Il “lato B” dei grandi classici: l’antologia moderna in greco antico e latino

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Il nostro Paese in un aggettivo “antico”? Secondo Lapini è polytropos «accorto, versatile» e laboriosus, cioè «faticoso»

“Il nostro Paese? Per il greco scelgo l’aggettivo polytropos che, stando al glorioso vocabolario Rocci, vuol dire «accorto, versatile», cioè ricco di espedienti, di furbizia deteriore, ma anche di nobile intelligenza. Latinamente, preferisco laboriosus, cioè «faticoso»”.

È così che Walter Lapini, nato a Firenze nel ‘62professore ordinario di Letteratura Greca all’Università di Genova, vede l’Italia e gli italiani. E la sua non è retorica. “La fiducia nel futuro – mi spiegherà nella nostra chiacchierata – viene dalla mia esperienza con i ragazzi. Ne conosco di straordinari: seri, determinati, pieni di estro e iniziativa”.

Ma se nei giovani il docente ha grande fiducia, diversa è la posizione sulla scuola e le istituzioni. Ed è a queste che – non si direbbe –  ha pensato quando ha scritto per Il Melangolo un libro intitolato: «Il culo non esiste solo per andare di corpo». Più di duecento pagine ironiche, brillanti, rivoluzionarie, ormai celebratissime sia sulla rete sia sulla carta stampata.

Cattura

Un testo che si presenta come un’antologia della letteratura greca e latina, contenente una serie di testi inventati, ma che sembrano veri, scritti in greco antico e latino, con traduzione a fronte, sintassi, regole e metrica rigorosamente rispettate. Pagine divertenti in cui si possono incontrare Omero (La Fantozziade), Sofocle (I presidi), Lisia (il De recreatione), Platone (il Del Carlo). E poi Orazio con ben tre odi, una delle quali al Brasile, un’altra a Noemi/Naomi – la Campbell, ovvio: «Fulgidas mirare nates Noemis / et nega, si vis, opus esse divom: / non modo ad faeces datur exituras / scilicet anus». E poi Catullo alle prese con la Zuppa di Silvano, Tibullo con l’Elegia a Quinto Pistillo sul prendere moglie. Brani irresistibilmente comici in cui Metastasio si incrocia con Belén, Laetitia Casta, Penélope Cruz e Agatha Christie con Victor Hugo e Socrate. L’autore, però, ha preferito pubblicare il libro con un altro nome.

 

Perché uno dei maggiori grecisti al mondo ha scelto di firmarsi Alvaro Rissa, come il poeta di Ecce Bombo, il film di Nanni Moretti?

Un nome autentico su una falsa antologia avrebbe stonato. Inoltre è bene che lo studio e la ricerca, che sono il mio lavoro, restino distinti dalle incursioni nella scrittura “creativa”. Poi il successo del libro mi ha rovinato il giochetto. In compenso mi ha permesso di conoscere il vero Alvaro Rissa, al secolo Cristiano Gentili, una persona squisita, un uomo di grande valore, professore anche lui. Quanto, appunto, ad Alvaro Rissa, se osserva bene il siparietto eccebombiano, noterà che il «poeta contemporaneo vivente» non si offre di declamare poesie, ma di discutere di letteratura. Dunque, non poeta e basta, ma poeta e critico letterario: le due maschere che ho indossato io. Quale pseudonimo migliore?

«Il culo non esiste solo per andare di corpo». Qual è l’obiettivo di un titolo così provocatorio?

Il libro è nato per divertimento, e, dunque, senza alcun obiettivo. Obiettivo e ruolo sono, semmai, venuti dopo, quando le oltre cinquemila copie vendute hanno dimostrato quanto sia ancora vivo qui in Italia l’interesse per l’antico anche al di fuori delle scuole. E non parlo di interesse storico o antropologico, ma proprio di interesse per i testi, la lingua. C’è chi ritiene che i Greci e i Latini si possano studiare a prescindere dalle lingue, così come si fa con i Sumeri e gli Ittiti. Lo scopo, allora, è indebolire e, magari sopprimere, in prospettiva, il latino e il greco dai licei: due materie-killer in meno, famiglie più tranquille, vacanze più lunghe. Ma altri ribadiscono la centralità delle lingue, dei testi in originale. E per alcuni di loro, stando ai tanti messaggi che ricevo, il mio libriccino sta diventando una piccola bandiera. Se ciò avviene anche grazie alla provocazione del titolo, per me va bene. E poi non esageriamo con questa storia della provocazione.

Cosa intende dire?

Intendo dire che più che altro è la forma decontestualizzata che produce l’effetto-parolaccia.

Fra gli obiettivi del libro non c’è mai stato quindi quello di “difendere” la cultura classica da quella scientifica?

Fra scienze e lettere non c’è conflitto, non è mai esistito. Platone insisteva sulle matematiche. I nostri migliori scienziati si sono formati traducendo Isocrate e Tacito. Né esiste un’opposizione fra il rigore delle scienze dure e la bellezza delle lettere. Anche la matematica è bella, anche il greco è rigoroso. Ma sono due diversi tipi di bellezza e rigore. Sono necessari entrambi. Altrimenti avremo solo il tir senza pilota della tecnologia pura. Il libro di Sciascia, La Scomparsa di Majorana, è illuminante su questo punto.

Cosa possono dirci ancora i classici?

I classici ci dicono cose che già sappiamo, ma le dicono in forma primaria e sottratta alle contingenze. Danno struttura mentale, solidità, forma. Educano alla ricerca dell’essenziale, ad osservare i fenomeni attraverso la categoria della sostanza. Dunque, al di là del tempo e del luogo. Vogliamo la flessibilità? Il multitasking? Allora, per paradosso, occorre questo tipo di struttura. Una nostra studentessa genovese, laureata in epigrafia latina, ha vinto tre concorsi per addetto alla risorse umane. Ora è alla Bocconi, e sono certo che diventerà una grande manager.

Perché ha dedicato il primo capitolo a Fantozzi?

Nelle antologie l’epica viene sempre per prima, e Fantozzi è un personaggio epico, a dispetto di titoli come Il secondo tragico Fantozzi o La tragica vita del ragionier Fantozzi. Fantozzi è epico perché gli atti che compie o subisce sono smisurati e sovrumani, proprio come in Omero. Si pensi, per dire, al «trentottesimo coglionazzo» della partita di biliardo e ai cinque colpi maestri con cui Fantozzi annichilisce il direttore Catellani. È come quando nell’Iliade un dio «dà forza» a Diomede o Agamennone, rendendoli per un momento invincibili.

Lei dunque avrebbe “scoperto” la Fantozziade, la terza opera di Omero, dopo l’Iliade e l’Odissea, quella che nei suoi toni biografistici e didascalici, anticiperebbe la maniera di Esiodo. Complimenti! Ma, lasciando il prode ragioniere, esistono dei classici, attuali, che sono stati sempre sottostimati?

Per i Latini dico Lucano, l’autore della Farsalia. Per i Greci, Polibio. Il primo è considerato un poeta imbevuto di retorica. Invece, è un poeta potente, cupo e grandioso. Mica per caso piaceva tanto al Leopardi. Polibio soffre il confronto con Erodoto, Tucidide, e purtroppo per lui scrive in modo aspro e oscuro. Ma è uno storico intelligente, che capisce i fatti.

E classici sopravvalutati?

So di bestemmiare, ma per i Latini dico Cicerone, per i Greci Menandro. Bellissimi a leggersi, ma prevedibili. Dopo due parole si capisce subito dove vanno a parare.

Il suo classico sul comodino?

Sul comodino ho i libri di Livio sulla seconda guerra punica. Mi affascina Annibale, l’uomo solo in terra straniera, in lotta contro una potenza grande e organizzata, pugnalato alle spalle dai suoi stessi concittadini, che gli lesinavano aiuto. La figura più tragica della storia.

Torniamo al libro. A pagina 63 il Messaggero dei «Presidi» di Sofocle proclama: “O professori che siete nei licei da sempre, sono venuto ad annunciarvi un’atroce disgrazia, un fatto terribile: se prima avete pianto, adesso piangerete il doppio o il triplo”. La disgrazia sarebbe che due scuole devono accorparsi perché non hanno abbastanza studenti. Si è ispirato a vicende di casa nostra?

Naturalmente. La scuola italiana si è fatta imporre l’idea che contino solo i numeri. Licei e università dovevano ribellarsi subito a questa logica, ma non lo hanno fatto, e così adesso sono ridotti a contendersi gli iscritti in modi indecorosi e ridicoli, facendosi pubblicità come compagnie telefoniche o come aziende di tonno in scatola, con tutto il rispetto. Avevamo una grande scuola e l’abbiamo rovinata. Per fortuna gli altri hanno cominciato prima di noi a rovinare la propria, cosicché i nostri laureati che vanno all’estero, non solo gli eccellenti, ma anche i mediocri, vengono, ovunque, portati in palmo di mano.

Immagino non escluda alcuni docenti dalla responsabilità dello sfascio di molti istituti. Per il resto cosa manca alla nostra scuola per diventare una buona scuola?

Semplicemente ciò che le è stato tolto: il principio gramsciano per cui se tu sai e lui non sa, non devi scendere tu fino a lui, ma far salire lui fino a te. Un tempo la scuola si occupava dei bravi e chi non stava al passo, peggio per lui. Sbagliato. Ma è sbagliato anche progettare la scuola a misura di somaro – se mi si passa l’espressione – per il solo fatto che i somari sono tanti e i bravi pochi. Bene il recupero, benissimo: è un fatto di civiltà, una conquista. Ma una scuola che si pone la priorità di aspettare i pigri non dà modo al bravo-in-potenza di diventare bravo-in-atto, bensì crea una tetra penombra in cui tutti i gatti sono grigi. E se al momento di cercare lavoro tutti saranno ignoranti alla pari, allora conteranno solo le aderenze di papà.

Come immagina il liceo classico del futuro?

Voglio essere ottimista, e immaginarlo rinvigorito, rilanciato, con latino e greco insegnati da uno stesso docente. Un luogo in cui il culo esista anche per stare sui banchi e non per portarlo in giro in gite e gitarelle.

Per parlare del nostro Paese ha usato due aggettivi, uno greco, l’altro, latino. Perché ha scelto polytropos e laboriosus?

Il primo è l’epiteto con cui Omero ci presenta Ulisse, che vaga, sbaglia, perde la strada, inganna, ma alla fine ce la fa. Come Ulisse, già una volta abbiamo fatto naufragio, e gli Americani/Feaci ci hanno salvati. Adesso dobbiamo farcela da soli e in qualche modo ce la faremo. Latinamente, direi che l’Italia è un Paese laboriosus, cioè «faticoso», in cui si vive male. Ma è anche un Paese laboriosus in senso buono, poiché l’amore del creare, l’etica dell’operosità, il talento, esistono ancora. Talvolta è difficile vederli, ma esistono, sono forti, e alla fine prevarranno.

Sta già lavorando ad altri libri in latino e greco?

Ripetersi è sbagliato. Ho sempre ammirato artisti come Stanley Kubrick perché non hanno mai fatto un film uguale all’altro.

Un classico che regalerebbe al Presidente del Consiglio e al Ministro Giannini?

I miei «Presidi» di Sofocle, senza dubbio.

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