Gramsci, che parla di noi

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Sinistra, libertà, uguaglianza. La rinascita gramsciana secondo il presidente della Fondazione, Silvio Pons

C’è da dire che Antonio Gramsci è diventato un’icona pop. Come la Marilyn di Andy Warhol o il Che sulle t-shirt dei sognatori di tutto il mondo, così, con quella sua faccia da “intellettuale organico”, Gramsci è diventato il volto più noto della politica con la P maiuscola, quella che mescola pensiero, studio, serietà, passione. Sobrietà.

Gramsci come il nuovo idolo di una generazione un po’ nerd, che da ogni angolo del mondo ritrova in quel modernissimo sguardo la propria fuga dal presente. L’ultimo degli utopisti, con quegli occhialetti tondi che sono passati da John Lennon a Harry Potter, è oggi più celebrato di Lenin: quattro anni fa nel Bronx, l’artista svizzero Thomas Hirschhorn ha creato l’installazione The Gramsci Monument, un luogo di aggregazione che ha ospitato reading, lezioni, corsi per bambini, concerti e seminari. Dalla casa museo di Ghilarza, in Sardegna, dove Gramsci visse la sua infanzia, sino a New York, la miniera gramsciana sembra arricchirsi di anno in anno. A dimostrazione del fatto che l’eredità culturale, quando è viva, è come un classico: non muore mai, anzi, rinasce nella memoria.

A ottant’anni dalla scomparsa dell’uomo politico, definizione che nella sua massima espressione riunisce tutte le altre, quella di filosofo, storico, linguista, giornalista e scrittore, resta molto di Gramsci: restano le sue bellissime lettere private, che esprimono l’uomo, e restano i Quaderni, tradotti in tutto il mondo e aperti mille volte nella vita. Di quelle letture che prendi e riprendi perché sempre ti dicono, un po’ come la Recherche di Proust. E rimane l’impressione di Gramsci, la stessa cifra inquieta e ordinata del suo volto è nella sua pagina scritta, con quella indimenticabile grafia, piccolissima, precisa, di un uomo che sa che il tempo non si spreca e non si perde.

Uno dei più grandi conoscitori dell’opera gramsciana è Silvio Pons, storico dell’Europa orientale, tra i massimi esperti del comunismo internazionale e presidente della Fondazione Gramsci.

Viene da chiedere, oggi che è il 14 luglio, anniversario della Rivoluzione francese, quanto vale la libertà.

E’ un valore globale ed è più attuale che mai. Viviamo un’epoca di grande disordine mondiale in cui sono rimessi in discussione i principi fondamentali della democrazia. L’ultimo esempio di rivoluzione nel nome della libertà sono state le Primavere arabe che ormai abbiamo rimosse alla luce della catastrofe della Siria e di tutti gli eventi violenti che sono seguiti alla caduta dei regimi. Potremmo dire che tra la fine del Novecento e l’inizio del secolo molte comunità si sono mosse per rivendicare libertà. Non c’è stato solo il 1989 in Europa, di rivoluzioni pacifiche ce ne sono state molte altre tra i Balcani, il sud dell’Africa, fino all’Iran. Ci sono state intere comunità senza nome che hanno imposto nell’agenda mondiale una richiesta di libertà che va molto al di là della tradizione eurocentrica della rivoluzione francese.

L’egocentrica rivoluzione francese.

Dico che gli europei hanno monopolizzato alcuni valori, tra cui la libertà. La rivoluzione francese ha generato la modernità politica europea, l’evento genetico del nazionalismo occidentale. Ora siamo in un’epoca in cui Occidente e americanismo sembrano appartenere al passato e sono superati, ma una certa idea di libertà e anche di uguaglianza che può farsi riferire alla nostra storia moderna si è globalizzata. Ci sono tante rivoluzioni francesi, tra cui metto in testa la Primavera araba.

Che però è fallita.

Le rivoluzioni possono fallire ma anche il loro fallimento esprime significati importanti, soprattutto in relazione alla parte del mondo dove originano. Anzi, direi che proprio perché sono fallite dobbiamo fare ancora più attenzione. Il fantasma delle libertà moderne è ancora tra noi.

E quello dell’uguaglianza?

Molto meno,viviamo in un mondo diseguale: da una parte c’è la crescita della ricchezza globale – ma sono ferocemente contrario a chi accusa la globalizzazione di essere una portatrice di povertà – che ha seminato ricchezze nel mondo in modo diseguale. La Cina o l’India sono le nuove potenze, l’Occidente non controlla più, non influenza più. La redistribuzione delle risorse ha spostato l’asse della ricchezza da Occidente a Oriente con la dannosa conseguenza che da noi il benessere è polarizzato nelle mani di pochi e che assistiamo a un tendenziale impoverimento delle classi medie, vero fulcro della democrazia occidentale. Di fronte a tutto ciò continua a sorprendermi che la richiesta di maggiore equità non abbia ancora suscitato delle proteste sociali che era legittimo aspettarsi.

Forse è ancora presto?

Il punto è che le società oggi sono molto corporative e dunque si fa fatica a immaginare un blocco sociale e politico che ponga la questione di una maggiore uguaglianza .Vedo un fenomeno che porta sottrazione di uguaglianza ma non vedo emergere  sentimenti di protesta e contestazione, che rimangono chiusi e marginali oppure si esprimono sotto la forma dei populismi.

E che forma sociale sono i populismi?

Primitiva. Illusoria. L’idea che sia sufficiente conquistare quote di sovranità nazionale per migliorare la vita delle persone è un miraggio. Nel mondo di oggi il primato dei singoli Stati è limitato da una serie di forze che non sono contendibili dal potere di ciascuno. L’unica possibile forma di resistenza e di riforma, l’unica risposta positiva ai processi di globalizzazione è sovranazionale.

L’unica risposta è l’Europa?

Il tema di una governance globale continua ad essere un grande tema ma molto lontano da noi. L’Europa è una risposta, certo. Il processo di integrazione europea nasce come il rigetto alle guerre tra stati-nazione che hanno contraddistinto la storia del Novecento. A questo si aggiunge la consapevolezza che solo una grande area sovranazionale in termini economici, democratici e produttivi può sostenere la globalizzazione.

Il problema sono leader?

I leader sono lo specchio della società. Il punto è che non si è creato uno spazio politico legittimato e accettato da tutti. Il livello nazionale continua ad essere più forte e questo determina continue tensioni tra i singoli stati e l’Europa. Aggiungiamo che in tempi di crisi con l’ Europa debole il populismo,con la sua dote di illusione, ha una porta aperta.

Gramsci, chiuso in cella, aveva intravisto i nostri giorni: nei Quaderni parlava di mondializzazione dell’economia contrapposta alla nazionalizzazione della politica. È impressionante.

In realtà questo processo era particolarmente visibile già dopo la Prima guerra mondiale: il tempo di Gramsci è legato al nostro. Noto due cose: che la globalizzazione inizia molto prima della fine della guerra fredda poiché una crescente interdipendenza inizia già dalla fine dell’Ottocento e  che non esisteva una forma di egemonia evidente. Con il linguaggio di oggi potremmo dire che non c’era negli anni Venti e Trenta una governance mondiale, e questa è anche una tendenza del nostro secolo.

Altra tendenza del nostro secolo è la crisi della sinistra un po’ ovunque. Come se la spiega?

È un tema che ci investe e assilla da tempo. Non è una crisi recente e dobbiamo fare dei passi indietro anche se è vero che la ricetta nessuno ce l’ha. Di ragioni, invece, ce ne sono molte: c’è stata l’idea che dopo la fine del comunismo fosse possibile fare una nuova sinistra democratica, era l’epoca della Terza Via, dei Blair e dei Clinton. Un’esperienza di sinistra riformista e anti-totalitarista che si arenò alla fine del secolo. Credo che quello fu l’inizio del declino. Siamo un po’ fermi lì e penso che la sinistra oggi non abbia ancora fatto i conti con il paradigma progressista secondo cui lo sviluppo è sempre lineare e inarrestabile. La sinistra è una delle vittime della globalizzazione, ed è entrata in crisi con l’esaurirsi del welfare state. E poi, si sa, quando la politica è in crisi lo è a maggior ragione la sinistra.

La destra ne risente meno?

La destra è più brava, da sempre, a fare leva sui sentimenti delle persone, sulla paura. La sinistra non ha questo tipo di possibilità e quindi in mancanza di Politica, quella con la famosa P maiuscola, soffre di più.

Un suo consiglio.

Siamo sempre lì: iniziamo a rivedere il paradigma progressista. La sinistra deve vivere e deve essere contrapposta alla destra. Facciamo un errore storico se pensiamo che questi valori non esistono più.

Ha ragione. Basta vedere le reazioni alla legge contro l’apologia di fascismo. Hanno detto che è liberticida. Ed è la cosa più gentile che hanno detto.

E’ un fatto preoccupante perché si basa su una perdita di memoria: dobbiamo conservare la consapevolezza che il fascismo fu una catastrofe. Non si tratta di antifascismo di maniera ma di riaffermare la neutralità della nostra storia. Anche i valori dell’Europa sono anti-totalitari e la perdita di memoria è visibile in quello che accade in Ungheria o in Polonia. Dire che è liberticida una legge che condanna l’apologia di fascismo è contraddittorio e lo è due volte se ad esprimersi così sono coloro che sino a qualche mese fa si intestavano la difesa della nostra Costituzione.

A chi si riferisce?

Al Movimento 5 Stelle che ha fatto le barricate per una Carta che è profondamente antifascista e che, allo stesso tempo, afferma che una legge che condanna l’esaltazione del ventennio sia liberticida.

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