Guccini: “Canto ‘Auschwitz’ perché ci sono ancora motivi per farlo”

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Francesco Guccini durante la presentazione del documentario sul viaggio di Francesco Guccini ad Auschwitz "Son morto che ero bambino" presso l'aula dei gruppi parlamentari della Camera, Roma, 23 gennaio 2017. ANSA/ANGELO CARCONI

Cinquant’anni dopo la canzone, il cantautore ha visitato il campo di sterminio. Il viaggio, con una scolaresca, raccontato in un documentario in onda venerdì

È il 1966 quando Francesco Guccini scrive Auschwitz, la canzone del bambino nel vento. Cinquant’anni dopo Guccini, con i ragazzi della seconda media dell’Istituto Salvo d’Acquisto di Gaggio Montano (Bologna) e con il vescovo, Matteo Zuppi, ha potuto toccare con mano l’orrore del campo di sterminio che aveva descritto. Il viaggio del cantautore è stato raccontato nel film Son morto che ero bambino – Francesco Guccini va ad Auschwitz , presentato ieri a Roma alla Camera dei deputati alla presenza della presidente Laura Boldrini e di Walter Veltroni. Un film documentario prodotto dalla Movie Movie, per la regia di Nene Grignaffini e Francesco Conversano, che sarà trasmesso in prima tv su Rai Storia il 27 gennaio, in occasione della Giornata della Memoria.

Guccini, è difficile descrivere un’esperienza come quella di Auschwitz. Lei come l’ha vissuta?

«Sì è difficile, ma da un lato potrebbe essere anche troppo facile perché c’è una retorica che viene spontanea e che rende tutto più complicato. Io ho scritto questa canzone leggendo un paio di libri, ma non ho potuto approfondire più di tanto perché non c’erano tante testimonianze allora visto che i documentari sono stati realizzati molto dopo. Sono arrivato ad Auschwitz in treno. È stato un viaggio scomodissimo, però se il nostro è stato un viaggio scomodo, non oso pensare a quello di chi veniva deportato».

Il primo impatto con il campo qual è stato?

«Arrivi e vedi Birkenau, questa landa agghiacciante che ti fa venire un senso di vuoto allo stomaco. E poi Auschwitz, questo cancello con la scritta “Arbeit Macht Frei” che uno immagina enorme e che invece è piccolissima. Quante riflessioni puoi fare? Troppe».

È vero che a ispirare il suo brano è stata la lettura di “Tu passerai per il camino” di Vincenzo Pappalettera?

«No, in gran parte sono stati gli scritti di Primo Levi e Il flagello della svastica di Lord Russel».

Quando ha scritto Auschwitz aveva 24 anni e, paradossalmente, lo ha fatto senza esserci mai stato. Dopo il suo viaggio, c’è qualcosa che cambierebbe nella canzone?

«È vero non ero mai stato prima ad Auschwitz. Ma per un non viaggiatore come me le esperienze letterarie marcano di più di quelle vissute. Fu un brano scritto da un ragazzo di 24 anni che pensò stranamente di scrivere questa canzone. Pensi che quando abbiamo inciso il primo disco, per altro bruttino, un tecnico di sala mi chiese: “L’ha scritta lei? Non so se ha intenzione di continuare a fare questo mestiere, ma dia retta a me, se vuol far carriera cambi genere”. Eppure la prima volta che andai in televisione, da Caterina Caselli, cantai proprio Auschwitz e Arnoldo Foà mi fece grandi complimenti».

Nei suoi concerti ha sempre detto che prima o poi avrebbe voluto smettere di cantare “Auschwitz”. Oggi la canterebbe ancora?

«Si, perché i motivi per cui è stata scritta, purtroppo, non si sono esauriti».

Per lei è la prima volta alla Camera dei deputati, che effetto le fa?

«Non lo so, ma ahimè, ho dovuto rimediare una vecchia giacca che non mi sta più, staremo a vedere».

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