“Il liceo dove conobbi il mio maestro e le prime giovanotte con cui amoreggiavo”

Ingrao
Pietro Ingrao, a Roma, alla 'lectio magistralis' organizzata in occasione del suo compleanno ed eseguita dallo scrittore Andrea Camilleri, il 31 marzo 2008.  ANSA/ GUIDO MONTANI

L’intervista a Pietro Ingrao realizzata tre anni fa e rimasta inedita, in cui l’ex dirigente del Pci racconta gli anni della sua gioventù a Formia e l’inizio dell’impegno politico nella “cospirazione” antifascista

Un giorno di settembre, di tre anni fa, l’aria era abbastanza simile ad adesso anche se le nostre vite e il nostro Paese erano totalmente diverse. Il sole declinava piano piano verso la stazione Tiburtina e la sera iniziava ad essere fresca. Quel tempo in cui ogni vestito è disadatto e in cui il tempo delle aspettative si fa forte.

Scendendo da piazza Bologna si arriva a casa di Pietro Ingrao, proprio vicino ai palazzoni dove Ettore Scola girò “Una giornata particolare”. Il quasi centenario Ingrao seduto sul divano vedeva un secolo di storia scorrere tra le sue mani. In quel pomeriggio fuori da ogni retorica, con la bellezza del dubbio, lo sfacciato amore per le belle donne, la politica vissuta come ardente passione e la voglia di fare domande sul futuro e sul presente. Comincia con un giovane Ingrao, studente di un liceo di Formia e prosegue con la sua Resistenza, anzi la cospirazione come amava dire.

Pensando che oggi avrei chiesto molte più cose, pensando che le sue mani così rugose e meravigliose che si agitavano e quello sguardo serrato dovevano essere un patrimonio per guardare il mondo. Quando ho saputo della sua morte ho sentito una stretta forte all’altezza dello stomaco e quando l’ho visto là piccolo nella bara, con una bandiera del Partito comunista italiano alle spalle, con il suo Novecento tatuato in ogni vena, con la sua bellezza fiera rannicchiata sotto il peso di cento anni vissuti nel mucchio, le lacrime le ho trattenute a stento.

Credo che di Ingrao dovremmo tenere stretta tra le dita la sua poesia e la sua meravigliosa capacità di voler incidere follemente senza diventare mai potere. A chi oggi dice “si vabbè ma Ingrao che ha cambiato, che rivoluzione ha fatto?”, risponderei che ha insegnato a molti, non a tutti a quanto pare, che si può perdere tutti i congressi di un partito pur di non perdere la dignità, quella di cui oggi avremmo tanto bisogno. La stessa dignità che ho intravisto in ogni singola parola che tre anni dopo ho riascoltato e trascritto. Un giorno di settembre di tre anni fa, Pietro Ingrao mi chiese: “Cosa ti spinge a parlare con me?” e ammetto di non aver risposto con nulla di sensato, perché forse le risposte si trovano in questa intervista.

Un incontro fondamentale per la sua formazione è stato quello con Gioacchino Gesmundo, docente di storia e filosofia, vicedirettore de l’Unità clandestina, gappista, ucciso poi alle Fosse Ardeatine dopo un mese di sevizie a via Tasso. Come andò?
A Formia c’era un liceo, abbastanza numeroso a cui mi ero iscritto e lì cominciai ad ascoltare le lezioni di Gioacchino Gesmundo e ad avviare un dialogo che rappresentò per me uno dei momenti decisivi per la mia formazione. Formia era un paese tranquillo, eravamo nel pieno della guerra ed io andai ad abitare proprio attaccato al liceo e si creò anche per questo motivo un ambiente stretto di confronto. Gesmundo insegnava filosofia e storia ed iniziò a orientare il suo modo di fare in un senso democratico e antifascista, una sorta di orientamento  primordiale di lotta politica. Ci incontravamo con lui anche fuori da scuola, era per noi un personaggio forte e appassionato. Eravamo una generazione molto unita, stavamo molto insieme anche con i miei compagni, passeggiavamo sul corso e facevamo l’amore tra giovanotti e giovanotte e cercavamo di capire il mondo.  Eravamo una gioventù irrequieta e intelligente.

Come crebbe in voi la consapevolezza che qualcosa stava succedendo nel mondo?
Rubavamo dei giornali in una edicola vicino al liceo, aumentava anche il dibattito con gli altri docenti e notammo come crescendo aumentava in noi quel desiderio di occuparci del mondo. C’era una unione tra i sentimenti interiori e i destini del mondo. Per esempio in un momento così difficile notammo anche che Gesmundo si innamorò di una sua collega professoressa, un fatto abbastanza raro in un mondo complesso come un liceo di provincia.

Com’era Formia all’epoca?
Formia era una città molto bella, un mare meraviglioso, una spiaggia stupenda, un luogo dove noi andavamo a flirtare. Una città piccola e viva, che aveva un bellissimo strato di gioventù che crescendo si univa alla gioventù di Roma, mescolando il suo carattere locale ad una prospettiva più incisiva. In quegli anni modificai il mio percorso politico e abbandonai le organizzazioni giovanili fasciste a cui tutti noi eravamo obbligati ad essere iscritti e abbracciai gli ideali antifascisti, che tuttora non ho mai abbandonato. Iniziai in quegli anni la mia cospirazione antifascista attiva e cominciai proprio con Gesmundo, che ritrovai qualche anno dopo non più nelle vesti di professore ma di compagno, di uomo di idealità con il quale discutere di quel che succedeva nel mondo e elaborazione sulle nuove dottrine politiche.

Poi l’allievo superò il maestro…
Sì, lo dico con garbo, ma ad un certo punto lo superai, man mano che avanziamo negli anni Trenta, la mia elaborazione si fa più internazionale con la guerra civile spagnola e con la lotta partigiana in contesti diversi da quello romano o laziale. La mia cospirazione fu costruita, ordinata e strutturata per lottare il fascismo e costruire una rete larghissima di alleati e amici. Con Gesmundo ci perdemmo e poi ci ritrovammo, perché io scappai via da Roma in un certo momento perché la polizia stava per mettermi le manette ai polsi. Di lui ancora oggi ricordo la casa, vicino Porta Metronia, un appartamento pieno di libri e di giornali, perché in casa sua c’era la redazione de l’Unità e tanti studenti del liceo Cavour, dove lui in quel periodo insegnava, aiutavano la diffusione del giornale clandestino.

Ingrao lei scappò molto in giro per l’Italia: Milano, Cosenza… insomma era ricercato in modo abbastanza intenso.
Prima vado a Milano clandestinamente, poi torno giù a Cosenza e poi risalgo su per le montagne della Sila, per la precisione a Camigliatello Silano, dormendo nelle capanne con i topi vicino, poi spostandomi verso Pedace. Poi sono tornato a Milano, dove ero nascosto a casa del compagno Di Benedetto. Quando improvvisamente viene l’annuncio della caduta di Mussolini, il 25 luglio. Qui un nostro compagno in casa entrò urlando dicendo “abbasso Mussolini, abbasso il duce!”. Io me lo guardai impietrito e dissi: “Ma che fai? Sei un pazzo!” In realtà lui aveva sentito l’annuncio dell’arresto del Duce. Ci mettemmo tutti a ridere. Rimasi nel capoluogo lombardo per qualche mese, anche insieme a Giuseppe De Santis, che in seguito divenne un grande regista. A Roma poi tornai quando era occupata dai tedeschi e seppi che Gesmundo era stato arrestato ed era a via Tasso.

Come ricorda Roma in quel periodo?
Io giravo molto, soprattutto per le periferie, il Quadraro, Centocelle, Quarticciolo, lì dove c’erano i compagni che cospiravano. Roma era bellissima anche lì, forse anche più bella. Così come ricordo molto bene molti compagni che erano vicino al Vaticano, i “fornaciari”, in via delle Fornaci appunto. Roma era sempre superba anche se era imprigionata dagli hitleriani. Mi piaceva molto fare l’agit-prop (agitatori e propaganda, ndr), mi riportava ai tempi della mia giovinezza in cui ero a stretto contatto con i contadini della mia terra. Ero sempre diviso tra l’attrazione per l’altro e la mia solitudine.

E mentre si guarda intorno, mi dice: “Ora basta di questi ricordi così antichi, vorrei raccontarti della Corea…”.

(Qui la seconda parte dell’intervista)

Vedi anche

Altri articoli