Graziosi: “Guai a confondere populismo e sovranità popolare”

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Lo storico dell’età contemporanea: “Trump è l’esito della tendenza delle élite liberal a parlare solo ai loro simili”

Populismo è oggi uno dei termini più usati del dibattito politico, specie dopo la vittoria di Donald Trump. Andrea Graziosi, storico dell’età contemporanea e della Russia in particolare, conosce bene le sue varie sfaccettature e mette in guardia dal confonderlo con l’idea di «potere del popolo ».

Professore, chi sono oggi i populisti?

«In due parole, direi quelli che ripetono ciò che una parte della popolazione vuole sentirsi dire».

Non lo fanno tutti, in democrazia?

«Io distinguerei tre categorie. La prima è quella dei populisti, coloro cioè che ascoltano una parte delle esigenze popolari ma solo per ripeterle immediatamente e magari estremizzarle, spesso portando alla catastrofe. Nella seconda metterei classi dirigenti che ascoltano ma sanno anche elaborare le richieste popolari e quindi dare una risposta ai problemi, svolgendo un ruolo di mediazione alta. Nella terza, classi dirigenti che non solo non ascoltano, ma non riescono nemmeno a vedere i problemi di strati più o meno ampi della popolazione e vivono rinchiusi all’interno di un mondo proprio. E questo è quello che temo sia accaduto in molti paesi occidentali e da ultimo negli Stati Uniti».

Da dove nasce il termine populista?

«Il concetto è antico quanto la democrazia: con il nome di demagogia esiste dai tempi di Tucidide. Il termine populismo, invece, si afferma politicamente negli Stati Uniti tra la presidenza di Andrew Jackson negli anni 30 dell’Ottocento e la fine del secolo. Mentre in Russia si incontra negli anni 70/80, sempre dell’Ottocento, quando un movimento di studenti decide che vuole andare “verso il popolo”, per portargli i suoi valori, ma si accorge che il popolo non li vuole, che ha ben altra scala di priorità e credenze, che comprendono anche l’antisemitismo o una forte ostilità verso il mondo urbano e signorile, e allora si dicono: noi non dobbiamo insegnare al popolo, ma imparare dal popolo».

Sembra uno slogan dei maoisti di un secolo dopo. «È un fenomeno che si riaffaccia periodicamente, ora a sinistra, come in quel caso, ora a destra, come in America latina, con il primo peronismo». Per questo il termine è così ambiguo?

«È ambiguo come il concetto di popolo, che si può intendere da un lato nel senso di tutti, come lo intendevano i romani, per i quali il popolo comprendeva anche i senatori; dall’altro come una parte».

La parte bassa.

«Non necessariamente. Nella Polonia del Seicento i contadini non erano considerati popolo, polacchi erano solo i nobili. È insomma un concetto che è stato ritagliato in molti modi. E che contiene anche una seconda contraddizione».

Quale?

«Quella tra un popolo inteso come concetto politico e un popolo inteso in senso etno-culturale. Per i romani era un concetto politico: il popolo romano è originariamente multietnico, sin da quando latini, etruschi e sabini fanno un patto per fondare una città. Il significato resta quello fino alla rivoluzione americana. La costituzione che recita «We the people» non parla a nome dei nativi, ma di immigrati di lingua e cultura diverse. Popolo è il concetto politico, laddove nazione, da nascere, è invece il corrispondente etnico. Dopodiché i due termini si scambiano i ruoli. Mazzini lo dice con più chiarezza di tutti: la nazione è la realizzazione politica di un popolo pre-esistente, che è tale in quanto unito da lingua, storia, religione, costumi comuni».

Quando si afferma l’idea che il popolo è la parte più debole, in contrapposizione all’élite?

« L’inversione definitiva si ha con la rivoluzione francese. Si afferma l’idea che il popolo è composto da tutta la popolazione meno la nobiltà, e ha al tempo stesso un connotato etno-culturale. È in questa nuova veste che è posto a base della politica. E dunque, nelle democrazie rappresentative, si crea una tensione tra quel concetto di popolo, cui è riconosciuta la sovranità, e le classi dirigenti che esercitano il potere. Non a caso tutte le costituzioni liberaldemocratiche e le garanzie dell’Illuminismo sono altrettante limitazioni al potere del popolo. Perché democrazia in senso moderno non vuol dire che il popolo può fare tutto».

Certo, e immagino che sostenerlo vorrebbe dire fare del populismo. Ma per venire a noi, quand’è che quel sistema entra in crisi?

«Io penso che abbia retto meglio finché le società occidentali sono state società in sviluppo economico e demografico. Cioè fino a quando anche la parte più debole del popolo vedeva il progresso come conquista di diritti e benessere, per sé o almeno per i propri figli. C’era una pressione dal basso sulle classi dirigenti che alla fine dovevano concedere qualcosa, e potevano farlo perché c’era di che concedere. Quando, verso la fine degli anni 70, vengono meno le condizioni economiche e demografiche di quel patto, le cose si complicano. Perché è difficile che popolo e classi dirigenti possano fare una comune scommessa sul futuro, se gli elettori sono cittadini sempre più anziani e dunque, per forza di cose, meno interessati al futuro».

Eppure negli Stati Uniti, dove è esploso il fenomeno Trump, la situazione sembrerebbe migliore, o no?

«Di sicuro gli Stati Uniti, da questo punto di vista, stanno molto meglio dell’Europa: sono un paese relativamente giovane e in crescita, dove i progressisti hanno ancora una maggioranza di consensi, dato che in termini assoluti Hillary Clinton ha preso più voti di Trump. Il che tra l’altro rende ancora più grave la sconfitta, che attribuirei alla tendenza delle cosiddette élite liberal a non ascoltare, a parlare solo ai loro simili. Un problema, intendiamoci, che riguarda tutte le classi dirigenti progressiste occidentali. Fatto sta che è in quel vuoto tra classi dirigenti e popolo che si insinua il populismo ».

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