la più grande motivazione per riprendermi velocemente dal malore che ho avuto. Ancora oggi non parlo bene ma sto recuperando in fretta. Ho voglia di fare. Non ho mai fatto politica prima di cinque mesi fa: per me è un onore.

Il suo avversario dice che la sua sarà una coalizione litigiosa.

Non credo. Mi piace lavorare in modo tranquillo e lo dico chiaramente: il mio partito è Padova, i litigi e le schermaglie politiche le lascio fuori dal Comune. Abbiamo dimostrato che se hai le idee chiare le persone ti danno credito, a me interessa trovare soluzioni, non andare avanti per frasi fatte.

Il ticket con Lorenzoni è stata l’idea vincente?

Ci siamo trovati sulle idee, uniti sugli obiettivi comuni. Se fosse stata un’unione basata solo sull’apparentamento politico non avrebbe retto, è questa la differenza. Siamo due civici che hanno catalizzato attorno a sé forze politiche diverse. Riusciremo a farle dialogare perché abbiamo un programma chiaro di governo. Ci muoviamo da quello.

Le prime tre cose che farà? 

Prima di tutto che il Comune torni ad essere la casa di tutti i cittadini: Bitonci aveva chiuso le porte. Parto anche dalle piccole cose, che interessano le persone: i marciapiedi dove gli anziani inciampano e le mamme con i carrozzini non riescono a camminare. E poi il verde, la qualità dell’aria. Sa che Padova è la quarta città più inquinata dell’aria? Insomma, lavorerò per far tornare la città normale.

Significa che Padova sarà più libera?

Sono per i matrimoni gay, a favore del testamento biologico e garantirò la massima collaborazione al Prefetto sui migranti. Ho preso per me le deleghe più delicate, quelle della sicurezza, migranti e case popolari.

L’accuseranno di essere un estremista di sinistra.

Perché la sicurezza è di destra o di sinistra? E l’aria pulita ha un colore politico? Se partiamo da questi presupposti allora facciamo come Bitonci che ha perso 60 milioni di contributo pubblico per non mettersi a un tavolo con il governo. Io se devo contrattare qualcosa per Padova vado a Roma, qualunque governo ci sia.

Sulla sicurezza come si muoverà?

Sicurezza non significa repressione ma pulizia urbana, telecamere, illuminazione, ricerca di nuovi spazi di aggregazione, lavoro sulle periferie. Abbiamo un problema epocale che non si rivolve dicendo non li vogliamo, ma collaborando tutti.

Il suo motto?

Avere persone più capaci di me con me.

Renzi le ha telefonato?

Si e mi ha fatto molto piacere: mi ha detto il tuo modello è da “clonare”. Ho ricevuto anche i complimenti di Andrea Orlando e Beppe Sala.

E Zaia?

No, lui no.

 


 

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