“Il Jobs Act rafforza i diritti, la riforma francese li mina”. Parla Fitoussi

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Intervista al celebre economista francese: “Hollande scambia la necessaria flessibilità con una deregolamentazione del mercato del lavoro che deprime la domanda e aliena diritti sociali”

«Non si tratta di essere contrari alla flessibilità. Ma non a scapito dei diritti sociali e di una regolamentazione del mercato. Per questo è profondamente sbagliato interpretare la rivolta sociale che sta infiammando il mio Paese , come la risposta al «Jobs Act» tradotto in francese. Il Jobs Act di Renzi mira a rafforzare, regolamentandoli, i diritti all’interno di un mercato del lavoro unico in un’ottica di stimolo alla crescita. Purtroppo non è questo il caso della riforma francese che, contraendo i salari e facendo del mercato del lavoro una giungla, colpisce la domanda e dunque mina le basi stesse della crescita». A sostenerlo è Jean-Paul Fitoussi, Professore emerito all’Institut d’Etudes Politiques di Parigi e alla Luiss di Roma. È attualmente direttore di ricerca all’Observatoire des conjonctures economiques, istituto di ricerca economica e previsione, autore di numerosi saggi, l’ultimo dei quali è «Il teorema del lampione. O come mettere fine alla sofferenza sociale» (Einaudi).

C’è chi sostiene che la “riforma” che sta infiammando la Francia sia una traduzione in francese del Jobs Act del premier italiano Matteo Renzi.
«È una lettura forzata, che non risponde alla realtà dei fatti, ad una attenta comparazione dei testi e neanche alle visioni che le ispirano. Il Jobs Act di Renzi mira a rafforzare, regolamentandoli, i diritti all’interno di un mercato del lavoro unico in un’ottica di stimolo alla crescita. Purtroppo non è questo il caso della riforma francese. Hollande scambia la necessaria flessibilità con una deregolamentazione del mercato del lavoro che deprime la domanda e aliena diritti sociali».

La Francia è segnata da una forte mobilitazione di piazza e da una crescente protesta sociale contro la politica economica e del lavoro portata avanti dal governo.È sorpreso da questa “rivolta”?
«Assolutamente no. Questa politica è la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso dell’insoddisfazione popolare nei confronti della presidenza Hollande, segnalata peraltro dai sondaggi che segnalano un crollo di popolarità del presidente. Hollande ha elargito tanti soldi alle imprese, 40 miliardi di euro. Come contropartita le imprese avevano promesso la creazione di un milione di posti di lavoro. Una promessa rimasta totalmente inevasa. Come non bastasse, Hollande per non avere una esplosione del disavanzo di bilancio, ha aumentato le tasse per tutti, soprattutto alle classi medie. Tutto questo non era nel suo programma elettorale, quello sul quale aveva chiesto ai francesi di eleggerlo Presidente. Alla prova dei fatti, è andato nella direzione opposta. Insomma, un vero disastro, compiuto quando manca solo un anno alla fine del mandato. E non è questo , l’unico terreno sul quale Hollande è venuto meno agli impegni assunti».

Su quali altri terreni avrebbe mostrato la corda?
«Due in particolare. E su due questioni cruciali: i diritti di cittadinanza e quelli sociali. E scusate se è poco per un Presidente che si rifà ai valori del socialismo e ai principi di eguaglianza e di fraternità. Sul primo punto, rincorrendo la destra sul terreno della sicurezza, Hollande ha messo sul tavolo il tema della “denaturalizzazione”, vale a dire far perdere la nazionalità francese a chi ha la doppia nazionalità. Su questo si è aperto un grande dibattito sul fatto che una cosa del genere rompe l’idea stessa di uguaglianza. Allora si è cercato di circoscrivere la penalizzazione a coloro che si sono macchiati di atti di terrorismo o segnalati come elementi affini all’estremismo islamico. Ma anche qui, adottare un simile provvedimento voleva dire creare migliaia di apolidi, andando ben al di là di misure emergenziali finendo per intaccare un principio fondante della Repubblica».

E il secondo terreno sul quale Hollande è franato?
«È quello della riforma del mercato del lavoro. Anche questo non era presente nel suo programma elettorale. Non era presente il fatto di agire per indebolire e di molto i lavoratori, non solo sul piano salariale ma anche su quello, non meno significativo, dei diritti. E ha fatto questo nell’ultimo anno del suo mandato, abbattendo ancor di più la possibilità che i socialisti possano ritornare all’Eliseo. I francesi hanno detto: Basta!. E dunque non accettano più niente da questo governo, perché ha perso tutta la sua credibilità. Forse, alla fine, si arriverà a un compromesso, ma ritengo difficile, se non impossibile, che ciò restituisca ad Hollande una credibilità perduta. La logica di questa riforma del mercato del lavoro porta a una perdita di potere dei lavoratori, il mercato del lavoro diventa una giungla dove la competitività non è regolata dai più elementari vincoli sociali, l’impresa più forte detterà le sue condizioni, a cominciare dai salari. Vale l’accordo d’impresa e non quello di settore. E questo avrà una pesante ricaduta anche in termini di crescita, perché salari e retribuzioni abbattuti significa intaccare fortemente la domanda e dunque pregiudicare la crescita. Agire in questo modo significa non capire più la società, aver perso contatti con i corpi intermedi e con vasti settori della popolazione, dalla classe operaia al ceto medio. E questo per un politico è un errore mortale. E lo è ancor più se viene dalla “gauche” e da chi dovrebbe essere portatore di una visione progressiva del cambiamento. Si può ancora cambiare rotta, ma il tempo è sempre più stretto e le idee sempre meno chiare».

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