Il giorno della Memoria, Sami Modiano: “Ecco perché sono sopravvissuto”

Shoah
SHOAH: COMUNITA' EBRAICA CELEBRA BAR-MITZVA' DI 
SAMI MODIANO
(ANSA) - ROMA, 22 gen - A tredici anni i bambini ebrei 
festeggiano il proprio passaggio all'eta' adulta con la 
cerimonia del Bar-Mitzva' ma a tredici anni, 
Sami Modiano, 'nonno' della comunita' ebraica romana, era ad Auschwitz.
   A una settimana dalla giornata della memoria, oggi Roma ha 
celebrato quella cerimonia 'mancata' per il settantasettenne 
Modiano. ''La capitale - ha osservato il sindaco Walter Veltroni 
- cosi' ti restituisce cio' che i nazisti ti avevano tolto: i 
tuoi 13 anni''.
ALESSANDRO DI MEO/ANSA

Sami Modiano, dieci anni fa decide di rompere il silenzio e raccontare la propria storia di sopravvissuto

Sami (Samuel) Modiano è stato fra gli ultimi sopravvissuti a rompere il silenzio. Sessant’anni senza rimettere piede ad Auschwitz. Poi, dieci anni fa, la svolta. E l’inizio di una missione: raccontare l’orrore alle nuove generazioni per impedirne la ripetizione. Sami, chi l’ha convinta a ripensarci?

“Fu il mio amico Piero Terracina (un altro sopravvissuto alla Shoah, ndr), a spronarmi. Sami, devi raccontare la tua storia, mi diceva sempre. E così mi spronava mia moglie Selma. Per molto tempo non  ho dato loro ascolto. Poi mi sono lasciato convincere. Dopo sessant’anni di silenzio, dieci anni fa, sono tornato ad Auschwitz per il mio primo Viaggio della Memoria con le scuole di Roma”.

Il primo impatto con il campo sessanta anni dopo?

“Ritornarci è stato come rivivere ogni attimo della prigionia, dall’arrivo sul treno dei deportati al giorno in cui persi mio padre e mia sorella Lucia. Ad ogni passo corrispondeva un ricordo tremendo. È stato dolorosissimo. Ma proprio grazie al Viaggio della Memoria e alla possibilità che mi è stata data di raccontare la mia storia ai ragazzi ho capito perché sono sopravvissuto”.

Ci spieghi meglio.

“Quando sono uscito da Auschwitz ho dovuto convivere per anni con un forte senso di colpa. Mi sentivo un privilegiato. Può sembrare incredibile. Ma è così. Perché proprio io? Mi domandavo. Perché gli altri sono morti? Perché mio padre e mia sorella non ce l’hanno fatta? Avevo paura a raccontare la mia storia. Ho pensato: e se i ragazzi non dovessero credermi? In quel caso non ce l’avrei fatta. Non lo avrei potuto sopportare. Ma durante il primo Viaggio ho visto le lacrime sul volto di un ragazzo e ho capito: mi credono. Hanno capito che è successo, che abbiamo patito l’inferno. In quel preciso momento ho realizzato che ero stato scelto. Che ero sopravvissuto per portare vati questa missione. Per raccontare ai giovani questa storia tremenda. Ho giurato a me stesso che finché avrò la forza di farlo non smetterò mai. Vado in 80 scuole all’anno. Non riesco a rispondere a tutte le richieste. Ma ci provo. E accanto a me ho sempre mia moglie, senza la quale non avrei potuto affrontare anni molto bui”.

Che effetto le fa tornare nel campo di sterminio ogni anno, più volte all’anno?

“Ogni volta è un grande dolore. Rivedo mio padre e mia sorella Lucia, le loro lacrime. Racconto ai ragazzi come mio padre ha cercato di proteggerci, come siamo stati separati, come lui ha scelto di morire. È un racconto duro. Ma so che immedesimandosi possono capire meglio quale orrore sia stato l’olocausto. Quale tragedia immane si verifica quando qualcuno pensa di poter decidere delle vita degli altri come hanno fatto i nazisti”.

Ancora oggi il pericolo del negazionismo non è stato del tutto eliminato.

“Anche per questo l’attività che facciamo è importate. So che ci sono fra i ragazzi anche giovani che non credono alla Shoah. Ma su loro possiamo lavorare. La cosa più pericolosa è quando a parlare in un certo modo, a negare, sono persone di una certa importanza, intellettuali. Perché chi ci selezionava sulla rampa della morte era un medico, una persona dotata di grande cultura. Siamo in democrazia. Ognuno può dire ciò che pensa. Ma che lo dimostri. Che vengano qui, ad Auschwitz, a dire che tutto questo non è accaduto”.

 

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