Giuseppe Vacca: “Solo il Pd può rilanciare l’Europa e arginare l’Italexit”

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Il presidente dell’Istituto Gramsci: «I democratici devono essere più coraggiosi nel tentativo di rinnovare le impalcature del sistema politico e la ricostruzione di legami sociali»

«Sviluppare l’ispirazione europeista della nostra agenda politica vuol dire essere ancora più coraggiosi nel tentare di rinnovare le impalcature del sistema politico, dalla legge elettorale al rapporto tra Stato e Regioni, favorendo la ricostruzione di legami sociali». Nella crisi aperta dall’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea Giuseppe Vacca non vede ragioni per deprimersi, ma per rilanciare il progetto costitutivo del Pd e l’azione del governo. Certo però la situazione non può essere definita rosea per la sinistra, al momento, in Italia e in Europa, e forse in nessun angolo del mondo. «Veniamo da uno stallo di dieci anni –ci dice il presidente dell’Istituto Gramsci – di fronte alla necessità di affrontare la grande depressione, che non è solo una questione di politica economica, ma anche un problema di deficit delle istituzioni politiche sovranazionali. Dieci anni di crisi che hanno moltiplicato il disagio, l’esclusione e anche la sfiducia e la ribellione nei confronti dell’Europa. A questo proposito l’Inghilterra è un caso a sé, certamente, ma con le dovute distinzioni il problema è presente in tutti i paesi europei».

Secondo molti adesso l’unica strada per salvare l’Unione consisterebbe nel rilancio del “sogno europ eo”, dell’ideale federalista, dell’Europa dei padri fondatori. Condivide questo punto di vista?

«Non mi sono mai occupato di sogni, se non nei quattro anni in cui ho fatto u n’ottima terapia psicanalitica. Il federalismo è una retorica come un’al – tra. Quale sia invece la narrazione corrispondente a una costruzione ancora più approfondita e più efficace di una sovranità sovranazionale è un problema aperto. Se però serve usare la retorica la federalista la si usi pure. Il punto è cosa le si fa corrispondere ».

In Italia cosa dovremmo cercare di farle corrispondere?

«In Italia, che è il paese in cui nonostante tutto la spinta antieuropeista è meno forte, si apre anche una grande possibilità di sviluppare il meglio di quel che si è fatto in questi due anni di governo, proprio perché il precipitare della crisi dell’Ue dà molto più respiro all’ispirazione europeistica del Pd, che è nel suo dna, per il carattere delle culture politiche che lo hanno costituito. È quello che stiamo cercando di fare da due anni: bisogna farlo con più decisione, perché da questo punto di vista l’Italia non si confronta solo con le spinte disgregatrici che scuotono tutti i paesi d’Europa, ma anche con problemi che sono solo suoi. Problemi di nation building e state building tipici della storia lunga del nostro paese»

Da affrontare come, concretamente?

«Concretamente, dobbiamo favorire la ricostruzione di legami sociali. Dobbiamo essere più convinti ed energici nell’applicare la Costituzione alla vita interna dei partiti. Legiferare perché i sindacati abbiano una vita democratica che ne rilegittimi la rappresentanza e la aiuti, che favorisca l’emergere di un sindacato unitario che sia interlocutore di tutte le grandi politiche economiche e sociali del paese. Perché, quando giustamente si lamenta la crisi dei corpi intermedi, si dimentica spesso che la crisi tocca tutto l’arco delle rappresentanze di interesse. Neanche la Confindustria è più quella di una volta. Neanche il movimento cooperativo, che pure è una grande forza, è favorito nella sua missione tradizionale, che è quella di essere un pilastro dell’economia sociale di mercato. L’Italia, da questo punto di vista, è un caso particolare all’interno dell’Europa perché ha un’esigenza di rinnovamento delle impalcature del sistema politico e della sua costituzione materiale, oltre che della sua costituzione formale, dove pure c’è un bel pacchetto di riforme che vanno al referendum».

Con il rischio che si trasformi nel nostro Italexit?

«Paradossalmente questo rischio può essere affievolito dall’aprirsi di una crisi dirompente dell’Europa, di fronte alla quale il partito centrale del governo del paese può muoversi a tutto campo verso un nuovo patto con gli italiani, su quale Europa, quale sistema politico, quale sistema delle organizzazioni di interesse, quale governabilità, andando anche oltre la riforma sul rapporto tra Stato e Regioni, che poi è la cosa più importante su cui si vota al referendum. Insomma, vedo aprirsi un campo assai ampio per un’iniziativa nazionale ricostruttiva come quella iscritta nel dna del Pd».

Qualcuno potrebbe obiettarle che è un discorso tutto politicista, che il problema della sinistra sta nelle periferie…

«Io non so se il problema stia nelle periferie. Ma penso non sia un caso se chi se ne occupa lo fa solo demagogicamente. In condizione di scarsità di risorse e dopo che sono saltate tutte le reti sociali, al punto che oggi le uniche che funzionano sono quelle della criminalità organizzata, il problema è come fai a tenere insieme quello che un tempo tenevi insieme con gli strumenti dello stato nazione democratico europeo».

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