Guerini: “Nessun calo di iscritti e più giovani alle iniziative Pd”

Dal giornale
Lorenzo Guerini commenta i dati dei risultati delle elezioni amministrative nella sede del Partito Democratico, Roma, 31 maggio 2015. 
ANSA/GIUSEPPE LAMI

Intervista al vicesegretario dem: parlano i numeri, in linea con l’anno scorso

«Visto che parliamo di iscritti conta una sola cosa, i numeri. E parlano molto chiaro. Nel 2014 la campagna del tesseramento si è chiusa con quasi 370mila adesioni, e quest’anno siamo perfettamente in linea con questa cifra». Il vicesegretario del Pd replica alle polemiche – rilanciate sulla stampa – sui tesserati. Sottolinea la partecipazione di tanti giovani alle iniziative del Pd e difende dalle critiche anche il doppio ruolo di Renzi, segretario del partito e premier: «È indispensabile a garantire il successo della nostra politica di riforme. In Europa è la regola. Merkel guida governo e partito in Germania, e lo stesso fa Cameron in Gran Bretagna. Nel passato è accaduto lo stesso con esecutivi di sinistra come quelli di Blair e Zapatero».

«Anche l’anno scorso la stessa cosa, ormai è diventato una sorta di appuntamento»… Chi conosce Lorenzo Guerini sa che il vicesegretario del Partito democratico non ama le polemiche. «È vero – conferma l’interessato -. Specie se poi le polemiche sono basate su una cosa che semplicemente non esiste».

Che poi sarebbe il calo degli iscritti al partito. Per qualcuno un autentico crollo: “Stillicidio di addii», titola Repubblica.

«Torno a ripetere: è una cosa che semplicemente non esiste. Visto che parliamo di iscritti conta una sola cosa, i numeri. E parlano molto chiaro. Nel 2014 la campagna del tesseramento si è chiusa con quasi 370mila adesioni, e quest’anno siamo perfettamente in linea con questa cifra. Se poi vogliamo approfondire l’argomento, allora bisogno inserirlo in un contesto temporale più ampio, però magari questo non appassiona chi è interessato solo alla polemica».

E che cosa emerge, andando indietro con gli anni?

«Se si parte dal 2009 si vede che Walter Veltroni lasciò la poltrona di segretario con il Pd che aveva 791mila iscritti. Tre anni dopo, con Pierluigi Bersani alla guida del partito, i tesserati erano scesi a 477mila. Con questo, però, non voglio assolutamente accusarlo di questo calo, perché ritengo che le ragioni risiedano altrove».

Quali sono, quindi, le ragioni di quello che in sei anni è stato un dimezzamento degli iscritti?

«In Italia in molti sono tuttora abituati a misurare il “successo” di un partito politico con l’andamento del numero degli iscritti. Io invece credo che le cose stiano cambiando, che la militanza dentro una forza politica in questo momento si esprime in modi diversi, che non necessariamente comportano l’iscrizione».

L’adesione, insomma, non passa per forza dal tesseramento…

«Esattamente, e sono i fatti a dimostrarlo. Pensiamo a quello che è accaduto con il due per mille. Con la segreteria Renzi, il Pd se lo è visto devolvere da ben 550mila persone, un numero ben superiore a quello degli iscritti. Si tratta di persone meno democratiche di quelle che hanno la tessera del partito? Io non lo credo affatto, piuttosto hanno scelto di manifestare la loro vicinanza al nostro progetto politico in un altro modo».

Tessera, due per mille, o c’è anche dell’altro?

«C’è dell’altro, ed esistono indagini socio-politiche che lo evidenziano molto bene. Un altro esempio è quello dei giovani: sbagliato pensare che nel loro caso il calo del tesseramento indichi una disaffezione verso la politica. Nella nostra esperienza, vediamo molti giovani partecipare alle iniziative del Pd, con azioni di volontariato o dando il loro contributo ad appuntamenti e dibattiti elettorali, e questo pur non avendo la tessera del partito».

Resta il fatto che a misurare con le tessere la forza del Pd ci sono ancora dei suoi autorevoli esponenti.

«Il che è perfettamente legittimo, anche se personalmente lo reputo sbagliato, specie se in questo modo si finisce con il mettere in dubbio quello che rappresenta un caposaldo dell’azione riformista che viene condotta dal governo Renzi».

A che cosa si riferisce?

«Alla coincidenza fra la leadership del partito e la premiership, che reputo indispensabile a garantire il successo della nostra politica di riforme. Prima di Matteo Renzi nel partito Democratico questa coincidenza non c’è mai stata, ma a ben vedere si è trattato di un’autentica anomalia. In Europa è invece la regola, a prescindere dalla collocazione delle forze politiche. Pensiamo ad Angela Merkel guida governo e partito in Germania, e lo stesso fa David Cameron in Gran Bretagna. Nel passato è accaduto lo stesso con esecutivi collocati a sinistra, come quelli che sono stati guidati da Blair e Zapatero».

Intercettare i nuovi modi di esprimere la militanza politica rappresenta una sfida significativa per i partiti. Il Pd che cosa fa?

«Già nel prossimo fine settimmana forniamo una risposta importante, con il partito Democratico che scenderà in piazza con i suoi banchetti per mostrarsi ai cittadini in tante piazze italiane. Quante non sono nemmeno in grado di dirlo, perché le mille piazze di cui si è parlato all’inizio saranno sicuramente molte di più, visto che abbiamo già ricevuto una pioggia di adesioni entusiaste a questa iniziativa».

Ma che cosa accadrà intorno a questi banchetti?

«Vedremo un partito che dal Trentino alla Sicilia sarà impegnato a dialogare con gli italiani. Saranno presenti i nostri parlamentari, i nostri sindaci, chi è impegnato nel governo delle regioni, i nostri militanti e coordinatori di circolo, tutti nelle piazze per illustrare alla gente l’azione che sta facendo il governo, ed allo stesso tempo per spiegare che cos’è il Partito democratico. E naturalmente la nostra iniziativa rappresenterà anche una risposta ai gravissimi fatti di Parigi, con il rifiuto della follia del terrorismo e l’affermazione della volontà di non chiuderci in noi stessi ma di riaffermare i valori della democrazia ritrovandosi insieme nelle piazze del nostro Paese».

Vedi anche

Altri articoli