Giusi Nicolini: “Ma quale invasione, lavoriamo piuttosto per salvare le persone”

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Il sindaco di Lampedusa: “La mia isola e la sua gente hanno dimostrato a tutti che la solidarietà umana e il rispetto della dignità sono l’unica risposta possibile”

Sono di oggi gli ultimi dati dell’Unhcr sui migranti morti nel Mediterraneo: 880 cadaveri solo nell’ultima settimana. Un numero che continuerà a salire nonostante gli sforzi della Guardia costiera e della Capitaneria di porto per salvare più vite possibili, ma che non sono sufficienti rispetto al grande numero di persone che continueranno a mettersi in mare alla ricerca di salvezza in un altro Paese. Ma chi parla di “invasione”, come Salvini, lo fa solo strumentalmente, commenta il sindaco Giusi Nicolini che da anni affronta con coraggio l’emergenza migranti a Lampedusa.

Sindaco Nicolini, lei che ogni giorno assiste all’arrivo sull’isola di tanti disperati cosa risponde a chi grida quotidianamente all’invasione?

Credo che la mia isola e la sua gente abbiano dato a tutti, in Italia e in Europa, la dimostrazione pratica, non ideale o teorica, che la solidarietà umana e il rispetto della dignità siano l’unica risposta giusta e possibile. Non c’è alcuna invasione, e questo lo dicono anche i numeri, contrariamente a quanto strumentalmente affermano Salvini e gli altri. Ci sono persone che fuggono da situazioni di guerra e conflitti, da persecuzioni, da povertà e sfruttamento e che trovando chiusa ogni via di accesso umanitaria sono costrette a mettere in gioco la propria vita. Queste persone, messe nelle giuste condizioni, sono una risorsa per le capacità e la voglia che hanno di iniziare una nuova vita.

Quanti migranti sono previsti nei prossimi mesi a Lampedusa?

Non posso fornire nessun dato certo, perché sono tante le variabili che determinano il flusso di migranti verso le nostre coste. Se le condizioni che determinano la crisi in Siria, in Libia e negli altri Paesi non mutano, non mi aspetto che i flussi si riducano rispetto all’anno scorso. Le devo dire, però, che vorrei rovesciare la sua domanda. A mio avviso, non dobbiamo chiederci quanti migranti arriveranno, ma quanti moriranno in mare se non sapremo adeguare il nostro sistema di soccorso e di accoglienza. I dati dell’Unhcr ci dicono che solo gli ultimi tre naufragi del Mediterraneo hanno avuto numeri drammatici, 700 tra cui almeno 40 bambini. A me questo dato inorridisce ed è questo, se mi consente, che vorrei porre al centro dell’attenzione delle persone.

Solo un mese fa, in una sua riflessione, lei ha rivolto a tutti una domanda: “Quanto deve essere grande il cimitero della mia isola?”. Una domanda che si era già posta fin dal primo giorno da sindaco a Lampedusa. Quante altre volte dovrà tornare a chiederlo?

Sono trascorsi quasi quattro anni e le dico con amarezza che, nonostante tutti gli sforzi che abbiamo messo in campo e l’impegno degli uomini e delle donne dello Stato impegnati a salvare vite in mare, è una frase che mi ripeto e continuerò a ripetere ogni volta che assisto a questa tragedia quotidiana a cui tutti abbiamo il dovere morale di opporci.

Dalla tragedia del 3 ottobre 2013 quando i leader europei vennero a Lampedusa – prendendo un impegno serio sui migranti – è cambiato qualcosa?

Mi aspettavo un maggiore impegno delle istituzioni dell’Unione europea. Il nuovo sistema dell’hotspot ha allungato i tempi di permanenza nel centro e la modifica delle procedure per la richiesta di asilo e di protezione internazionale determina un numero maggiore di rimpatri rispetto alle  domande accolte. Questa condizione di forte incertezza, accompagnata dal fatto che solo alcuni possono sperare di muoversi in altri paesi europei, incide sulle speranze dei migranti e determina gravi sofferenze. Noi dobbiamo renderci conto che queste persone non possono essere trattate alla stregua di pacchi, ma hanno un legittimo carico di desideri, aspettative, preferenze. Hanno dei familiari ai quali ricongiungersi. Tanto più aumentiamo questa attesa e questa incertezza tanto più le condizioni negli hotspot saranno lesive della dignità di queste persone. Lo dico da tempo e lo ripeto, serve un cambiamento radicale nelle politiche di asilo e accoglienza.

 

Nell’ambito della questione umanitaria, c’è il problema dei tanti minori in arrivo: secondo l’Unicef una media di mille minorenni non accompagnati ogni mese solo in Italia. E questi numeri sono destinati ad aumentare. Cosa si può fare per loro?

In questa vicenda atroce, il prezzo che i minori migranti pagano è altissimo ed aggiunge sofferenza a sofferenza. Sono quelli che rimangono più a lungo nei centri per mancanza di posti nelle comunità. Sono i primi a pagare le carenze del sistema di accoglienza e hanno bisogno di un’assistenza legale e psicologica specialistica perché sono sottoposti ad esperienze traumatiche e dolorose. Serve una banca dati, serve costruire una rete delle comunità esistenti, servono politiche di incentivi ai comuni per estendere il sistema SPRAR, servono nuove e più umane forme di accoglienza e di inclusione favorendo il loro inserimento principalmente nelle famiglie e serve potenziare i servizi formazione ed educazione. Ma dobbiamo soprattutto, a partire da loro, ripensare completamente il sistema delle politiche sui migranti, superare il modello dei centri di permanenza e garantire per davvero il rispetto e la tutela del diritto di asilo.

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