Guerini: “Siamo passati dalla ditta al Vietnam, ora bisogna calmarsi”

Pd
Lorenzo Guerini commenta i dati dei risultati delle elezioni amministrative nella sede del Partito Democratico, Roma, 31 maggio 2015. 
ANSA/GIUSEPPE LAMI

Il vicesegretario Pd avverte: “Nessuno pensi di azzerare tutto o qualcuno dovrà assumersi la responsabilità di fermare le riforme”

Cammina veloce dopo aver concluso una riunione prima del voto sul Cda in Vigilanza Rai e sta per inziarne un’altra. Fa fatica a conservare il suo solito aplomb. Il numero due del Nazareno, Lorenzo Guerini, sono giorni che assiste al braccio di ferro nel suo partito, legge sui giornali interviste al vetriolo, minacce di non voto, disquisizioni sulla sanità mentale dei parlamentari. «Ma dove pensano di poter arrivare così? È arrivato il momento di abbassare i toni». Lui, formazione forlaniana, è di quelli che per natura lavora ad unire e a questo dedica la maggior parte del suo tempo, ormai. A cercare di rimettere insieme i fili di un partito che a tratti sembra annodarsi su stesso. «Abbiamo iniziato con il parlare della ditta e adesso siamo arrivati al Vietnam», dice mentre il telefono squilla.

Guerini, dentro il suo partito in questi giorni se ne stanno dicendo di tutti i colori. Sicuro che riuscirete a trovare la quadra sulle riforme?

«Sono giorni che sento espressioni come “Vietnam, sani di mente, o così o non voto”. Non è questo ciò di cui ha bisogno il Pd nè è questo ciò che serve al senso di responsabilità che ci siamo assunti di fronte al Paese. In questo modo, tra l’altro, disorientiamo i nostri milianti che non capiscono questa continua polemica, non ne possono più. Quindi inviterei da subito, tutti, ad abbassare i toni e a ritrovare quel rispetto necessario alla discussione e al confronto politico».

Roberto Speranza dice che il Parlamento non può essere il passacarte del governo. Il tono non è insultante ma il concetto sembra chiaro. Che risponde?

«Che ha ragione, condivido la sua osservazione, infatti il Parlamento non è il passacarte del governo e nessuno gli ha chiesto di svolgere questa funzione».

La “ditta”, come viene definita la vecchia maggioranza del partito, sostiene che la riforma del Senato così come è non funziona. Non ha i contrappesi necessari a garantire equilibrio fra le istituzioni. Nasce da qui la minaccia di alcuni senatori di non votarla. Sono esagerati o c’è un fondo di verità?

«Il confronto è necessario ma deve essere caratterizzato da un atteggiamento di lealtà. Non si può prescindere da questo e vorrei che fosse chiaro una volta per tutte. Le Camere, per intenderci, non possono diventare la sede dove qualcuno pensa di regolare i conti interni. La dico così: eravamo partiti dalla ditta e rischiamo di trovarci nel Vietnam. Non può funzionare così un partito, ripeto: abbassiamo i toni e lavoriamo per portare a termine il percorso delle riforme che abbiamo iniziato e le politiche di cui il Paese ha bisogno. Riconosciamoci tutti nello sforzo di governo».

Gotor, Chiti e gli altri “dissidenti” chiedono un Senato elettivo. Su questo punto è possibile la mediazione?

«Sgombriamo il campo da ogni ambiguità: siamo in una fase avanzata del percorso di riforma costituzionale e immaginare cambiamenti che riportino al punto zero non è assolutamente possibile. Il confronto e le modifiche si possono anche fare ma solo a condizione che non si azzeri tutto. Altrimenti qualcuno si prenda la responsabilità di dire chiaramente al Paese che vuole bloccare il cammino intrapreso. Sono certo che nel mio partito, il Pd, tale ipotesi non è sul tavolo anche perché francamente non sarebbe capita innanzitutto dalla nostra base. L’impegno che abbiamo assunto non è per il bene del Pd, è per il bene dell’Italia. Noi stiamo facendo riforme che gli italiani aspettavano da anni, necessarie a realizzare un assetto istituzionale del sistema democratico più efficace e moderno».

Leggendo i giornali e ascoltando la tv gli esponenti del Pd a volte sembrano fronteggiarsi come fossero due partiti diversi. Speranza, ad esempio, sul Mezzogiorno dice che servono fatti da parte del governo e non parole.

«Qualche volta a sentire certe espressioni questo dubbio viene. Però credo che il tema che abbiamo di fronte meriti atteggiamenti all’altezza della sfida. Affrontare il tema del Mezzogiorno in modo efficace richiede uno sforzo congiunto tra governo, parlamento e Pd per invertire la direzione di marcia. Matteo Renzi ha convocato una direzione ad hoc per venerdì e spero che in quella sede dai miei colleghi di partito arrivino contributi sostanziali anziché polemiche che lasciano il tempo che trovano».

La ministra Maria Elena Boschi ha detto che la legislatura arriverà al termine naturale, ma le voci di elezioni anticiapte si fanno sempre più insistenti. E un’ipotesi sul tavolo?

«Il nostro impegno è di governare il Paese e governare bene portando a termine il percorso di cambiamento e di riforme di cui l’Italia ha bisogno per poter crescere e per poter riacquisatre credibilità all’estero. Per agganciare la ripresa occorre far bene e non perdere tempo e gli indicatori economici ci dicono che stiamo andando nella direzione giusta. Iniziano ad arrivare i primi risultati del Jobs act, degli ottanta euro in busta paga, della contribuzione delle assunzioni stabili… Sarebbe folle interrompere tutto».

Vedi anche

Altri articoli