Gori: “Senza integrazione saremmo una fabbrica di clandestini”

Migranti
Giorgio Gori posa in Comune a Bergamo dopo aver espletato tutte le formalità per prendere possesso della carica di sindaco a Bergamo, 10 giugno 2014.
ANSA/PAOLO MAGNI

Il sindaco di Bergamo: “Assegnare lavori socialmente utili ai profughi non toglie niente agli italiani”

Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, è convinto che si debba agire soprattutto sull’integrazione, per evitare che l’Ita – lia diventi «una fabbrica di clandestini». Oggi il ministro dell’Interno, Marco Minniti, presenta in commissione Affari costituzionali della Camera la sua proposta sulla gestione dell’accoglienza dei migranti e dei richiedenti asilo.

La proposta di Minniti mette in pratica quello che lei suggeriva, impiegare i richiedenti asilo in lavori socialmente utili. È in contatto con il ministro?

«C’è una costante interlocuzione col ministero dell’Interno. Comunque ci sono tante esperienze in questo senso, io ne ho parlato in Vaticano e anche alla Camera in un incontro con la presidente Boldrini. Ecco, se le anticipazioni del piano di Minniti saranno confermate, questo progetto va nella direzione da me auspicata, per due obiettivi. Primo, per provare a porre un freno alla inevitabile produzione di clandestini generata dall’attuale sistema italiano. Poi, per l’impossibilità di dare luogo ai rimpatri tutti i migranti che si vedono negato il diritto di asilo o il permesso di soggiorno si trasformano in clandestini, vivono per le strade, ciondolando senza far niente, senza permesso, senza lavoro e senza studiare l’italiano ».

Una vita da esodati…

«Sì. Se fossimo in condizioni di metterli su un aereo e rimpatriarli, come dice la legge, lo faremmo, ma non è possibile anche perché servono accordi con i Paesi di origine. Così restano sul suolo nazionale e, prima di avere la risposta sulla richiesta di asilo, passano uno o due anni».

Nei Cie? O nei vari centri sempre troppo affollati e invivibili?

«Molti stanno nei Cas ma in gran parte girano per le città. È negativo per loro, stare fino a due anni senza occupazione, e non mettono in relazione l’essere accolti con vitto e alloggio con il principio di una restituzione, che devono dare qualcosa al Paese che li ospita».

I cittadini li guardano con ostilità?

«Sì, questa situazione ha peggiorato la percezione che gli italiani hanno dei migranti e dei richiedenti asilo, li vedono aggirarsi a vuoto. In questo modo invece sono tenuti a imparare italiano, a fare lavori socialmente utili. La differenza la fa il riscontro che possono avere: il loro impegno deve essere tenuto in considerazione dalle commissioni territoriali che danno o no il permesso di soggiorno. Non ti preoccupi se fugge da un paese dove c’è la guerra o se viene qui per motivi economici, però diminuisci molto i rimpatri e crei integrazione ».

Quante sono i migranti in questa condizione?

«Si trasformano in clandestini circa 100 mila persone l’anno, tra chi fa richiesta di asilo e chi se la vede rifiutata. Restano in Italia, tanto più adesso che ci sono le frontiere chiuse, e ciondolano nelle città. Molti vanno verso Sud, dove pensano sia più facile trovare lavoro irregolare, ma la situazione non è sostenibile a lungo. Io quindi vorrei essere rassicurato sulla fondatezza di questo piano del governo. Finalmente si comincia a tenere insieme l’accoglienza con l’integrazione»

Un’esperienza che sta facendo a Bergamo?

«Si, abbiamo fatto un patto sul volontariato dei richiedenti asilo, secondo un protocollo sulla formazione professionale. È un esperimento interessante, non sistematico, dipende dalla disponibilità personale. Oggi tra il lavorare e il non fare nulla non cambia niente, con l’ipotesi presentata da Minniti invece sì hanno un profitto: la possibilità di un permesso umanitario a seconda della valutazione sul loro lavoro. Così i cittadini li conoscono, li vedono in giro a pulire con la pettorina, si crea un rapporto ».

La presenza di Cie in ogni Regione sarebbe negativa?

«I Cie non sono esempi di buona gestione, perché il problema non è mai stato quello della loro identificazione ma dell’espulsione. Se ne possono anche fare di piccoli e diffusi, ma il problema è se aumenta la clandestinità».

Secondo lei si deve superare la Bossi Fini, che prevede i rimpatri, di fatto troppo costosi e impraticabili?

«Penso proprio che vada superata, c’è una proposta di legge dei radicali che sarà presentata venerdì pomeriggio alle 15, in Senato. Ne ho parlato con Emma Bonino».

Andrebbe rivisto anche il trattato di Dublino?

«In quel caso serve una convergenza dei paesi europei. Questo invece è possibile, spezza il circuito della clandestinità e si trasforma in sicurezza e ordine pubblico».

E non sarebbe antieconomico.

«No. Noi spediamo 35 euro a persona senza alcun ritorno. Così invece possono essere impegnati nella manutenzione del territorio, delle aree montane, dei parchi cittadini, per la pulizia delle rogge che esondano. Ci sono tantissime cose che non riusciamo a fare con i nostri dipendenti e i nostri budget, non è vero che toglierebbero lavoro agli italiani».

Lei è un sindaco del Pd, che ne pensa del coinvolgimento degli enti locali che Matteo Renzi vuole inserire nella segreteria o mobilitare per ritrovare un legame col territorio?

« L’attenzione al territorio è importante, credo che il cambiamento di linea impresso da Minniti nasca anche da lì, dalle esperienze fatte in questi anni in tante realtà locali. E sono molte ».

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