“Guai a fermare il cambiamento”. Il Sì di Nicola Zingaretti

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Negli anni è cresciuta la sensazione di un futuro che non arriva mai. È questo che genera la disillusione, mentre la vera risposta a questa rabbia è la possibilità di fare finalmente un passo avanti

«È vero, c’è chi urla e sarebbe meglio abbassare i toni, ma vedo una grande passione e un grande coinvolgimento sui temi di questo referendum e da persona di sinistra non posso che considerarlo un fatto positivo». Il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, si tiene da sempre a debita distanza dalle polemiche politiche. E in barba ai sondaggi, dice che il clima nel Paese, non è detto che sia quello che raccontano osservatori e opinionisti. «Più ci si avvicina al referendum, più si entra nel merito e meno c’è da aver paura per le sorprese dall’urna».

Presidente, lei dice “parliamo del merito”, eppure di tutto si parla tranne che di questo. Si aspettava questo clima da resa dei conti finale?

«Questo è un tema di grande rilevanza per la vita politica delle persone. Trovo anche normale che ci scaldi, la pasta per cuocere ha bisogno dell’acqua che bolle, c’è il rischio di scottarsi, ovvio, ma per questo bisogna fare attenzione. È necessario abbassare i toni, ovvio, ma in questi giorni ci sono milioni di persone che si stanno interrogando sugli assetti istituzionali del Paese e per fortuna non è un dibattito per soli addetti ai lavori, sta addirittura diventando un dibattito popolare. Quello che invece vedo riaffiorare, ed è sbagliato, è il vizio moderno di fuggire dal confronto delle idee e di voler distruggere le persone che le idee le esprimono. Forse è necessario tornare ad avere più rispetto per le idee e quindi per le persone».

Entriamo nel merito, che conseguenze avrà per le Regioni l’entrata in vigore della riforma se dovesse vincere il Sì ?

«Intanto diciamo che avrà conseguenze positive per il Paese e quindi anche per i livelli di governo locale per un dato oggettivo: la metà dei ricorsi pendenti alla Corte Costituzionale riguardano conflitti di competenza tra Stato e Regioni. Noi dobbiamo rimettere mano a un sistema di competenza e fare chiarezza sulle stesse».

Massimo D’Alema ha detto che c’è un solo modo per tenere unito il Pd: la vittoria del No. Le chiedo: sarà possibile dopo il 4 dicembre tenere ancora insieme il Pd?

«Sono abituato a confrontarmi sulle idee e non a favore o contro le opinioni dei leader. Penso, però, che la sfida per l’Italia è una sfida per la quale vale ancora la pena combattere. Quanto all’unità del partito resta un obiettivo strategico e per evitare di mancarlo sarebbe necessario, in questa fase, condurre una battaglia per il Sì o per il No nel rispetto degli altri. Il “dopo” dipenderà da come gestiremo il “prima” referendum» .

Il dopo è oggetto di molte riflessioni e previsioni da parte di osservatori e opinionisti politici. Che scenario si aprirebbe in caso di vittoria del No?

«Abbiamo un grande presidente della Repubblica che saprà dare una risposta a questo tema. Ma rispetto agli osservatori e gli opinionisti ho un’idea diversa della realtà. Nei mercati, nelle strade, parlando con i cittadini ho trovato la volontà di capire i contenuti della riforma e nessun interesse per i retroscena futuri. Ritengo fondamentale nei prossimi giorni condurre una battaglia dentro questa passione che sta interessando l’Italia con una grande determinazione delle idee unita a un grande rispetto per chi la pensa diversamente. Il “dopo” lo affronteremo dopo, appunto».

Non la preoccupa la profonda spaccatura tra le forze politiche alla luce della crescente violenza verbale di questi giorni, per di più in un Paese dove c’è tanta rabbia diffusa?

«Credo che il compito della politica non sia quello di parlare dei problemi ma di risolverli. Lo dico perché spesso la tensione e la rabbia che ci sono nel Paese derivano da un senso di impotenza dettato proprio continuo elencare i problemi senza lasciare intravvedere una possibilità di soluzione, i tanti “noi faremo”, “noi cambieremo” che negli anni si sono susseguiti dando la sensazione di un futuro che non arriva mai. È questo che genera la disillusione, mentre la vera risposta a questa rabbia è la possibilità di fare finalmente un passo avanti. Da questo punto di vista la vittoria del Sì proietterebbe il Paese verso una situazione nuova che all’ansia di cambiamento, di uscire da uno stallo permanente, dà una risposta concreta».

Se sfociasse in un No questa rabbia in cosa si trasformerebbe?

«Significherebbe per molte persone perdere la speranza di poter cambiare. Vorrebbe dire che neanche stavolta ce l’abbiamo fatta, che tutto resterebbe come prima. Ci sarebbe un’ulteriore disillusione. Io rispondo come una persona di parte, capisco la rabbia per il presente, ma uno dei motivi che mi ha portato a schierarmi per il Sì è il fatto che il populismo si radica laddove si continua a parlare solo di problemi senza mai dare risposte. Proviamo a entrare nel merito di questa riforma: non ci sono più poteri per il premier nella riforma; si interviene sui conflitti di competenza; si supera il bicameralismo; quanto all’Italicum è chiaro che si farà una nuova legge… Vedo delle risposte a un cambiamento chiesto da anni e mai attuato fino ad ora. Forse tanta di questa rabbia che oggi tocchiamo con mano nasce dall’insofferenza per il chiacchiericcio annoso sulle cose da fare e mai fatte. Questa rabbia si sconfigge con il cambiamento. Se invece, dopo sei passaggi parlamentari, anche questa volta l’esito dovesse “non se ne fa niente”, allora bisogna preoccuparsi».

Pier Luigi Bersani e la minoranza dopo aver votato sei volte in parlamento la riforma oggi sono impegnati con il fronte del No.

«Rispetto le posizioni degli altri e non aggiungo altro perché non mi interessa entrare in polemica».

Zingaretti, dopo il referendum ci sarà il congresso del Pd e si guarderà alle elezioni politiche. Con Sinistra italiana i rapporti sono pari allo zero, è ai leader della stagione dei sindaci arancioni, da Massimo Zedda, a Giuliano Pisapia, che si deve guardare per riaprire un dialogo a sinistra?

«Il Pd deve tenere aperto il confronto sull’innovazione con tutta la sinistra. Con personalità di grande spessore come Pisapia e Zedda sarà importante confrontarsi per arricchire con idee e progetti il nostro orizzonte culturale, quello di un grande campo democratico. Per quanto riguarda il congresso Pd ci permetterà di affrontare un tema sul quale siamo ormai tutti d’accordo: il partito dovrà aprire una discussione e una riflessione per ripensare un suo modo di come stare nel Paese. In una democrazia moderna bisogna chiedersi come rafforzare un soggetto politico unitario e questo referendum ce lo dimostra in modo chiaro. Stiamo pagando una condizione – legata agli ultimi dieci anni di vita del partito – nella quale l’identità di gruppi e componenti prevalgono sull’identità unitaria. Quello di un soggetto politico unitario moderno penso sia uno dei grandi temi che dovremo affrontare a garanzia della democrazia del nostro Paese».

 

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