Giannini: “E’ stato l’anno della Buona Scuola”

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Il ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, rivendica l’importanza del lavoro svolto nel corso del 2015: “Serviva una riforma per un progetto di lungo termine, capace di dare risorse finanziarie ed umane all’intero settore”

Il 2015 è stato senza dubbio l’anno della scuola, de “La Buona Scuola”. Una maratona lunga mesi per riformare in maniera radicale il sistema d’istruzione del nostro Paese. Il ministro Stefania Giannini traccia un ritratto dai contorni chiari e netti dell’anno appena trascorso e le prospettive di quello che verrà, senza retorica e non nascondendo i problemi incontrati e quelli che verranno. Con fare pratico, nel corso di questi mesi non ha mollato là dove altri avevano ceduto e ha ascoltato dove altri si erano voltati dall’altra parte. Stefania Giannini è senza dubbio una rivelazione, per alcuni positiva e per altri negativa, ma rispetto ai suoi predecessori di centrosinistra sembra giochi una partita diversa, destinata a durare.

Che 2015 è stato per la scuola italiana?
«È stato un anno importante, non solo per me e per il ministero, ma per la scuola. Dopo anni di trascuratezza l’istruzione è tornata al centro del dibattito. Siamo partiti da un percorso di consultazione fortemente voluto sulle nostre proposte. E dopo mesi di confronto siamo arrivati alla legge che poi abbiamo approvato nel luglio di quest’anno. Non senza critiche, ma convinti delle nostre scelte».

Cosa mancava alla scuola italiana?
«La scuola italiana è di ottimo livello. Ma ciò che mancava era una riforma che determinasse un progetto di lungo termine, che desse di nuovo risorse, sia finanziarie che umane, al settore, che adeguasse finalmente, una scelta non più rinviabile, le competenze che i nostri ragazzi acquisiscono alla fine del loro percorso e che determinasse una nuova centralità del corpo docente. Tutto questo la “Buona scuola” lo ha fatto».

Da molti siete stati accusati di aver chiuso le porte della partecipazione al progetto di Riforma…
«Questa legge è stata discussa in modo del tutto innovativo, per la prima volta in Europa, con un meccanismo di consultazione su larga scala anche fuori dai luoghi canonici della scuola e dai referenti usuali. Anche nel passaggio parlamentare si è tenuto conto di tutte le osservazioni che sono arrivate e tutte le componenti hanno dato il loro contributo».

Quando potremmo vedere i risultati promessi da questa Riforma?
«Un triennio per mandare a regime tutti i processi più complessi della riforma, come il piano assunzionale, la diminuzione delle supplenze, il processo di formazione strutturale e permanente. Per quanto concerne i risultati che più ci interessano, ovvero come usciranno i nostri ragazzi da questa scuola, dovremo attendere il completamento di un ciclo scolastico».

Oltre ai processi di riforma parlamentare, non pensa che la scuola nel suo complesso abbia un disperato bisogno di aprirsi, di evolversi in una società che corre veloce?
«Esatto. Ritengo che il merito del Governo, delle forze di maggioranza che hanno approvato la Buona Scuola, sia stato proprio quello di donare alla scuola un nuovo modus operandi e una nuova mentalità, aperta e innovativa. Sappiamo che con questa legge apriamo le porte della scuola, facendo entrare una serie di elementi nuovi, che all’inizio il cambiamento sarà forte e radicale».

Ad esempio?
«Il rapporto con il mondo del lavoro. Noi siamo figli di un modello in cui prima si apprende e poi si fa, in cui imparare è il contrario di fare. Con questa legge introduciamo in modo strutturale uno schema che abbina la teoria alla pratica, non solo negli istituti tecnici o industriali. Ad esempio oggi la direttrice del Macro è sommersa da richieste di scuole che vogliono attivare l’alternanza scuola-lavoro, questa culturalmente è la dimostrazione più ampia di questo nuovo principio innovativo che permetterà ai nostri ragazzi di avere un indirizzo ancora più chiaro quando sceglieranno la propria strada universitaria e lavorativa».

Un tassello che entrerà subito a regime sarà la formazione strutturale e permanente per gli insegnanti. Quanto ha investito il Governo in questo?
«Fino all’approvazione di questa legge la parola “formazione” era relegata all’iniziativa del singolo, oppure affidata a quella miriade di corsi che anche a detta del corpo docente non portavano da nessuna parte. Su questo capitolo siamo passati da zero euro a quaranta milioni all’anno e faremo partire specifici bandi che saranno orientati su filoni prioritari tra cui le lingue straniere e il cambiamento del modello didattico attraverso l’uso del digitale. Questa è formazione per gli insegnanti, ma anche per gli studenti che non possono più restare indietro nelle lingue o nel digitale. Con il Piano Scuola Digitale abbiamo inserito il diritto ad Internet come diritto fondamentale, perché vogliamo mandare in soffitta un modo vetusto di vivere la didattica».

Non rischiamo di avere una scuola di nativi digitali preparatissimi ma con pochi rudimenti della lingua italiana?
«È un rischio che corriamo, ma che abbiamo già arginato, inserendo nel preambolo della Riforma, quel famoso articolo 1, diventato oggi manifesto della nuova scuola, un impegno serrato per non far decadere l’attenzione su quella che è la spina dorsale della nostra cultura sia letteraria che scientifica».

Dato il delicato momento storico e culturale che viviamo, dopo gli attentati di quest’anno, la scuola è sempre di più terreno di prevenzione di fenomeni di esclusione sociale che determinano sacche di integralismo e terrorismo. Come può il nostro sistema educativo vincere questa battaglia?
«Integrazione non significa contrapposizione di modelli, ma non significa nemmeno multiculturalismo all’anglosassone, cioè mettere insieme in un puzzle relativistico tutto quello c’è. Alla scuola occorre assegnare il valore fondamentale che deve avere, il valore di essere il principale strumento di conoscenza delle proprie radici e della cultura del rispetto, della tolleranza, che non significa nascondo la mia identità non facendo più il presepe per paura di offendere chi è diverso da me. Occorre essere alfabetizzati alla propria storia così da confrontarsi e aprirsi ad altri valori respingendo la cultura della morte. L’Italia può essere un esempio per i paesi europei, può diventare un modello».

E la paura della diffusione delle teorie gender espresse da un pezzo dell’opinione pubblica?
«Come ho già detto qualche mese fa, l’idea che nella scuola esistano queste teorie è un’operazione di fantasia molto grande».

Qualche giorno fa insieme al Ministero dei Beni Culturali è stato firmato un decreto per l’equipollenza dei titoli di studio per gli istituti di alta formazione artistica e musicale.
«Il 22 dicembre abbiamo firmato per il riconoscimento dell’equipollenza, rispetto alla laurea, alla laurea magistrale e al diploma di specializzazione, dei titoli di studio rilasciati dalle scuole e istituzioni formative di rilevanza nazionale che operano nei settori audiovisivo e cinema, teatro, musica, danza e letteratura di competenza del Mibact. In questo modo si pone fine ad una carenza storica che ha creato moltissimi problemi nel corso degli anni a centinaia di persone che esprimono un pezzo di eccellenza italiana. Anche questa è la “Buona scuola” ed è il riconoscimento formale che cultura e istruzione vanno di pari passo».

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