“I giovani camorristi? Sono bande senza rispetto per la vita”: parla il questore di Napoli

Napoli
ANSA /CIRO FUSCO

Guido Marino inquadra la situazione: “Magari fosse emergenza. Serve anche il cittadino, la giustizia da sola non può bastare”

Guido Marino è un poliziotto. Di quelli veri. Si è formato alla scuola degli sbirri di strada per eccellenza, come capo della squadra mobile di Palermo, quella che fu di Boris Giuliano, per intenderci. Oggi è il Questore di Napoli in uno dei momenti più difficili, con i giovani camorristi delle nuove paranze che terrorizzano e uccidono.

Signor Questore, siamo di fronte a una nuova emergenza camorra, a Napoli?

Per paradosso le rispondo: magari fosse un’emergenza. Nel senso che un’emergenza, per definizione, ha un inizio e una fine, mentre qui siamo di fronte a un fenomeno particolarmente complesso che riguarda molte persone, di varie fasce di età e varia estrazione sociale. Arrestati i capi clan, gli elementi di spicco di un gruppo, questi vengono rimpiazzati con una impressionante velocità. Non fai in tempo a mandare in galera i capi di un clan della camorra che subito devi affrontare chi ne ha preso il posto. E spesso si tratta di ragazzi neppure maggiorenni. Non le chiamerei baby-gang, perché sembra folkloristico, sono gang composte anche da minorenni. Non trattandosi di un’emergenza, dunque, ci si deve domandare se tale fenomeno possa essere affrontato e stroncato soltanto con l’olio di gomito di forze di polizia e magistrati.

Possiamo dire che ci troviamo davanti a una sorta di anarchia criminale?

I protagonisti di queste vicende sembrano tutti usciti da Gomorra. Sono comportamenti “anomali” rispetto alla tradizione mafiosa o ‘ndranghetista: prenda le famigerate “Stese”, quando le bande scendono sul territorio sparando all’impazzata e colpendo spesso a morte anche tante vittime del tutto estranee alle loro guerre. Le mafie tradizionali non amano sollevare tanta attenzione si di sé. Questi, basta guardarli in faccia o sentirli mentre parlano tra di loro, sono veri e propri rifiuti umani, decerebrati destinati alla galera o al camposanto, senza alcun seppur minimo rispetto della vita umana né la propria né altrui. Ma quale boss? I boss che io ricordo erano un’altra cosa.

Eppure, boss o non boss, sono molto pericolosi. E la città si sente indifesa.

No, no. La città non è affatto indifesa, si guardi intorno e conti quante operazioni facciamo ogni giorno. Noi ci siamo, chi manca è il cittadino. E, guardi, io non voglio il cittadino-eroe, il cittadino-sceriffo che si immoli. Ma voglio il cittadino che faccia il suo dovere e che quindi, se assiste a un omicidio che avviene in pieno giorno nel centro della città, non dica di non aver visto e sentito nulla. Non che mi aspetti che qualcuno abbia visto in volto il killer, ma almeno se a sparare fossero uno, due o più. Ogni indagini parte in salita, perché non c’è mai un testimone.

Non deriva anche dal fatto che il cittadino si sente abbandonato?

No. Questo è il più ignobile degli alibi. Intanto ricordo che ci sono ancora oggi, dopo otto mesi, poliziotti in riabilitazione per aver rischiato la propria vita per salvare quella altrui, come Nicola Barbato. Non è un eroe, ha fatto il suo dovere, ma quanti ricordano l’episodio? Non cerco né applausi, né benemerenze. E non generalizzo a tutti i napoletani, ma parlo a quei napoletani che conoscono l’unica strada di lamentarsi e di piangersi addosso magari scrivendo uno sfogo su un giornale. Allora perché non trovi il tempo di venire a dirci qualcosa del territorio dove vivi?

Perché? Me lo dica lei.

Perché la gente vede che quando i delinquenti vanno in galera non ci rimangono tutto il tempo che dovrebbero. La certezza della pena è diventata un miraggio. La pena è sempre più incerta e sempre più inadeguata. Se chi commette uno scippo e dovrebbe stare in galera un certo numero di anni esce dopo qualche settimana è difficile che la gente si convinca a collaborare.

Cos’altro c’è da fare, allora, oltre che contrastare con la repressione?

A me pare che occorre toccare anche altri tasti. A cominciare da quello delle famiglie, perché spesso vediamo genitori incapaci o indegni. Se parliamo di ragazzi che vanno dai quindici ai diciassette anni è doveroso chiedersi che fine abbiano fatto i genitori.

Di recente, i tribunali dei minori, prima a Reggio Calabria ed ora anche qui a Napoli, suscitando una rappresaglia della famiglia colpita, cominciano ad allontanare i minori dalle famiglie criminali. Lei concorda?

Dobbiamo decidere una buona volta se continuare con la retorica e un buonismo paralizzante, oppure pensare seriamente alla tutela dei minori. Semmai ci si deve domandare se tali interventi non arrivino troppo tardi. Come mai non ci si è accorti finora del comportamento di genitori che educano i figli a commettere ogni tipo di reato? Ma quale deportazione, come dicono alcuni! In questi casi intervenire vuol dire cercare di salvare il minore da un destino segnato fatto di violenza, galera e morte.

Cos’altro serve?

Faccia un giro per certi quartieri della città e guardi in che stato sono. Risanarli non può essere un compito affidato alle forze di polizia. Penso all’importanza delle scuole, non tanto come edifici simbolici, ma come presenza educativa che aiuti questi ragazzi a crescere in modo “normale”. Occorre dare una chance a chi finora ha avuto solo quella della strada, dello spaccio, della pistola. È un percorso lungo. Anche perché per troppo tempo si è pensato che tutto si poteva risolvere con più poliziotti o più magistrati. Ognuno deve fare il suo.

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