I trentenni visti da Bianco: “La nostra malattia? La paura di essere felici”

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Il cantautore piemontese ci racconta l’importanza di “guardare per aria”, che è anche il titolo del suo ultimo album

La visione semplicistica della vita e delle cose vorrebbe che la scuola autoriale e musicale italiana sia ferma al palo oppure si vedano novità solamente nei talent o nei grandi prodotti distillati dalle major. In verità, il sottobosco artistico del nostro Paese dà i frutti migliori. Un po’ come i tartufi, che se ne stanno nascosti nel terreno, che neanche deve essere un terreno qualsiasi, e aspettano che qualcuno li trovi, anche la nuova classe musicale e autoriale italiane se ne sta nascosta sotto un manto di licheni ad attendere che un pubblico attento li scopra.

E’ il caso di Bianco, che di nome fa Alberto e viene proprio da una terra d’elezione per i tartufi: il Piemonte. Bianco esordisce nel 2011 con “Nostalgina”, per poi editare nel 2012 “Storia del futuro” e approdare nel 2015 a “Guardare per aria”, un album intenso, vibrante e pieno di luce.

biancoverBianco riesce ad essere luminoso nella sua musica, sa raccontare la pazienza e il dettaglio, come i migliori narratori fa della parte peggiore delle cose strumento di sublimazione per scorgere l’essenzialità dei sentimenti. Il sound dei suoi pezzi non è mai scontato, non si riesce ad incanalare in nessun genere prestabilito, la fusione di atmosfere va di pari passo con i paesaggi, le storie, i dolori e le frustrazioni, ma anche la bellezza di “guardare per aria”.

Da questo disco esce un ritratto sociale e sentimentale importante  della nostra generazione, che è forse in attesa di stagioni diverse e attende con sempiterna arrendevolezza il clima migliore. E’ stato bello scoprire Bianco, in un locale romano con pochi posti e tanta gente. Iniziano così le carriere più belle, quando tutto il pubblico dice: “ma non poteva suonare in un posto più grande?”.

Nasci a Torino, la capitale “morale” del nostro Paese, una città densa di letteratura e di musica, però a differenza di molti non pensavi da subito che la professione del cantante fosse una strada certa. Come sono stati gli inizi?
Ho sempre pensato che sarebbe stata una strada molto incerta, lo penso tutt’ora, però sono sempre stato convinto a non avere il rimpianto di non averci provato davvero. Io ho deciso di dedicarmici a tempo pieno quando ancora non rappresentava una fonte di sopravvivenza ma dopo un paio di anni di sacrifici le cose hanno iniziato a girare per il verso giusto.

Calvino in una prefazione di un volume sulla Resistenza scrive che “la proiezione letteraria dove tutto è solido e fissata una volta per tutte, ha ormai occupato il campo, ha schiacciato la vegetazione dei ricordi in cui la vita dell’albero e del filo d’erba si condizionano a vicenda”. Invece nel tuo ultimo album “Guardare per aria”, sembra esserci una dimensione ampia e non schiacciata, sia a livello musicale che di scrittura. Come è nato questo album?
Probabilmente questa visione aperta viene dal luogo in cui ho scritto il disco. Una casa sulla collina di Torino da cui si vedono la città e gran parte dell’arco alpino piemontese. Quando mi mancava una parola guardavo fuori dalla finestra e gli elementi da cui trarre ispirazione erano lì pronti sotto di me.

Spesso sembra che lavori di sottrazione con le parole, cerchi di scarnificarle e legarle il più possibile alla musica. Se dovessi categorizzarti in un genere dove ti collocheresti?
Chi lo sa? È sempre molto difficile, probabilmente è un non genere che però vuole bene alla musica leggera italiana di una volta ma anche al folk statunitense.

“Sentire troppo forte il volume del tuo corpo e non riuscire mai a dormire, non riuscire mai a pensare positivo anche nei giorni più belli”, inizia così “Volume” e forse iniziano così tante troppe giornate dei nuovi trentenni. Perché c’è questo senso di inadeguatezza?
Io ho scritto questa canzone pensando ad un periodo molto felice della mia vita, forse è quello che non sappiamo gestire. Secondo me noi trentenni di oggi abbiamo paura a lasciarci andare nella felicità, abbiamo il timore che sia una sensazione temporanea e ci preoccupiamo più dell’eventualità di perderla che del modo in cui ottenerla. Per questo il nostro corpo va in tilt, ci vengono malattie irreali che ci fanno soffrire come cani, ci chiudiamo in casa aspettando l’infarto, evitiamo le emozioni troppo forti perché pensiamo di poter morire da un momento all’altro. Ecco secondo me questa è la malattia del nuovo secolo. La paura di essere sereni.

Quali sono le esperienze quotidiane che hanno contaminato questo album?
Sicuramente esperienze legate alla convivenza con mia moglie ma anche, come scrivevo prima, legate alla quotidianità dei pensieri. Scrivere di se stessi implica il fatto che ogni disco sarà diverso da quello prima, se si è onesti. Le tracce contenute sembrano un decalogo delle piccole cose, piccole realtà quotidiane che esplodono e si sublimano.

Sembri un grande osservatore…
Mi sono sempre rifugiato nell’osservazione. Non mi ricordo chi me lo insegnò.

Che libro c’è sul tuo comodino in questo periodo?
Le Ossa del Gabibbo di Virginia Virilli. Ve lo consiglio, è un libro che mi ha dato tanta voglia di scrivere e di osservare la vita. Virginia ha scritto il testo di una canzone che sarà contenuta nel mio prossimo disco.

Da torinese non sarai immune alle passioni calcistiche, da che parte stai? La Torino granata o la Torino pluridecorata?
Sono juventino ma solo per tradizione. Purtroppo non seguo tanto il calcio, dico purtroppo perché la trovo una passione, se vissuta intelligentemente, molto aggregante e divertente.

Che vita sogni tra dieci anni?
Una vita musicale e stimolante. Tra dieci anni mi piacerebbe essere arrivato ad una tappa importante della mia carriera e da lì ripartire per la prossima.

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