“I veleni su Delrio? Ultimo caso di virus nazionale nato dopo Tangentopoli”

Politica e Giustizia
LUCIANO VIOLANTE - LUCIANO VIOLANTE - fotografo: IMAGOECONOMICA

Intervista a Luciano Violante: “Solita delegittimazione. È come se nel Paese agisse una società della Punizione. Ma la forza della democrazia è riconoscere l’altro”

Presidente Violante, come definisce l’ultimo caso che ha come obiettivo il ministro Delrio? Tentato dossieraggio, millanteria, uso distorto di fatti veri?
«Ci mancano elementi importanti per definire questo episodio. Finora siamo davanti ad un tentativo di utilizzare fatti che di per sé non provano nulla (quando era sindaco di Reggio Emilia Delrio è stato a Cutri, cittadina della Calabria gemellata con Reggio e territorio del clan dei cutresi, ndr) per offendere la reputazione dell’ avversario politico. Tutto ciò che può danneggiare l’avversario viene utilizzato. Intanto s’infanga; qualcosa resterà. Mi spiace dirlo, ma questa, a chiunque tocchi, è crisi di civiltà».

Delrio vuole arrivare fino in fondo alla vicenda del dossier contro di lui di cui parlano al telefono Pastena e Gemelli, gli ultimi due faccendieri balzati alle cronache della corruzione. Giusto denunciare?
«Fa benissimo. Graziano Delrio non ha bisogno di dimostrare nulla. Perciò è giusto reagire con fermezza».

Questo dei dossier falsi sembra un virus nella storia d’Italia. Dal terrorismo alle grandi inchieste di corruzione, spunta sempre fuori il dossier farlocco. Perché abbiamo questa tendenza?
«Stiamo già usando la parola dossier quando, eventualmente, si tratterebbe di una sola foto. È come se il sistema dell’informazione anche involontariamente abbandonasse il piano della verità e scivolasse lungo la china della spettacolarizzazione che ha bisogno di immagini e parole ogni giorno più pesanti per tenere desta l’attenzione. Si passa sgradevolmente dalla informazione alla teatralizzazione».

È un vizio italiano?
«Le parti politiche tendono ad un conflitto senza fine per la delegittimazione totale dell’altro, mentre la politica è sforzo di comprensione delle ragioni dell’ avversario. Machiavelli nel Commento alla prima deca di Tito Livio, osservava che la grandezza di Roma repubblicana era di avere un conflitto regolato. Noi invece è come se avessimo bisogno di spettacolarizzare e incrementare continuamente il conflitto».

Vabbè, non è che Trump o gli altri competitor nella corsa alla Casa Bianca usino il fioretto…
«Trump può dire le cose peggiori. Ma il suo partito lo smentisce. E questo ristabilisce un equilibrio, un confine. La nostra caratteristica storica, da superare, è la divisività, la non prevalenza dell’ interesse generale, la mancanza di unità. Eppure non siamo sempre stati così. De Gasperi si oppose al riconteggio dei voti chiesto dal suo partito dopo il fallimento per soli 57.000 voti della cosiddetta legge truffa perché altrimenti si sarebbe aperto un conflitto pericoloso per l’unità del Paese. Togliatti, dopo essere stato vittima di un attentato, impedì che ci fossero tentativi rivoluzionari. Siamo stati saggi e forti quando abbiamo saputo mettere un limite al conflitto».

Quando siamo cambiati?
«Fino agli anni ottanta il conflitto si sviluppava in verticale: il partito A con tutte le sue articolazioni politiche, sociali ed economiche contro il partito B con tutte le sue diverse articolazioni. Dopo Tangentopoli è accaduto che Berlusconi lo ha spostato lungo un inedito asse orizzontale: tutta la società contro tutta la politica. Il dramma è che tutti, anche gli avversari, lo hanno drammaticamente seguito. E siamo arrivati all’idea barbara che la politica é conflitto, delegittimazione e spettacolo. Chi parla con l’avversario, chi riconosce le sue ragioni o i suoi diritti è un traditore. Abbiamo dimenticato che la forza della democrazia è riconoscere l’altro».

Un’altra caratteristica frequente è quella della soffiata. C’è sempre un amico carabiniere o poliziotto o finanziere che spiffera.
«Anche la soffiata è parte di questo meccanismo. Se la lotta politica funziona come faccenda tra nemici da eliminare e non tra avversari che si combattono ma si rispettano, chi ha qualche elemento che può servire, lo mette in gioco contando sulla riconoscenza del favorito».

Perché poi c’è sempre una parte politica che si presta ad alimentare e amplificare. In questo caso i Cinque stelle per mesi hanno provato a inzuppare il biscotto in questa faccenda di Delrio fotografato a Cutro.
«Guardi, lo facciamo tutti contro tutti. È questo il problema. A volte noto anche un abuso di motivazione negli atti giudiziari quasi che spettasse ai magistrati definire la moralità dei cittadini. Lo scivolamento dal diritto alla morale è pericoloso: il giudizio morale da parte delle istituzioni giudiziarie assomiglia al Tribunale morale della nazione, funzione tipica del partito-guida propria dei regimi totalitari».

Lei che ha attraversato, da magistrato e da politico, i più drammatici passaggi delle più recente storia d’Italia segnata, anche, da dossieraggi e depistaggi, si è mai chiesto da dove origina tuto questo?
«Credo che si stia creando una specie di società della punizione, come una compagnia della buona morte, – composta da settori delle istituzioni, del mondo politico, della comunicazione e della società – che vede non la legalità ma la punizione, sempre e comunque, come unico momento di ordine. Comprendo l’insorgenza contro l’illegalità, ma la compagnia della punizione non risolve il problema. Le classi dirigenti hanno il dovere di risolvere i problemi e di educare i cittadini, anche dicendo cose a loro non gradite purché vere. Faccio un piccolo esempio: il reato di immigrazione clandestina non è stato abolito, non è diventato come sarebbe stato giusto un illecito amministrativo, perché chi governa non ha avuto il coraggio di spiegare la verità. Ha ceduto agli umori della società. Rispetto, ma non concordo».

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