“Il mio modello è Bernie per restare uniti”, parla Enrico Rossi

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Il candidato alla segreteria del Pd: “Sostengo il Sì al referendum ma Renzi si faccia carico delle richieste sulla legge elettorale”

“Il Pd deve discutere in un organismo collegiale, e imparare dalla “lezione americana” di Sanders», è l’idea di Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana che si è candidato alla segreteria del Pd e che il proprio pensiero politico l’ha riassunto in un libro che fin dal titolo, “Rivoluzione Socialista”, sta facendo parecchio discutere.

In America Sanders è riuscito a recuperare l’unità del partito. Può esserci un parallelo con il partito democratico italiano?
“Io credo che Sanders abbia fatto una battaglia politica molto forte basata sui contenuti, senza fare sconti, e ha raccolto il suo popolo, per lo più giovane, che non era propenso a sostenere Hillary Clinton. Vorrei citare delle parole che ha detto Veltroni in una intervista: “Ci vuole l’idea di una società nuova… un’idea di libertà e giustizia sociale per questo tempo inedito e pericolo s o”, perché “non bastano più i buoni provvedimenti e programmi” per evitare la paura, ed è qualcosa che la sinistra riformista deve capire. Ecco, la forza di Sanders è stata anche quella, in un Paese dove la parola socialismo non suscita grandi entusiasmi, di dare una dimensione ideale alla profondità dei cambiamenti e, al momento decisivo, con l’appello all’unità. Non si è lasciato intimidire dai fischi, anzi ha avuto grande consenso e applausi. Non è stata una battaglia facile, però ha condizionato il programma di Hillary su temi cruciali come la sanità, i salari, l’accesso all’università, l’ambiente, i trattati internazionali, fino al finanziamento della democrazia. Un bel pacchetto di proposte di sinistra. Mi chiedo perché da noi non si possa avere un analogo confronto”

Lei si candida al congresso per vincerlo o per condizionare la linea di Renzi?
«È una sinistra che si propone di vincere, farò battaglia al congresso, fermo restando la necessità dell’unità del partito. Se ci muoveremo in questa direzione, con un confronto alto sui contenuti, e con una visione della società che riunisca i valori della sinistrasocialista, senza riferimenti retorici al secolo scorso, e quelli che l’area social liberale che Renzi intende praticare. Un confronto presente in tutti i partiti socialdemocratici, anche negli Usa. Ma per arrivare così al congresso bisogna mettere in campo subito un confronto sui contenuti».

Propone un metodo di lavoro da avviare subito, da ora a quando si terrà il congresso?
«Sì, un metodo di discussione che parta ora, da qui al congresso, fermi restando i passaggi della legge di Stabilità da un lato e dall’altro il referendum sulle riforme costituzionali. All’ultima direzione si è discusso, si sono fatti passi in avanti, sono emersi temi di merito evitando la contrapposizione fra renziani e antirenziani, ormai uno stererotipo».

Da esponenti della sinistra dem, come Speranza, è stata chiesta più attenzione ai temi sociali.
«Sì, questo è importante, perché sono temi che ridanno una speranza alle persone. Ma io propongo anche un metodo di discussione: sia Renzi stesso promotore della nascita di un organismo collegiale, non dico un ufficio politico ma un organo di discussione».

Una revisione della segreteria?
«Quello è l’organo ufficiale del segretario. Io propongo un organo più allargato, tra segretario e partito, più collegiale. Che sia Renzi stesso a formarlo, ascoltando, pensando alle competenze e senza il bilancino delle correnti o che ne sia una sommatoria. E senza fare “caminetti” che fa pure caldo… Questo senza togliere nulla alla sua funzione di segretario e premier, ma confrontandosi di più».

La solita questione del doppio incarico? Lo mette in discussione?
«Su questo tema Renzi ha la risposta giusta: le regole si cambiano ai congressi. Io parlo solo di maggiore collegialità, un organismo approvato dalla direzione composto dalle 15 alle 30 persone. Consentirebbe di andare più uniti e affrontare i vari nodi, compreso quello della legge elettorale sul quale sono stufo persino io di sentire proposte e modelli, figuriamoci i cittadini»

Lei cambierebbe l’Italicum, però?
«Be’, il combinato disposto con le riforme è pericoloso. Ecco, anche per non danneggiare il referendum, piuttosto che dibattere tutti i giorni sui giornali sarebbe utile che certi temi fossero discussi in questo organismo collegiale, leggero. Qualcosa che aiuterebbe anche l’unità del partito per superare divisioni tra correnti. E toglierebbe a Renzi quella patina di dirigismo isolato e autoreferenziale. Mi ha colpito sapere che Hillary ha dovuto accettare vari punti programmatici forti del programma di Sanders. Ecco in un organismo del genere si potrebbe verificare la disponibilità reale delle componenti interne a lvaorare per unità del Pd con proposte di merito. Il segretario deve ascoltare e rispondere nel merito, non liquidarle o irridere. Questa è la “lezione americana” vis to che ha Renzi piace citare Italo Calvini…».

Lei sostiene convintamente il Sì al referendum?
Sì, ma anche qui si deve discutere, non si personalizzi con posizioni critiche. Renzi si faccia carico delle richieste sulla legge elettorale, anche sul premio di coalizione. Perché la Costituzione non è un evento, riguarda il rapporto fra Camera e Senato, i regolamenti, il nuovo regionalismo e le leggi che si dovranno fare. Ci vuole una discussione aperta, evitando che diventi un gioco tutto sulla testa del segretario, o che vince chi è tentato di dare la spallata. Sono due linee che mettono il Pd in difficoltà e il Paese. Questa legislatura nasce per fare le riforme, se saltano cosa portiamo a casa?».

Lei cambierebbe l’Italicum con il premio di coalizione?
«Si ma con un dibattito aperto che non cristallizzi le posizioni. E poi c’è la legge di Stabilità: si deve dare un segnale forte alle questioni sociali, ma eviterei di riproporre le detassazioni non mirate, ma selezionare invece le imprese che crescono di fatturato e danno lavoro. Non avrei tolto l’Imu a tutti, con un miliardo in più avremmo potuto fare molto per aiutare i ceti più deboli. Temi chepossiamo approfondire, senza nulla togliere al ruolo del leader, diventi più di direzione che di comando».

E di ascolto, quindi?
«Sì, chi vuole dirigere deve anche saper ascoltare»

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