“Il mio inno alla vita è come una preghiera”, parla Fiorella Mannoia

Sanremo
Italian singer Fiorella Mannoia arrives on the red carpet for the 67th Sanremo Italian Song Festival outside the Ariston theatre in Sanremo, Italy, 06 February 2017. The festival will run from 07 to 11 February. The 67th edition of the television song contest runs from 07 to 11 February. ANSA/CLAUDIO ONORATI

Stasera sarà a Sanremo con “Che sia benedetta”. Con noi parla del Papa, di Trump e di musica

Con la sua voce, il suo timbro, Fiorella Mannoia imprime con un carattere unico alle canzoni che tocca. Ascoltate la sua versione della Cura di Franco Battiato e più d’uno, scommettiamo, avrà sfiorato momenti di commozione. Artista che conferisce un carattere d’autore alla gara sanremese, dalle immancabili chiacchiere mediatiche viene iscritta nel club dei favoriti. Sale stasera stessa sul palco dell’Ariston con un brano firmato Amara –Mineo –Amara, Che sia benedetta.

L’oggetto della canzone è la vita ma il titolo suona come un’invocazione quasi religiosa.

«Quando ci si interroga sul senso della vita il discorso diventa spirituale, sia che tu sia religioso o meno, che lo si voglia o no. È un inno alla vita, è una considerazione laicamente spirituale o una preghiera laica».

Il verso “A chi ha perso tutto e riparte da zero”sembra a misura delle persone terremotate.

«Le canzoni si contestualizzano nel tempo in cui si cantano, hanno questo privilegio, questa capacità. Ognuno le fa proprie in base alle sue esperienze. In questo momento il pensiero va lì, stanno vivendo un accanimento, porca miseria!».

A livello mondiale chi spesso invoca i diritti degli ultimi oggi non è il Papa?

«È la figura per eccellenza che deve pensare agli ultimi. La parola di Cristo, il Vangelo, si basa su questo: essere cristiani vuol dire pensare agli altri, non a se stessi. La compassione, il concetto di empatia sono insegnamenti cristiani. Sulle altre religioni non mi pronuncio, le conosco poco».

Rispetto ai suoi predecessori Bergoglio sembra avere un taglio diverso.

«Ha smesso gli abiti pomposi. Gli ori, le mitre tempestate di pietre, lo sfarzo per me erano in contraddizione con l’insegnamento di Cristo. Il fatto che li abbia dismessi per una tonaca bianca e una croce di latta o di ferro, non so, è già un segnale forte».

Il suo messaggio in spagnolo al Superbowl negli Stati Uniti è stato letto anche contro il muro di Trump.

«Sì, lo interpreterei così. Dall’America arrivano segnali inquietanti, eppure è un crocevia di etnie, è fatta di sudamericani, italiani, irlandesi, francesi, di africani soprattutto. Anzi, sono gli indiani pellerossa a dover rivendicare qualche diritto. Trump non è il solo ad aver ha chiuso la frontiera, il muro l’aveva tirato su Clinton ma il modo in cui parla di queste cose lui è più pericoloso dei fatti stessi. Non è che i presidenti americani sono stati dei santi, però il suo modo di esternare la volontà di chiudere le frontiere fomenta odio. Si può ragionare come gestire l’immigrazione, non ha problemi solo lui, magari ne abbiamo più noi, però voler arginare questo fenomeno con messaggi razzisti è da folli, anzi da irresponsabili».

Passiamo al festival. L’anno scorso hanno vinto gli Stadio, nel 2011 Vecchioni. Nel 1987 Fiorella Mannoia portò una delle migliori canzoni passate da Sanremo, “Quello che le donne non dicono”, e non ottenne nulla. Qualcosa da allora è cambiato?

«Non saprei. Vecchioni aveva una canzone bellissima. Quando portai quel brano non ero famosa come lui o gli Stadio, immagino sia stata premiata anche la loro storia. Nel 1987 non ero esordiente ma neppure quello che sono oggi. E poi bisogna vedere chi era in gara, non lo ricordo. Ed è nella storia del festival. Basti pensare a Vasco Rossi (nel 1983 arrivò penultimo con Una vita spericolata, ndr). L’importante è venire qui con l’orgoglio per la tua canzone e non per vincere. E succeda quel che deve succedere».

“Che sia benedetta” sarà nell’album “Combattente”in uscita ad aprile?

« L’album è già uscito. Questa canzone mi è arrivata a fine registrazione del disco. L’ho tenuta fuori per non sprecarla. Uscirà una versione di “Combattente” con in più questo brano, Sempre per sempre di De Gregori, che è la cover che porto alla serata di giovedì, e il bonus track La cura di Battiato».

Lei è una delle migliori interpreti italiane. In che modo un’interpretazione cambia radicalmente il significato di un brano?

«L’interprete è un traduttore. Ti appropri delle parole di altri, devi farle tue e tradirle il meno possibile, far comprendere il testo. Da donna poi sottolineo sfumature filtrandole attraverso la mia sensibilità. Per dirne una, Sally è diversa da come la canta Vasco Rossi. Con lui è più graffiante e disperata, la mia è più descrittiva. Quando mi propongono una canzone per prima cosa guardo il testo».

Come vede i giovani cantanti del presente?

«Ci sono tante giovani artiste e artisti ai quali bisogna dare il tempo di crescere. Loro non hanno il tempo che fu dato a noi. Quando arrivai al successo avevo oltre trent’anni. Oggi a trent’anni gli artisti sono considerati vecchi. Noi abbiamo avuto il tempo di fare esperienza, di sapere come stare sul palco, crescere, adeguare i pezzi alla nostra maturazione. All’inizio facevamo canzoni pop leggere, man mano che crescevamo e leggevamo libri eravamo più consapevoli, cercavamo la nostra strada. Io l’ho trovata nella canzone d’autore ma ci è voluto il tempo. Artiste come Noemi, Emma, Alessandra Amoroso hanno fortissime potenzialità. Per ora hanno un pubblico giovane per il quale affrontano canzoni non troppo impegnative ».

Le ultime edizioni del festival hanno reso lampante proprio questo divario: rispetto ai veterani molti giovani mancavano di spessore.

«Lo spessore lo danno la vita, l’orgoglio, le tue ambizioni, il voler essere all’altezza di chi è più grande. Insisto: ci vuole il tempo. Ora si pretende tutto subito e in fretta. Un anno dopo loro vengono soppiantati da chi viene dopo, sono sotto pressione. Non li invidio, non possono sbagliare per sperimentare qualcosa di nuovo mentre noi avevamo questo privilegio. Loro devono vendere dischi, riempire palazzetti altrimenti rischiano il dimenticatoio. È tutto molto più crudele».

Non è un segno dei tempi?

«Sì però sta a loro capire che sono a un punto di partenza, non di arrivo. Bisogna crescere, leggere, avere umiltà, pensare che tutto può essere effimero. Trovare la forza di migliorarsi sta soltanto ai giovani artisti stessi».

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