Giacomo Doni e quegli scatti in cui rivivono le storie degli ex manicomi

Tipi tosti
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Classe 1980, dal 2006 il fotografo realizza progetti negli ospedali psichiatrici abbandonati: “Anche dove c’è il dolore più profondo, ci può essere umanità”

“Una Nikon e una Pentax. Digitale e pellicola. Scatto a colori perché le tonalità di questi luoghi meritano di essere viste e raccontate. Non c’è solo il grigio dei calcinacci che cadono dai soffitti. Dopo dieci anni ho imparato a riconoscere i colori, e sono tanti, di un’umanità che sembra quasi chiedere di non essere dimenticata”.

Così Giacomo Doni, nato a Firenze nell’80, grafico pubblicitario in una tipografia di Prato, descrive la sua passione: dal 2006 fotografa ex manicomi.

giacomo_doni_4“Mi sono avvicinato alla fotografia – racconta – nella scuola che ho frequentato per diventare grafico. Dopo il diploma ho cominciato a lavorare in uno studio pubblicitario di Firenze come assistente fotografo. Un giorno, per caso, feci una ricerca su siti abbandonati e scoprii il sito di un fotografo belga. Fui colpito dalle sue immagini forti. Quei monumenti abbandonati al degrado, spogliati e graffiati dal tempo, cominciarono a incuriosirmi. Così mi sono appassionato all’archeologia industriale. Sfogliare foto ingiallite mi dava la sensazione di recuperare qualcosa di mio, che avevo perso. Le foto delle fabbriche abbandonate erano, sì, molto interessanti, ma senza anima.  Decisi di spingermi oltre. Iniziai a cercare non solo immagini, ma luoghi, anzi, involucri, resti di vecchi edifici. Passeggiando un giorno per Volterra, vidi un ex manicomio. Feci un giro all’interno. Provai una carica emotiva unica, molto forte, che avrei voluto condividere con altri. Tutto era nuovo per me, che sono nato dopo la legge Basaglia. La curiosità ha cominciato a diventare passione. Quel giorno decisi che avrei raccontato quel mondo e quella umanità, sconosciuti a tanti”.

Il primo progetto fotografico si chiamava Persistenze ed è partito dal manicomio di Lucca. Fino ad ora Giacomo ha visitato e ritratto quattordici strutture del Centro e del Nord Italia.

“Ho iniziato con quello di Lucca – spiega – solo perché era più facile da raggiungere, vivendo a Firenze. Visitando quei luoghi ho provato subito sensazioni contrastanti, anche paura. Ma niente che potesse impedirmi di continuare. Quando scatto foto in quei ruderi è come se riuscissi a precipitare in un mondo, che non ho mai conosciuto, ma che sento molto vicino. E tutto attraverso il silenzio. E’ il silenzio, a volte terrificante, ma che ora non temo più, ciò che riesce a farmi percepire il dolore, ma anche la speranza di chi in quei luoghi è vissuto. Il silenzio e la mia macchina fotografica insieme per amplificare e catturare pezzi di vita nascosti e abbandonati”.

Quanto è tosto fotografare questi luoghi?

“Dici bene, riprendere ex manicomi, non è proprio semplice. Intanto devi cercarli. Quando li trovi ed entri rischi di farti male con pavimenti che cedono e calcinacci che piovono in testa. Poi c’è l’impatto emotivo, ogni volta diverso. Tante volte mi sono ritrovato con le mani quasi tremanti a fotografare nel silenzio oggetti che rimandavano a realtà dolorose, che ho sentito quasi mie”.

Hai un ricordo particolare?

giacomo_doni_3“Sì. Ricordo che è stato durissimo fotografare un corridoio del manicomio di Voghera dove c’erano delle vecchie biciclette per bambini. Come ho detto, quel silenzio mi scava. Ed è facile arrivare con la mente ad immaginare scene in cui brevissimi momenti di serenità dovevano vincere dolore e paura. Ma ci sono altre difficoltà da superare ogni volta”.

Quali?

“I permessi di ingresso. In questi anni ho imparato a fare richieste sempre più dettagliate, presentare meglio il mio lavoro al personale, che spesso è diffidente. Non è facile muoversi in questi luoghi, molte volte abbandonati a vandali. C’è chi forza porte per entrare, chi ruba vecchio materiale, chi saccheggia solo per il gusto di rovinare tutto. Io mi sono mosso sempre con permessi regolari. Ci sono alcuni posti che vivono il manicomio come una piaga da cancellare per sempre. E lì non entri”.

Ti muovi sempre solo?

“Sì. Da solo mi immergo meglio nel silenzio e nelle sue storie”.

Qual è la struttura che ti ha colpito di più?

“Senza dubbio uno dei manicomi più tosti è quello di Volterra. All’esterno del padiglione Ferri, esteso per centottanta metri, c’è il graffito di un paziente, fatto con la fibbia di un panciotto. Un diario. Un capolavoro. Anche se il tempo ne ha cancellato una buona parte. Il resto è stato recuperato e conservato nel Museo del manicomio locale. In quel lavoro c’è qualcosa di potente, che non dimenticherò. In una foto del graffito che ho scattato sono ben visibili due spazi circolari che l’autore, Nannetti Oreste Fernando, in arte NOF, non ha potuto riempire. Dopo molto tempo ho scoperto che, proprio sotto quella parte di graffito, le infermiere facevano sedere i catatonici. NOF voleva scrivere, ma le teste immobili gli impedivano la scrittura”.

C’è una storia, che ti è stata raccontata, legata a questi luoghi e che porterai sempre con te?

“Sì, quella di Luigina e Mario, di Voghera, che si sono innamorati e fidanzati quando erano in manicomio. Il loro amore è andato avanti anche dopo la chiusura dell’ospedale psichiatrico. Ai loro occhi quel posto era sempre il luogo del loro cuore. Anche dove c’è il dolore più profondo, ci può essere umanità. E il loro amore, tanto forte, penso sia sopravvissuto alla loro fine”.

In questi dieci anni chi ti ha sostenuto?

giacomo_doni_2“Ho stretto collaborazioni importanti con molte realtà: la Fondazione Benetton Studi e Ricerche di Treviso mi ha dato la possibilità di inserire la documentazione tecnica di ogni struttura fotografata. Carte da Legare, un progetto della Direzione generale archivi, mirato a salvaguardare il patrimonio archivistico degli ex ospedali psichiatrici,  mi ha fornito i cenni storici delle strutture. Ma non c’è solo questo. Ho collaborato anche alla pubblicazione de I complessi manicomiali in Italia tra Otto e Novecento, un libro edito da Mondadori Electa nel 2013. Sottolineo che questo lavoro non mi è mai stato commissionato o sovvenzionato da nessuno. All’inizio ero spinto dalla curiosità. Quando il volume del materiale è aumentato, ho pensato che non potevo fermare tutto solo perché non riuscivo a trovare sponsor. Con gli anni quello che ho fotografato ha cominciato ad avere un valore più alto di un rimborso spese. A volte è impegnativo, difficile. In passato ho avuto momenti di sconforto, in cui ho pensato che fosse tutto inutile. Ma oggi sono orgoglioso di quello che ho fatto. Qualcuno comincia a capire che, quello dei manicomi, è un pezzo di storia che non si può negare. Vedere cosa è stato quel mondo ci insegna a capire cos’è l’ignoranza, a combattere il pregiudizio, e, soprattutto, a metterci in contatto con la parte più nascosta di noi, quella che temiamo. Come è successo a me. In questi dieci anni sono cambiato molto. Questa attività mi ha rafforzato perché mi ha insegnato a capire cosa è in grado di generare la paura, scoprire cos’è un marchio, cos’è l’isolamento. Sono diventato più coraggioso anche perché ho imparato a riconoscere la debolezza e ad apprezzarla. Le immagini che riprendo non sono soltanto luoghi abbandonati, ma frammenti di vita rimasti in silenzio per troppo tempo, a cui sento il dovere di dare voce”.

I tuoi progetti?

Continuerò con Persistenze, che non sono solo fotografie di ex manicomi, ma anche racconti che pubblico sul mio blog e che sono diventati i due ebook a distribuzione gratuita sul manicomio di Mombello e Cogoleto. Ho tante idee per il futuro: una raccolta di storie che andrebbero ad arricchire i servizi fotografici, un libro che racconta i miei primi dieci anni di lavoro, un gioco da tavolo sulla legge 180 per far conoscere questa grande conquista anche ai più giovani. A breve conto di realizzare la versione cartacea del mio secondo ebook sul presepe del manicomio di Cogoleto, Anime di cartapesta. Il ricavato potrebbe finanziare il recupero dello stesso presepe.

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