Il debutto di Dentello: “Nel mio romanzo c’è quella Brianza che sembra il Sud”

Letteratura
Il temporale che ha colpito il 20 agosto 2014 Milano e la sua provincia, causando la settima esondazione del fiume Seveso, nel quartiere milanese Niguarda, ripreso dal Monte Sasso di Cavallasca, il comune in provincia di Como dove ha origine il corso d'acqua. Nella parte bassa dell'immagine si vede il primo bacino del lago di Como, la città ed in lontana le luci della Brianza.
ANSA/ MATTEO BAZZI

Esce il 26 novembre “Finché dura la colpa”, che racconta la generazione “zero” nata negli anni Ottanta

Il 26 Novembre uscirà Finché dura la colpa (Gaffi editore), il romanzo d’esordio di Crocifisso Dentello, che non è un esordiente come gli altri, bensì un giovane veterano della letteratura contemporanea.

coverDomenico Laurana è il solitario protagonista del romanzo, che si svolge tra il 1984 e il 1988 in Brianza. Laurana è un figlio della generazione del disincanto: non studia, non lavora, quasi non vive. Ma legge. I libri sono la sua unica ragione di vita e nelle prime pagine dirà: “Non cerco di intuire le vite che indossano. Bado al nitore degli sguardi. Mi abbandono al mio passatempo mentale: rintracciare un lettore e provare a scorporarlo da un non lettore, persuaso che le pupille che leggono tradiscono sempre una luce più tenue perché più usurata”.

Nel suo presepe familiare c’è un padre, un operaio di origine siciliana rozzo e violento, e c’è una madre vestita di fritto e stracci, un ambiente privo di comunicabilità esistenziale che annienta ogni slancio: “Il nostro lessico è immutabile: misurate parole buttate qua e là, infilate a forza in mezzo alle azioni, tra mele da sbucciare, moka da accendere sul fuoco, surgelati da smistare nel freezer e piatti da lavare. È dalla cucina che le decisioni importanti escono e prendono il largo per il mondo. Emigrati al Nord, tra i ranghi della diaspora siciliana degli anni Sessanta, i miei abitano da infedeli questo lembo di Brianza e tra le pareti domestiche mettono in scena il solito interno meridionale di pasti calorici e reticenza ottusa”. Come l’anno zero arriveranno due fattori a sconvolgere questa esistenza fatta di libri e solitudine, Anna, una ragazza incontrata per caso in stazione e l’obbligo di andare a lavorare in fabbrica. Da questo momento narrativo in poi, Domenico Laurana volerà alto e veloce, assumendosi rischi e pagando il prezzo delle sue scelte.

Un romanzo importante questo, che serviva, che colma un vuoto lessicale ed esistenziale, raccontando una generazione “zero” nata negli anni ’80 quando i vecchi mondi erano in dissoluzione. La stessa crisi che ritroviamo oggi, ma Dentello con la sua superba scrittura, mai banale, mai lussuosa ma lussureggiante, mai seriosa ma seria, mai aulica ma alta, ci porta dentro a questa storia, che se scaviamo dentro è un po’ la storia di tutti noi, di quella infermità esistenziale che non conosce cure. Quante volte paghiamo il prezzo delle nostre scelte e quante volte sono le scelte a pagare il conto alla nostra vita? Dentello ci fa innamorare di posti lugubri e ci restituisce l’antico dispiacere di vedere che un libro è finito.

Il rischio che si ha in un romanzo d’esordio è quello di mischiare troppo il contenitore della propria esistenza con quella del protagonista. Quanto c’è di Crocifisso in Domenico e quanto siete distanti?
Come Domenico ho avuto un’adolescenza solitaria: nessun amico, nessuna ragazza, nessuna trasgressione. Come Domenico sono stato e sono un lettore onnivoro, che ai libri sacrifica gran parte del proprio tempo. La distanza tra me e il mio protagonista è comunque più ampia della pur innegabile corrispondenza. Io ho una spregiudicatezza che Domenico non possiede e che non mi ha mai confinato nella marginalità sociale. Le mie “infermità” le ho sempre sfruttate come segni di distinzione.

Il romanzo è scritto in maniera molto accurata, la parola è viva, quasi scarnificata, vibra come un corpo sospeso tra agonia e riscatto, senza virtuosismi ma con necessaria calma. Dove nasce la tua ricerca linguistica?
Quando scrivo non ho mai in mente un modello di riferimento. Solo a testo concluso sono in grado di rintracciare eventuali rimandi o debiti. Non muovo da nessuna deliberata ricerca. Penso più semplicemente che nell’atto della scrittura si depositino inconsciamente le letture più frequentate e meditate. Fondamentali nella mia formazione sono gli autori del secondo Novecento italiano. Spero che il mio dettato ne conservi il nitore.

dentelloQuanto è stata dura pubblicare questo romanzo?
E’ stato lo scrittore Giovanni Cocco a rovistare nel mio cassetto e ad affidare il romanzo all’agente Loredana Rotundo. Lei ha fatto un ottimo lavoro, ci ha creduto, ma nel corso del 2014 si sono accumulati diversi rifiuti. Tanti si sono prodigati perché il mio romanzo vedesse la luce: Carraro, Paris, Buonanno, Di Paolo, Labbate. Purtroppo senza esito. Poi l’incontro fatale con Fernando Coratelli, il mio lettore più entusiasta. Dovevo uscire con Life editions, la piccola casa editrice che dirigeva e che ha poi abbandonato. A quel punto Coratelli, per tener fede all’impegno preso, ha convinto Alberto Gaffi ad accogliermi nel suo catalogo. Contratto, editing e uscita tutto nel volgere di pochi mesi. E’ stata una rincorsa ma ce l’abbiamo fatta.

Descrivi un Nord lontano dalla narrazione ufficiale, un posto alle volte spettrale, alle volte mistico. Come è stato immergersi nella malinconia di certi paesaggi?
La Brianza che ho vissuto e che conosco non corrisponde a quella un po’stereotipata che si vede, per esempio, ne Il capitale umano di Virzì. Non voglio dire che quella Brianza opulenta non esista ma che rappresenta solo un aspetto della realtà. Per intenderci: ci sono ampie zone della provincia di Monza che ricordano certi avamposti desolati del Sud con le sue palazzine popolari, i suoi centri commerciali come cattedrali nel deserto, il degrado e l’incuria nelle stazioni e nelle scuole, la microcriminalità che si respira a ogni passo. Sono scenari di desolante squallore dove ogni destino sembra inerziale, sprecato, e proprio per questo più interessante e prezioso da esplorare.

Credi nel potere salvifico della letteratura?
Non ci credo ma mi illudo di crederci. E’ perseverando nell’illusione che la letteratura salva.

Le atmosfere del tuo romanzo ricordano molto le pellicole neorealiste, in particolare le prime pagine sono ammantate da un dialogo madre-figlio, che ricorda il ballo tra Anna Magnani e suo figlio in Mamma Roma. Un gioco di gesti lignei e non comunicanti. Quanto Pasolini c’è nel Dna della tua scrittura?
Il parallelo con Mamma Roma mi fa piacere e ha fondamento perché quel film, insieme ad Accattone, mi ha segnato in profondità. Ma quel dialogo intriso di rabbiosa tenerezza guarda da vicino un romanzo da me amatissimo: La paga del sabato di Fenoglio. Nella mia scrittura Pasolini non si vede perché è troppo presente nel mio immaginario. Lo stile differisce ma leggendo in profondità mi auguro si riesca a cogliere nel mio espressionismo la denuncia di quel mancato diritto di cittadinanza alla dimessa felicità degli innocenti che crucciava tanto Pasolini.

Sei un contemporaneo, ti immergi nelle polemiche social, critichi, racconti, ami, narri in 2.0. Spesso non ti viene il dubbio intellettuale che tutto questo sia inutile?
Non penso che tutto questo sia inutile. Per gli outsider come me – cioè per coloro che non amministrano fette di potere e di visibilità su stampa e tv – il social è un formidabile strumento di partecipazione al dibattito pubblico. Facebook mi ha consentito di interagire con svariate intelligenze critiche. Certo, si respirano tanti veleni ma alla prova del setaccio restano occasioni preziose di arricchimento personale altrimenti perdute.

Consapevole che la seconda opera è la più difficile, stai preparando altro?
Ho terminato il mio secondo romanzo. E’ una storia coniugale tragica, funestata da drammi e incomprensioni. Ambientato nella Milano più periferica e marginale, racconta un amore vinto dalla miseria, dall’odio ideologico e da un segreto inconfessabile.

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