“I francesi sì che sono seri”, parla Alessandro Borghi

Cinema
epa05791505 Italian actor Alessandro Borghi receives the European Shooting Stars award during the premiere of 'The Party' during the 67th annual Berlin Film Festival, in Berlin, Germany, 13 February 2017. The movie is presented in the Official Competition at the Berlinale that runs from 09 to 19 February.  EPA/IAN LANGSDON

L’attore è tra le coccolate “shooting star” di Berlino: “Ho scoperto come lavorano Oltralpe: che rabbia”. L’attore interpreta Luigi Tenco in “Dalida” domani in onda su Rai1

La notizia è vecchia di settimane, da quando sono stati annunciati i titoli della 67esima Berlinale: l’Italia non rivincerà l’Orso d’oro (nel 2016 trionfò Fuocoammare di Rosi) per il banalissimo motivo che non ci sono film italiani in concorso. Ma nonostante ciò, arriva comunque il giorno in cui a Berlino si parla la lingua di Dante: a Panorama passa l’ottimo Call Me By Your Name di Luca Gaudagnino, reduce dal Sundance, a dire il vero parlato in quasi tutte le lingue europee – ma dove la Divina Commedia appare in mano a un personaggio, così come la raccolta delle poesie di Antonia Pozzi; e tra le “Shooting Stars” dell’edizione 2017 c’è Alessandro Borghi, uno dei nostri giovani attori più bravi e più intelligenti.

Protagonista accanto a Luca Marinelli di Non essere cattivo di Claudio Caligari, elemento di spicco nel cast corale di Suburra, visto anche in Il più grande sogno di Michele Vannucci, ci accoglie nella hall di un mega-hotel berlinese dove le “Shooting Stars” sono coccolate e sottoposte a sedute di lavoro intensissime: ogni anno, Berlino raccoglie una decina di giovani attori provenienti dai vari paesi della UE e fa loro incontrare registi, produttori, agenti, addetti al casting.

Un’esperienza di full immersion internazionale dalla quale sono passati, negli anni scorsi, Elio Germano, Alba Rohrwacher, Michele Riondino, il citato Marinelli e, nel 2016, Sara Serraiocco. La prima domanda a Borghi nasce dallo stupore…

Alessandro, come mai sei biondo? Dicci che ti sei tinto per motivi di scena…

«Sto girando Suburra, la serie tv per Netflix: abbiamo deciso che in un momento della sua vita il Numero 8, il mio personaggio, era biondo platino. Solo che qui a Berlino mi si rivolgono tutti in tedesco: mi prendono per uno di casa».

Domani sei su Rai1 con Dalida, la serie tv, in cui interpreti Luigi Tenco. Che esperienza è stata?

«La mia prima esperienza internazionale. Due cose mi hanno colpito: il piano di lavorazione che per tre mesi non è mai stato modificato, cosa che per noi italiani è una favola (i francesi sono molto precisi…); e il budget. Io ero felice di far parte di questo progetto ma ero anche molto arrabbiato nello scoprire che altrove si fanno prodotti televisivi del genere con 14 milioni di euro, e noi grasso che cola se per fare un film ne abbiamo un milione. Interpretare Tenco è stato un onore incredibile, ma devo dire che il film è su Dalida, io faccio una partecipazione. Che però mi ha regalato una soddisfazione enorme: ho cantato sul palco dell’Ariston, se a mia madre l’avessero detto quando ero piccolo…»

Come vivi questa esperienza a contatto con colleghi tuoi coetanei, provenienti da tutta Europa?

«È un’occasione enorme: incontriamo colleghi e direttori di casting da tutto il mondo, ci sentiamo dentro un processo di globalizzazione del cinema legato anche alle nuove piattaforme come Amazon e Netflix, è una fortuna far parte di questo processo. In Italia siamo ancora un po’ chiusi, invece la possibilità di andare fuori, di fare questo mestiere in altri paesi, esiste. L’unico problema è la lingua, ma quando uno si sente pronto…»

Cosa sanno, di te, i tuoi colleghi e gli stranieri in generale?

«Molti hanno visto Suburra , perché è uscito in molti paesi. Ma abbiamo visto tutti assieme un film per ciascuno di noi, io sono stato “presentato”con Non essere cattivo e ho avuto una bella accoglienza. Sono contento che si parli ancora tanto di quel film. Mi ha cambiato la vita, nel modo di vedere questo mestiere ma anche nel mio essere uomo. Claudio Caligari aveva due poteri enormi: quello di farti capire che non sapevi niente di cinema, perché lui ne sapeva sempre più di tutti gli altri, e quello di farti maturare, di insegnarti delle cose anche senza dirtele, se eri abbastanza furbo da osservare con quanta passione lavorava. Ci ha fatto diventare tutti più umani, più buoni».

Esiste indiscutibilmente un’ottima leva di attori italiani giovani. Come sono i rapporti fra di voi?

«Io sono circondato da colleghi che sono anche miei amici e l’unica cosa che vogliamo è lavorare assieme. Da ragazzo, ho osservato per anni Kim Rossi Stuart, Elio Germano, Pierfrancesco Favino: mi sembravano irraggiungibili. Beh, ora vorrei che i ragazzi che osservano noi vedano che facciamo squadra, che cerchiamo progetti comuni. In Italia ci sono anche tanti bravissimi registi giovani, a cominciare da Michele Vannucci con il quale ho girato Il più grande sogno. Il problema sono sempre i soldi, ma a volte riusciamo a fare cose belle anche senza soldi…»

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