“Ho incontrato 100mila torinesi. Le mie priorità: crescita e lavoro”. Parla Piero Fassino

Amministrative
Il sindaco di Torino, Piero Fassino, durante la conferenza stampa di fine anno presso la Sala Colonne del Municipio, Torino, 29 dicembre 2015. ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO

Il sindaco: dopo essere riusciti a contrastare gli effetti della crisi, ora apriremo una seconda fase. I 5Stelle? Salto nel buio. Sel? Incomprensibile

Chiellini, Bonucci o Barzagli? Sul gioco dei paragoni calcistici di Renzi, Piero Fassino non ha dubbi. «Chiellini – risponde – È un giocatore che ha una tenuta di gioco straordinaria, sia durante i novanta minuti che durante l’intero campionato. Nel ciclismo lo si definirebbe un passista, ma è anche uno in grado di vincere in volata».

Sindaco, ci siamo ormai. Che campagna elettorale è stata a Torino?
«È stata una campagna elettorale in cui centrale è stato il rapporto diretto, corpo a corpo, con gli elettori, fatta meno nei comizi e nelle grandi manifestazioni e più nei mercati, nelle piazze nei luoghi di aggregazione. Ho tenuto il conto, in tre mesi ho incontrato 100mila persone. È stata una campagna mirata a contrastare quell’area di incertezza e scetticismo che è molto più larga del passato. Abbiamo messo al centro del discorso i temi della vita della città che soltanto i cittadini conoscono e di cui vogliono parlare in queste occasioni. I problemi del quartiere, della via, le cose che bisogna fare, quelle che non vanno o che invece vanno bene. C’è un rapporto molto più reale e concreto in una campagna elettorale amministrativa, proprio per questa concretezza della vita quotidiana della città».

Di solito un sindaco uscente si presenta agli elettori per chiedere una conferma in nome di un “un lavoro da finire”. Cosa c’è da finire nel suo lavoro per Torino?
«Io non mi ricandido soltanto per portare a termine un lavoro, lo faccio soprattutto per passare ad una seconda fase. I cinque anni che abbiamo alle spalle sono stati contraddistinti da una crisi economica molto dura che nella nostra città ha inciso nelle condizioni di vita e di lavoro di molte persone. L’obbiettivo che ci siamo dati e che abbiamo realizzato è stato quello di contrastare la crisi, contenerne gli effetti e fare in modo che Torino mantenesse il suo dinamismo. Ci siamo riusciti visto che abbiamo ridotto di quasi 600 milioni il debito garantendo tutti i servizi fondamentali erogati ai cittadini, dagli asili all’assistenza domiciliare agli anziani, dai trasporti pubblici alle politiche per il sostegno alla disabilità. Abbiamo continuato ad investire nell’innovazione, nella ricerca, nell’alta formazione e la cultura e al tempo stesso abbiamo accompagnato un processo di innalzamento della capacità competitiva e della specializzazione tecnologica dell’apparato industriale. Abbiamo fatto diventare Torino una grande città turistica con un fortissimo investimento in cultura che ci ha consentito di passare da un milione di visitatori del 2004 ai 6 milioni del 2015, ma abbiamo anche gestito l’emergenza sfratti che sono raddoppiati da 2 mila a 4 mila negli anni della crisi. O ancora il modo in cui abbiamo fronteggiato l’emergenza rom: non con le ruspe ma ricollocando in soluzioni abitative dignitose 600 rom e realizzando dove prima c’era un campo desolato un nuovo parco per tutti i cittadini. Tutte cose sulle quali abbiamo dimostrato di saper governare».

Fin qua la Torino che è oggi rispetto a quella che era cinque anni fa. E la Torino che sarà?
«Dopo aver resistito alla crisi si tratta di aprire una fase di rilancio dello sviluppo. E questo è possibile perché nel 2015 si sono già visti segnali di ripresa con la produzione industriale cresciuta in tutti i settori, con la crescita dei consumi e delle sottoscrizioni di mutui, segno che il mercato immobiliare ha ripreso a muoversi. C’è poi un dato molto significativo sull’occupa – zione, che nel 2015 ha fatto registrare un +2% abbinato al -1% di disoccupati. Il nostro obbiettivo è agganciare la ripresa e rimettere in moto un ciclo espansivo con il rilancio della crescita e dello sviluppo e con l’obbiettivo centrale di tornare a creare lavoro. Ci sono tutte le condizioni: l’industria si è ristrutturata e oggi è molto più competitiva, come dimostra il 10% in più di esportazioni a fronte del 7% nazionale; l’Unione Europea ha riconosciuto il nostro impegno sul fronte dell’innovazione classificando Torino al secondo posto nel continente per capacità innovativa nella digitalizzazione; l’investimento fatto sugli atenei sta trasformando Torino in una grande città universitaria con il numero di studenti stranieri in costante crescita. Tutto questo ci fa dire che una fase di rilancio è possibile e già se ne vedono i segni. L’obiettivo dei prossimi cinque anni è fare in modo che chi oggi investe, studia e vive a Torino continui a farlo perché è convinto di essere nella città giusta e chi nel mondo cerca una città dove andare a vivere, studiare e investire scelga Torino pensando di fare una buona cosa per la propria vita».

Fra lei e la riconferma, stando ai sondaggi, l’ostacolo maggiore è la candidata Chiara Appendino del Cinque Stelle. Perché i torinesi dovrebbero scegliere di confermarla e non cedere ai richiami di novità del Movimento?
«Noi ci presentiamo avendo già dimostrato di saper governare la città con un bilancio solido di risultati e una classe dirigente sperimentata. I Cinque Stelle non hanno ancora presentato un solo progetto per Torino che non fosse una generica istanza di cambiamento. Ma cambiamento per cosa? Il Movimento, inoltre, fin qui non ha espresso una classe dirigente. Per questo dico che un voto a 5 stelle per Torino sarebbe un salto nel buio che rischierebbe di compromettere tutto quello che abbiamo fatto fin qui. Per questo quello che diciamo agli elettori è di non fermare lo sviluppo di Torino, di non interrompere il cammino che abbiamo intrapreso in questi anni e non compromettere i risultati che abbiamo ottenuto. Il solo voto utile per Torino è quello legato alla continuità nel segno comunque del cambiamento che ha contraddistinto la storia cittadina degli ultimi venti anni».

A proposito di cambiamento, la coalizione con cui si presenta alle urne è diversa rispetto a quella di cinque anni fa.
«L’unica diversità sta in Sel che ha deciso di avere un proprio candidato. Una scelta incomprensibile visto che fino alla fine della legislatura, per cinque anni e fino a quindici giorni fa, Sel ha fatto parte della coalizione di governo condividendo tutte le scelte che abbiamo fatto. Non si presentano con un programma alternativo, non si presentano con un programma tout court a dire il vero, e il candidato Giorgio Airaudo motiva la sua corsa con il disaccordo con le politiche del governo nazionale. Ma domenica non si vota per Renzi, per il Parlamento o per scegliere chi dovrà guidare l’Italia. Si va alle urne per decidere chi farà il sindaco a Torino, a Milano, a Roma, a Bologna, a Napoli, a Trieste e in tante altre città. Peraltro non capisco perché Sel sostenga Sala a Milano e non Fassino a Torino. Come si spiega se non con una volontà di indebolire la mia candidatura? Alleati avremmo potuto raggiungere il 51% già al primo turno, così sarà una competizione più dura per questo mi auguro che gli elettori di Sel scelgano fin dal primo turno la strada dell’unità e non della divisione».

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