“Gli elettori del Pd si riconoscono nelle riforme del governo”. Parla Giuseppe Vacca

Pd
assemblea_naz_expo

Intervista al direttore dell’Istituto Gramsci: “Renzi è il risultato di 7 anni di storia del Pd. Al congresso chi ha più filo da tessere è bene che dimostri come il Pd potrebbe servire il Paese più e meglio di quanto finora non abbia fatto”

Lavora all’ultimo libro, «Il Novecento di Antonio Gramsci», nella sua casa a Koroni, nel Pelopponeso, «insieme alla mia sposa a cui ogni tanto sottraggo il pc per leggere cosa accade nel mondo e in Italia». Giuseppe Vacca, direttore dell’Istituto Gramsci, prova a sdrammatizzare quanto sta accadendo nel Pd, «è fisiologico – dice nel corso di questo lungo colloquio – che qualcuno non si riconosca nella linea politica della maggioranza del partito». Quindi tutto bene? Niente affatto, perché secondo il filosofo, che non condivide «neanche una virgola» delle critiche della minoranza Pd alle riforme, la stragrande maggioranza degli elettori e dei militanti del Pd approva il percorso riformatore sul quale Matteo Renzi si sta giocando la sua partita da segretario e premier.

Normale dialettica interna, quella in corso nel Pd e che dopo gli interventi di Staino e Cuperlo su l’Unità ha infiammato il dibattito?

«Penso che questo accade in qualunque partito al governo, se è il principale partito che regge la coalizione. Nel nostro caso, poi, si tratta di una coalizione resa necessaria dai risultati delle elezioni del 2013. Quindi ritengo sia fisiologico che qualcuno non si riconosca nella linea politica della maggioranza. Il punto è quando si entra nel merito delle questioni».

Secondo lei il Pd, alla prova di governo, è stato all’altezza delle aspettative o ha mostrato le sue contraddizioni?

«Alla prima prova di governo in questi due anni ha dimostrato di aver impostato un programma di riforme importanti, che discendono dai principi fondativi del Pd. Ha impostato un’agenda politica che risponde alle priorità del Paese, quindi qualunque posizionamento interno al Pd è valutato in base a come interpreta il rapporto tra agenda del governo e necessità del Paese».

Questo è il nodo: crede che sia stato centrato l’obiettivo, che ci sia cioè un’azione del governo che coincide con quello di cui ha bisogno l’Italia?

«La mia impressione è che questo sia il comune sentire della stragrande maggioranza di elettori e militanti del Pd. E quindi che qualunque forma di dissenso venga valutata non solo e non tanto rispetto a singole questioni particolari, anche quando riguardano le riforme costituzionali, bensì rispetto al fatto che arricchisca, aiuti e sostenga o meno un’azione di governo. Azione di cui rispondono, in ultima analisi, tutti coloro che hanno consentito con il voto, l’elezione, o con la dialettica interna agli organismi del partito, al Pd stesso, di assumere questa responsabilità nel momento più drammatico della crisi dell’euro e del sistema politico della seconda Repubblica».

Ma in questo momento c’è chi inizia a evocare la scissione. Le sembra una ipotesi del tutto teorica?

«Da un punto di vista oggettivo questa possibilità della scissione è sempre nelle cose perché quella parte che finisce per non condividere tutta la condotta della maggioranza e dell’azione di governo può porsi, prima o poi, il problema di fare un altro partito. Ma è credibile un altro partito nella situazione politica italiana? E per fare che? Per fare un partito si sinistra quale il Pd non sarebbe?».

Le giro la domanda: sarebbe credibile e avrebbe spazio un nuovo partito?

«Credo che la stragrande maggioranza dei cittadini italiani, europei e di qualunque altro Paese in cui si rivolga, sia pure occasionalmente, uno sguardo all’Italia, il Pd, membro del Pse, primo partito nel parlamento europeo di questa famiglia, e che ha già mostrato di saper declinare in maniera positiva il rapporto fra la politca nazionale la politica sovranazionale europea, rappresenti tutto quello che si può considerare una sinistra. Cioè, nel contesto europeo un partito europeista di governo, di centrosinistra, capace di aprirsi ad un confronto a tutto campo per questioni di rilevanza costituzionale come quelli che in Italia costituiscono, non da oggi, il capitolo più sensibile e prioritario di qualunque agenda credibile di governo».

Un altro tema al centro del dibattito è la forma del partito. Bersani e la minoranza criticano il partito leaderistico.

«Mi sembra un falso argomento, non nel caso specifico, ma in generale. Da quando esistono i partiti moderni, cioè operanti in regime di suffragio universale, la figura del leader, la statura del leader, ne sintetizza le responsabilità, le potenzialità e i rischi nella situazione storica determinata. È un problema storico che la politica europea ha risolto in vari modi fin dall’inizio del Novecento. In secondo luogo, non è possibile discutere di come un partito si debba organizzare a prescindere dall’inseme delle leggi elettorali che regolano la partecipazione politica. Da questo punto di vista l’unico riferimento concreto attuale, incidente sul modo di essere più futuro che presente del Pd, è secondo me l’Italicum che, a differenza delle leggi elettorali che lo hanno preceduto, il Mattarellum e il Porcellum, è molto più deciso nel prefigurare la ricostruzione del sistema politico incentrandola sul ruolo preminente del partito».

Dunque, non condivide le critiche all’Italicum?

«Non condivido nemmeno una virgola e trovo uno straordinario errore di grammatica il tentativo di eliminare dal tavolo del discorso la formula del partito della nazione che, per quanto discutibile, risponde ad un concetto forte di partito emancipato dalle povere riduzioni sociologiche più o meno consapevolmente introiettate, in seguito all’egemonia culturale economicista impostasi nel dibattito sulla crisi della democrazia a datare dalla metà degli anni Settanta dello scorso secolo. Cosa è un partito politcio se non un punto di vista sulla storia e il destino di una nazione? Ed è proprio necessario ribadire che la narrazione contemporanea è plurale e che il terreno della sua narrazione e rappresentazione è ovviamente contendibile?».

Il partito della nazione è un altro concetto ostico a molti esponenti democratici.

«Basterebbero gli inevitabili riferimenti alle cronache politiche quotidiane sulle linee di interdipendenza e interferenza reciproca nel concerto globale delle nazionalità per rendere chiaro che qualunque partito che aspiri a governare un Paese debba essere a suo modo un “partito della nazione”, cioè un partito capace di coniugare nei modi più virtuosi possibili i condizionamenti reciproci della vita politica nazionale e di quella internazionale».

Renzi, quindi, secondo lei, sta portando nella direzione giusta il Partito Democratico?

«Penso che Renzi sia il risultato di 7 anni di storia del Pd e siccome è auspicabile che prima o poi ci sia un congresso (quelli che abbiamo visto finora non erano veri congressi), quella è la sede in cui chi ha più filo da tessere è bene che dimostri come il Pd potrebbe servire il Paese più e meglio di quanto finora non abbia fatto».

Vedi anche

Altri articoli