Giacomelli: “Non sarà la politica a gestire la Rai”

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Il sottosegretario Antonello Giacomelli durante la discussione sulla riforma della Rai in Aula del Senato, Roma, 16 luglio 2015. ANSA/GIORGIO ONORATI

Il sottosegretario allo Sviluppo economico: “Ora si impedisce quella commistione che ha segnato la tv pubblica per tanti anni. Con il canone in bolletta meno evasione”

La riforma della Rai è passata ieri sera alla Camera con 259 sì, 143 voti contrari, 4 astenuti. La legge, che cambia i criteri di governance, dopo la Stabilità torna al Senato per la terza lettura. Tre giorni di discussione, con l’ostruzionismo dei Cinque Stelle ma senza show. Il sottosegretario allo Sviluppo con delega alle Comunicazioni, Antonello Giacomelli, è stato sempre presente in aula rispondendo alle varie obiezioni dell’opposizione, M5s, Lega, Sel e Fi. Quando a novembre il ddl sarà legge, il direttore generale della Rai, Antonio Campo Dall’Orto, assumerà i poteri di amministratore delegato, procedendo così alle nomine, alla realizzazione delle newsroom e al suo progetto per rendere la tv pubblica una “media company”.

È soddisfatto? Cosa cambia in concreto con questa legge?

Sono molto soddisfatto dell’approvazione e del confronto in commissione e in aula, molto franco, ma costruttivo. Si elimina quella commistione impropria presente da anni, l’intromissione della politica nella gestione quotidiana della Rai. Si ristabilisce il rapporto fra istituzioni e servizio pubblico, con l’elezione di quattro dei sette consiglieri da parte di Camera e Senato, e ci sono compiti chiari. La commissione di Vigilanza deve verificare il rispetto dei criteri di pluralismo, imparzialità e completezza dell’informazione. Il Consiglio di amministrazione ha la responsabilità delle scelte strategiche e della nomina dell’amministratore delegato, il quale ha la piena responsabilità delle scelte, ma deve risponderne».

L’opposizione accusa: il controllo passa dai partiti al governo.

«Ricordo gli editti bulgari che ci sono stati con il sistema attuale, considerato più garantista. Adesso la dimensione è aziendale: il Cda rappresenta il Parlamento, come ci chiede la Corte Costituzionale, e nomina l’ad. È su proposta del governo, ma il Cda può revocarlo indipendentemente dal parere del governo. È curioso che si parli degli anni scorsi come se la Rai fosse lontana dalla politica e dal governo, forse abbiamo una memoria diversa… Mi pare che nei gruppi ci sia nostalgia di quella cogestione in cui ognuno occupava la sua casella».

A chi si riferisce? A Forza Italia? I 5 stelle sono un gruppo recente.
«A tutti. È fisiologico. Basti pensare all’espressione “pacchetti di nomine”: il dg faceva le proposte nel Cda, e lì ognuno metteva un direttore su una rete, un caporedattore in un tg, ed ecco “il pacchetto”. Ci sono redazioni che sembrano l’esercito della via Pal, dove l’80% sono graduati e il 2% redattori semplici».

Non sarà più così? Con i poteri di ad Campo Dall’Orto procederà alle nomine.
«No, perché c’è più responsabilità, la colpa non sarà più di tutti e di nessuno. E poi penso a una Rai che faccia decollare le relazioni industriali, la fiction e il cinema, i prodotti, non solo nomine. Ora, alle opposizioni dico: capisco le critiche, ma verifichiamo insieme i risultati e il cambiamento della Rai, che è già in atto con il progetto delle newsroom».

La Rai dovrà rendere noti gli stipendi dei dirigenti, ma non degli artisti, è la critica di Brunetta. Perché?
«Saranno on line tutti gli stipendi dei dirigenti e dei giornalisti sopra i 200mila euro lordi. Su questi si valuta il lavoro di ogni giorno, mentre sui programmi si può rendere noto il dato aggregato, sul costo di una trasmissione. Se conducessi io Sanremo la Rai risparmierebbe, ma gli ascolti crollerebbero… Non mi piace accondiscendere a una voglia di punizione. Così come non si può fare una legge ad hoc solo per far tornare la Rai al tetto dei 240mila euro anche se è quotata in Borsa: se il governo o il Parlamento decide che si devono ripristinare questi limiti allora valga per tutti, Enel, Terna..».

Però la Rai ha il canone. Ecco, inserirlo nella bolletta è corretto? In Francia o in Germania non lo hanno fatto.
«Come dice Renzi, appena si fa una riforma si dice prima che è “incostituzionale”, poi che non si può fare. Tutte le obiezioni stanno svanendo. Pagare il canone in bolletta è più semplice, diminuisce ed rateizzato. Negli altri Paesi non si evade come da noi e in Germania si paga legato all’abitazione ed è quattro volte più alto».

I fondi del canone in bolletta andranno alla Rai o faranno “cassa” per lo Stato?
«Fare cassa no. Andranno alla Rai secondo i costi sostenuti come servizio pubblico, per evitare gli impropri aiuti di Stato che ci vieta l’Europa. Si tratta di impostare correttamente la concessione di servizio pubblico, che sarà rinnovata nel 2016, e il contratto di servizio. Io credo che si ridurrà l’evasione, è già deciso che le entrate saranno usate per diminuirlo e per sostenere il settore, le emittenti locali, l’editoria, un sistema che completa il pluralismo. Lo ricordo ai commentatori che vorrebbero eliminare il canone».

Oggi Netflix arriva in Italia, come è andato l’incontro avuto al ministero?
«È stato molto positivo, Netflix ha una grande attenzione all’Italia, anche come capacità delle nostre produzioni da rilanciare in campo internazionale. Infatti hanno già cominciato a investire qui e per noi una collaborazione è proficua: Netflix, come altri Ott, sono un’opportunità di crescita di tutto il settore anche per rilanciare la creatività italiana. Sono anche contento dell’accordo tra Mediaset e Google, perché solo l’integrazione fra modelli ci aiuta a superare la crisi».

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